26 gennaio 2021

100 milioni di casi nel mondo. La pandemia non rallenta

La pandemia, sia pure con diversa intensità nelle singole aree geografiche, continua a svilupparsi a livello globale. L’impressione generale è che la fuoriuscita sia ancora lontana; le speranze di ridurre i tempi sono affidate alla vaccinazione di massa, la cui attuazione non è esente da difficoltà e ritardi. I contagi totali hanno raggiunto la soglia dei 100 milioni (99.718.414 il 26 gennaio) e il bilancio dei morti è ormai di 2.139.928. La pandemia non rallenta: lunedì 11 gennaio i contagiati erano poco più di 88 milioni e il numero delle persone decedute era ancora inferiore ai 2 milioni. Nel gennaio 2021 l’incremento settimanale dei nuovi contagi, a livello globale, è stato infatti di circa 5 milioni, mentre i decessi causati dal Covid-19 sono stati in questo periodo più di 80.000 a settimana. Mentre l’andamento della pandemia in Italia ha raggiunto il picco a novembre, stabilizzandosi, anche in presenza di provvedimenti di contrasto, a livelli più contenuti, nel gennaio 2021 si registra ancora a livello planetario una tendenza all’espansione. Il numero più alto dei casi si riscontra negli Stati Uniti, che hanno superato i 25 milioni di contagi accertati, con 420.972 vittime; il continente americano è il più colpito in assoluto, con numeri altissimi in Brasile (quasi 9 milioni di casi), in Colombia, in Argentina e in Messico. Complessivamente le Americhe raggiungono i 43 milioni di contagi totali, contro i 32 milioni dell’Europa, dove sono stati molto numerosi soprattutto nel Regno Unito, in Francia, in Spagna e in Italia. Una situazione decisamente migliore, se rapportata alla popolazione, si registra per ora in Asia (circa 20 milioni di contagiati) e soprattutto in Africa (quasi 2,5 milioni). In questo ultimo caso, si è portati ad attribuire il numero non elevato di contagi a una precaria gestione del monitoraggio e il basso numero dei decessi all’età media della popolazione. Sono fattori che hanno avuto sicuramente un forte impatto; non bisogna però trascurare l’efficacia e la tempestività dei provvedimenti presi dai governi africani, che avevano alle spalle la recente epidemia di Ebola.

Una pandemia di queste proporzioni, che colpisce aree economicamente molto sviluppate come gli Stati Uniti e l’Europa, sta provocando gravi ripercussioni economiche e sociali in tutto il mondo. La vaccinazione di massa sembra l’unica soluzione in grado di risolvere in tempi relativamente brevi la situazione; i percorsi di vaccinazione stanno procedendo, scontrandosi però con la scarsa disponibilità nelle dosi, la diffidenza di ampi settori della popolazione, le difficoltà logistiche. Inoltre, secondo la denuncia della People’s Vaccine Alliance (un’organizzazione che si batte per un’equa distribuzione delle dosi) per ora le vaccinazioni sono concentrate in soli 10 Paesi, che sono ‒ e non casualmente ‒ i più ricchi, e anche per il futuro le nazioni che rappresentano il 14% della popolazione mondiale hanno acquistato più della metà delle dosi disponibili. Se appare comprensibile che si dia una qualche priorità alle aree più colpite, rimane il dubbio che la capacità economica rimanga un requisito in fin dei conti determinante. Un nuovo possibile disequilibrio si sta affacciando, nonostante l’apparente forza livellatrice della pandemia.

 

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Immagine: All’inizio della pandemia, l’arrivo all’aeroporto di Fiumicino di 60 infermieri albanesi che hanno affiancato medici e infermieri italiani nella lotta al Coronavirus, Roma (20 aprile 2020). Crediti: Dipartimento Protezione Civile [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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