23 gennaio 2019

In Zimbabwe violenta repressione della protesta popolare

Sono otto, secondo la Commissione per i Diritti umani, le persone uccise durante le proteste popolari in Zimbabwe, innescate dall’aumento del carburante deciso dal governo il 12 gennaio: le opposizioni denunciano invece dodici vittime e si teme quindi che il bilancio ufficiale possa incrementarsi nei prossimi giorni. Gli apparati di sicurezza hanno sparato sulla folla e arrestato seicento persone, tra cui alcuni leader come il pastore protestante Evan Mawawire, esponente del movimento ThisFlag, e il sindacalista Japhet Moyo, segretario generale dello Zimbabwe Congress of Trade Unions (ZCTU). Inoltre, il governo ha imposto misure eccezionali per controllare la circolazione di notizie tramite Internet, sostenendo che la rete veniva utilizzata per incrementare i disordini.

La protesta si è propagata nel Paese dopo la decisione del governo di aumentare il prezzo del carburante da 1,24 dollari a 3,11 dollari a litro, il prezzo più alto attualmente nel mondo. Migliaia di persone hanno scioperato e sono scese in piazza per protestare contro l’aumento e in generale per le difficili condizioni di vita di una parte importante della popolazione. Il presidente Emmerson Mnangagwa ha rinunciato ad andare a Davos per partecipare al World Economic Forum e ha accusato le opposizioni di aver scatenato violenze e saccheggi; di fronte alle critiche suscitate dall’azione repressiva del governo ha annunciato provvedimenti contro gli eccessi delle forze dell’ordine. Il ministro delle Finanze dello Zimbabwe, Mthuli Ncube, è intervenuto invece a Davos, difendendo il piano di riforme economiche previsto dal governo, di cui l’aumento del carburante è solo un aspetto, gravoso ma necessario.

 

Crediti immagine: President of Russia (http://en.kremlin.ru/events/president/news/59679/photos/57471). Creative Commons Attribution 4.0

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