2 aprile 2019

Acqua: nessuno deve essere lasciato indietro

È stato presentato il 22 marzo lo United Nations World Water Development Report 2019, intitolato Nessuno deve essere lasciato indietro. Altissima è infatti la percentuale di coloro che vivono in condizioni critiche, e la situazione è destinata a peggiorare sia per l’aumento della popolazione, sia a causa dei cambiamenti climatici.

A partire dagli anni Ottanta, il tasso di utilizzo dell’acqua è cresciuto di circa l’1% all’anno e, secondo le previsioni, la domanda globale di acqua continuerà a crescere a un tasso simile fino al 2050, superando di circa il 20-30% i livelli di utilizzo attuali, principalmente in ragione della crescente domanda a livello industriale e domestico. Ma più di 2 miliardi di persone già vivono in Paesi soggetti a tassi elevati di stress idrico.

Una delle regioni più critiche è quella araba: secondo dati riferiti al 2015, in essa circa 51 milioni di persone (il 9% della popolazione totale) non usufruiscono di un servizio di base per l’acqua potabile, ma anche all’interno di tale area le differenze da Paese a Paese e, soprattutto, tra città e zone rurali sono profonde. Nei Paesi in via di sviluppo la differenza tra aree rurali e urbane è molto accentuata: in Mauritania, per esempio, ha accesso ai servizi per l’acqua potabile l’86% della popolazione urbana contro il 45% di quella rurale, nello Yemen l’85% contro il 63% e nel Sudan il 73% contro il 51%. Tuttavia, questa disparità è presente anche in Paesi meno poveri, come il Marocco, dove nelle città il 96% delle persone può accedere a questi servizi contro il 65% di quelle che abitano nelle zone rurali. Nella regione araba, inoltre, la situazione è stata aggravata anche dai conflitti in corso, sicché laddove, come per esempio nello Yemen, già in epoca di pace gli osservatori manifestavano preoccupazione, con l’esplosione della guerra l’emergenza è diventata drammatica, poiché alle cause naturali si è unita la distruttività umana: oltre allo Yemen, danni gravi alle infrastrutture hanno subito la Siria, la Palestina, l’Iraq, la Libia, la Somalia e il Sudan.

Nell’area asiatica e del Pacifico, nel 2016 ventinove Paesi su quarantotto erano qualificati come insicuri per quanto riguarda le risorse idriche, con la zona nord-occidentale dell’India e la parte settentrionale della Cina ai primi posti. In quest’area alle cause naturali, particolarmente rilevanti perché colpita da fenomeni catastrofici ricorrenti e molto intensi, che generano ulteriori disagi e povertà, si unisce soprattutto l’inquinamento. Inoltre, anche in essa vi sono delle forti disparità: per esempio, mentre l’89% della popolazione nelle aree urbane dell’Asia orientale e sud-orientale ha accesso a servizi di acqua potabile gestiti in modo sicuro, nell’Asia Centrale e in quella meridionale questo rapporto scende al 61%.

Meno complessa è la situazione in America del Nord, Europa e America Latina. Anche in Europa, però, si riscontrano problemi connessi alla cattiva qualità dell’acqua, con ricadute non indifferenti sulla salute pubblica, e pure in America Latina vi è un diffuso problema sanitario. Giamaica, Repubblica Domenicana, Honduras, Suriname sono le realtà più critiche. Inoltre, nell’area latina pesano notevolmente le differenze sociali e anche etniche: sono infatti gli indigeni a usufruire di meno delle infrastrutture necessarie, oltre che nuovamente alle popolazioni rurali.

Infine, l’Africa subsahariana: nel 2015, solo il 24% dei suoi abitanti aveva accesso all’acqua potabile, e solo il 28% ai servizi igienico-sanitari di base. In trentaquattro su trentotto Paesi africani sui quali si dispone di dati, possiede strutture domestiche per il lavaggio delle mani meno del 50% della popolazione, e questa percentuale è composta da tre persone su cinque che vivono in aree urbane.

Oltre alla geografia, sul diritto all’acqua pesano anche altri fattori. Con una serie di conseguenze a catena, le donne sono tra le più penalizzate. A esse, infatti, in molti Paesi è affidato l’onere maggiore, per via delle attività domestiche, di raccolta, gestione e salvaguardia delle fonti idriche; in alcune realtà, però, per svolgere questo compito, le ragazze sono obbligate a rinunciare alla scuola; inoltre, la mancanza di adeguate strutture sanitarie nelle scuole e nei luoghi di lavoro, che impedisce l’igiene nei periodi mestruali, contribuisce agli alti tassi di assenteismo femminile, che a sua volta porta a un’ulteriore discriminazione contro le donne nel mercato del lavoro. Ma discriminate sono anche spesso le minoranze, come gli indigeni che vivono in tutto il mondo nelle riserve o le popolazioni nomadi, nonché i rifugiati, costretti spesso in campi di accoglienza molto male attrezzati dal punto di vista igienico. Infine, soffrono più degli altri la mancanza di infrastrutture dedicate le persone con disabilità, che in molti Paesi non possono accedere ad alcun servizio e in altri possono farlo a servizi troppo limitati.

 

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