22 marzo 2021

ACT. Rimediare a scuola (e in università)

Per chi, come me, ha spesso dovuto riparare i danni di un’interrogazione andata male, “rimediare a scuola” ha un significato ben preciso che però si discosta molto da quello che vorrei dare a tale verbo in questa sede. Rimediare nel senso di procedere a una “rimediazione” così come l’hanno descritta Jay David Bolter e Richard Grusin nel loro Remediation. Ogni volta che cerco di spiegare ai miei studenti cos’è la “Rimediazione”, faccio ascoltare loro un vecchio (1980) brano dei Buggles: Video killed the radio star. E poi dimostro loro che il programma contenuto nel titolo non si è realizzato e che né la televisione (unico medium associabile alla parola “Video” nel 1980), né i video in rete, né le piattaforme di streaming hanno cancellato la radio: semplicemente, i nuovi media hanno ridefinito confini, pubblico e modalità d’uso del medium più datato. Il cambiamento di tecnologia introdotto dal transistor ha spostato l’ascolto radiofonico dal salotto di casa all’auto, ha reso portatile (e quindi onnipresente) ciò che prima era localizzato; in pratica, il medium TV ha “rimediato” il medium radio (così come le piattaforme on demand in stile Netflix e Amazon Video stanno “rimediando” la TV a palinsesto).

Questo ragionamento dovrebbe servire da rassicurazione per quanti, apocalitticamente, vedono il ricorso alla didattica a distanza (DAD) come la fine della scuola e dell’università: no, questo non accadrà, DAD don’t Killed the School. Accadrà invece (o almeno è quanto auspico) che l’insegnamento non sarà mai più lo stesso, che la DAD ci costringerà a ridefinire i metodi tradizionali e ad affiancarli (non a sostituirli) con quelli che ci vengono suggeriti dall’uso delle tecnologie. Questo, naturalmente, se (e qui mi associo alla riflessione di Peppino Ortoleva su questo stesso magazine) scuola e università non sceglieranno deliberatamente di perdere le occasioni offerte dalla crisi e di gettare via le esperienze di un anno e più di didattica emergenziale.

La più ghiotta, tra le occasioni da non perdere, è quella della moltiplicazione dei media al servizio dell’insegnamento. Per qualche migliaio d’anni, la didattica, pur contemplando un modesto ricorso all’immagine, ha privilegiato la parola quale veicolo di trasmissione della conoscenza: la parola scritta, per i momenti di studio e approfondimento personale, la parola pronunciata per il rito della “Lezione frontale”. E come tutte le pratiche che raggiungono una dimensione rituale, anche la “Lezione frontale” diventa difficile da abbandonare; parlare A (e non CON) i nostri studenti e alle nostre studentesse ci sembra un’operazione irrinunciabile, un’azione che non può essere né sostituita, né accompagnata da altre. Si spiega così, come giustamente notava Ortoleva, il massiccio e talvolta esclusivo ricorso alle piattaforme di teleconferenza nella pratica della DAD: Meet, Zoom, Webex, BigBlueButton sono sembrate, magari in associazione con il registro elettronico su cui depositare i compiti, la replica meno imperfetta della situazione d’aula; io parlo, loro mi ascoltano, con la sola differenza che lo scambio comunicativo avviene attraverso una telecamera, una rete informatica e uno schermo. Troppo poco per parlare di cambiamento di “Medium”. Anche volendo confondere indebitamente il concetto di “Medium” con la semplice nozione di “Canale” contenuta nel modello di Jakobson, ci accorgiamo che la lezione in videoconferenza non trasforma neppure il canale, poiché esso è sì costituito da una componente materiale (e questa muta nel passaggio dall’aula alla rete), ma anche da una componente psicologica che non viene trasformata se a distanza si propone l’esatta replica di ciò che si fa in presenza.

Per “rimediare a scuola” occorre dunque agire, continuando a usare il modello di Jakobson in funzione di comodo grimaldello o di coltellino svizzero, tanto sul Canale quanto sul Messaggio e sul Codice. Ma poiché la flessibilità di questo modello ci porterebbe a considerazioni di carattere piuttosto generale, prendiamo una direzione diversa e vediamo in concreto 3 passaggi chiave per la rimediazione nella didattica. Prima di continuare, mi preme fare una precisazione, quasi un “disclaim”: nessuno degli strumenti proposti qui sotto è particolarmente innovativo e il più recente ha trent’anni di storia: la vera novità sarebbe quella di iniziare finalmente a utilizzarli in maniera sistematica e non lasciarli nella cassetta degli attrezzi.

 

1. Usare la multimedialità

Quando io ero bambino, nei primi anni Settanta, la multimedialità già esisteva: di tanto in tanto la maestra si faceva portare dal bidello uno strano proiettore e sul muro bianco comparivano, un po’ sfocati e a scatti, filmini sulle grandi battaglie o sulle capitali europee che studiavamo in geografia. Non era molto, ma il principio c’era, così come c’era nelle diapositive sincronizzate col commento audio che sarebbero arrivate di lì a poco con l’affermarsi dei riproduttori di audiocassette o nei VHS didattici degli anni Ottanta. La multimedialità di oggi, quella delle LIM e del web, è solo la versione più interattiva di quella della mia infanzia. Ma perché la DAD e la pandemia dovrebbero farci riflettere su uno strumento così “vecchio”? In primo luogo perché le cose buone non invecchiano, in secondo luogo perché, a distanza, abbiamo bisogno di tenere in maggiore considerazione la curva dell’attenzione dei discenti: non è necessariamente vero che, a distanza, l’uditorio sia meno attento, semplicemente, in aula noi abbiamo immediati feedback del loro calo di attenzione, mentre a distanza questi cali li possiamo solo intuire. L’alternanza, in una stessa lezione, di linguaggi e media differenti serve dunque, tra l’altro, a far ripartire verso l’alto la curva. Ma queste sono cose note.

 

2. Usare le risorse della rete

Direttamente discendente dal primo strumento è il secondo: le risorse disponibili sul web. In dotazione al proiettore acquistato dalla mia scuola elementare dovevano esserci cinque o sei “filmini” e il patrimonio multimediale si incrementava di un paio di pellicole l’anno: non proprio una vasta videoteca. Oggi, qualunque insegnante può scegliere, attraverso YouTube o le altre piattaforme di condivisione video, tra un’offerta sterminata di filmati quelli che meglio si adattano alla lezione che deve tenere: un cartone animato in inglese per spiegare il genitivo sassone ai bambini, un documentario BBC per spiegare il ciclo dell’acqua, un canto della Divina Commedia letto da Gassman per dare profondità ai versi. Tutto molto banale potremmo dire, se l’esperienza della pandemia non ci riferisse molto spesso di ragazzi e ragazze fermi per ore davanti a uno schermo ad ascoltare, come unica voce, quella del docente che parla: banale sì, ma anche dimenticato. Al giro di boa tra il vecchio e il nuovo millennio, Luciano Gallino aveva varato il progetto FAR – Formazione Aperta in Rete; l’idea era proprio quella di creare un portale dove, in una struttura molto più organizzata di quella offerta dai risultati dei motori di ricerca, gli insegnanti e i docenti universitari potessero attingere alle risorse web; qualcosa di più libero e dinamico di un repository: quando si dice un’idea troppo avanzata per i tempi. L’utilizzo didattico delle risorse della rete è possibile almeno dal 1992, ma, se vogliamo appuntare la nostra attenzione su qualcosa di più recente, possiamo parlare nello specifico dei vari software per l’interazione in diretta sia in aula (attraverso smartphone) sia on-line. Da Socrative a Wooclap, sono almeno una mezza dozzina gli applicativi che si possono usare per rendere attivo l’uditorio, per chiamare la classe a rispondere collettivamente o individualmente alle domande, per mettere in opera una vera “flipped classroom”.

 

3. Intervenire sui tempi dell’apprendimento

La lezione in aula è un testo volatile che risente di tutti i vantaggi, ma anche di tutti i limiti del “qui ed ora”. La lezione in presenza impone tempi di comprensione e di apprendimento dettati dal docente, tempi che possono essere adatti, se chi insegna conosce il suo mestiere, alla maggior parte dei discenti, ma non a tutti. Se noi, attraverso le tecnologie, fissiamo quel “qui ed ora” su un supporto elettronico e lo portiamo “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, affidiamo il comando del tempo a chi impara e questo, per gli alunni con DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento) e BES (Bisogni Educativi Speciali) e per gli studenti lavoratori è un beneficio che non ha eguali.

È chiaro che nella cassetta degli attrezzi gli utensili per la didattica di oggi sono moltissimi, iniziare a conoscerli e a sperimentarli è il miglior modo per esorcizzare la paura dell’innovazione, ma anche per evitare di lasciarci alle spalle l’esperienza della DAD assieme, speriamo, a quella del Covid-19.

 

Bibliografia essenziale

R. Jakobson, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano 1976.

J.D. Bolter, R. Grusin, Remediation (1998), Guerini, Milano 2002.

B. Bruschi, A. Perissinotto, Didattica a distanza. Com’è, come potrebbe essere, Laterza, Roma-Bari 2020.

B. Williamson, R. Eynon, J. Potter, Pandemic politics, pedagogies and practices: digital technologies and distance education during the coronavirus emergency, in Learning, Media and Technology, vol. 45, 2020, pp. 107-114.

Xudong Zhu, Jing Liu, Education in and After Covid-19: Immediate Responses and Long-Term Visions, in Postdigital Science and Education, 2020

 

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