27 febbraio 2013

Al lavoro per l’ambiente

È difficilmente contestabile che operiamo e viviamo in un universo economico in cui convivono alti tassi di disoccupazione ed elevati livelli di degrado ambientale. Fino ad ora i due problemi sono stati affrontati separatamente e quasi sempre il diritto all'ambiente è stato vissuto, dai decisori politici e dai loro consiglieri economici, come un limite allo sviluppo e quindi da sacrificare. La sfida dei prossimi anni sarà come riuscire a far fronte contemporaneamente a entrambi. Ci sono però ragioni profonde che giustificano questa eterna politica dei due tempi per cui prima si pensa al lavoro e poi a tutelare l'ambiente. Che problemi solleva la mancanza di lavoro che, in tutto il mondo, sta colpendo le giovani generazioni? Ridurla solo a una questione di giustizia sociale o di costi sarebbe limitativo. In realtà, essere disoccupati, evidenzia un problema di libertà. Una società, infatti, che accetta di convivere con una disoccupazione strutturale, per di più a composizione femminile e giovanile, è destinata più o meno rapidamente a mettere in discussione la sua convivenza civile e la sua democrazia. Quindi il diritto al lavoro resta elemento fondamentale di cittadinanza e appartenenza a una collettività. Se questa è la dimensione reale del problema è evidente che non ha alcun senso la proposta di una riconversione ecologica delle nostre società se essa non è in grado di soddisfare questo diritto di cittadinanza. Non basta però dire che la produzione della ricchezza necessaria per creare nuovo lavoro possa essere meglio garantita dal soddisfacimento del diritto all'ambiente anziché dalla crescita di merci ed oggetti. Infatti anche la proposta di riconversione ecologica dell'economia, come via per uscire dalla crisi, deve fare i conti con un fenomeno strutturale di enorme portata: si produce sempre più ricchezza con sempre meno lavoro. Inoltre produrre ricchezza significa sempre meno estrarre materia, trasportarla e trasformarla con molti sforzi e tanta energia, ma bensì diffondere informazione a velocità maggiore con meno lavoro e con meno fatica. Basta osservare uno qualsiasi dei settori industriali, ad esempio quello dell'auto, per avere la conferma di questa mutazione economica: in dieci anni la produzione è raddoppiata dimezzando gli addetti. Non basta più quindi per creare lavoro una ripresa degli investimenti, perché ai fini della creazione di lavoro importa sempre meno quale sia il tasso di crescita economica, visto che la produttività necessario per conseguirlo distrugge più lavoro di quanto ne crea la espansione.  Per far fronte a questa novità, quasi venti anni fa, Legambiente, presentò un piano del lavoro basato su due cardini: 1) un intervento sul sistema degli orari che potesse favorire una redistribuzione del lavoro; 2) un progetto per indirizzare prevalentemente la spesa pubblica verso il soddisfacimento dei bisogni collettivi, largamente inevasi, di salute e ambiente. Se il lavoro è disaccoppiato dalla crescita economica e diminuisce è utile puntare a una sua ripartizione fra tutta la popolazione attiva, intervenendo sugli orari di lavoro. Molte sono le possibili misure per garantire questa ridistribuzione, dalla riduzione dell'orario, ai contratti di solidarietà nelle aziende in crisi, ma, una volta accettato il principio della redistribuzione, la scelta non può che essere affidata alla contrattazione fra le parti sociali. Ridistribuire il lavoro però non basta, bisogna crearne di nuovo. Per produrre nuovo lavoro, il piano proposto da Legambiente proponeva di riqualificare la spesa pubblica, indirizzandola al soddisfacimento di bisogni collettivi inevasi, come quelli di un territorio sicuro e vivibile e di aria e acqua di qualità. È indubitabile che il bisogno di sicurezza di fronte alle catastrofi cosiddette naturali sia un bisogno non soddisfatto, come ci conferma l'ultima pioggia su Catania. Fino ad ora il denaro di tutti è stato speso dai governi in carica per risarcire i danni, in attesa della prossima tragedia. Ecco dunque un primo esempio su come spendere meglio il denaro della collettività: dedicare le stesse risorse che ogni anno lo stato e le regioni spendono per ricostruire a interventi diffusi di prevenzione e presidio territoriale. Il primo risultato di questa diversa destinazione del denaro delle nostre tasse è una crescita dell'occupazione. Una politica di prevenzione del danno produce risultati se dota stato, regioni e comuni di servizi essenziali: di polizia idraulica,  meteo-climatico e preannuncio piena, allerta rapido della popolazione, forestale. Serviranno analisti, geologi, biologi, forestali, guardie parco, controllori, certificatori, organizzatori delle conoscenze e banche dati, cartografi, ingegneri, agricoltori biologici, avvistatori di incendi. Insomma per farla breve l'80% di ogni euro investito va in braccia e teste, cioè in lavoro. Altro bisogno inevaso che il progetto di Legambiente proponeva di soddisfare era quello di città più vivibili. Una diffusa politica di riqualificazione urbana può rilanciare il settore delle costruzioni e mettere al lavoro centinaia di migliaia di donne e uomini. Servono braccia e teste per progettare, sorvegliare, scoprire, ricostruire il nostro immenso tesoro: le nostre città. Riqualificare non significa solo ripulirle dai rifiuti o dotarle di un servizio idrico e depurazione efficienti, ma anche progettare un intervento diffuso per mettere in sicurezza il nostro abitare e lavorare (messa a norma d’impianti elettrici, eliminazione di barriere architettoniche, bonifica amianto, adeguamenti antisismici) o per rendere le nostre case e uffici meno bisognose di energia, promuovendo finalmente un'idea nuova di architettura e costruzione fondata oltre che su indispensabili codici estetici anche e soprattutto su parametri termodinamici ed ecologici, con una diversa attenzione nel progettare e nel costruire verso il clima, l'orientamento e il grado di esposizione alle fonti primarie di energia, quali il sole il vento l'acqua. Abbiamo ormai metodi per manipolare la luce del sole, riscaldare gli edifici con un'efficienza pari al 60%, scaldare l'acqua con un'efficienza pari al 100%, raffreddare gli edifici con un'efficienza del 45%, addirittura per produrre energia elettrica con una efficienza del 30%. Questi interventi, oltre a limitare il consumo di suolo, rilancerebbero la rete di piccole e medie imprese edili e artigiane dando così lavoro a muratori, architetti geometri, ingegneri paesaggisti, avvocati, ricercatori, impiantisti, installatori, produttori e rivenditori di componenti, oltre a riqualificarli professionalmente. Una terza proposta del progetto di Legambiente era quella di promuovere un modello di agricoltura a minore impatto ambientale che in larga parte si sarebbe finanziato con i fondi strutturali europei, destinati a migliorare la qualità del comparto agro-alimentare. Un intervento da attuarsi sull'insieme delle attività agricole a produzione intensiva, per ridurne l'impatto inquinante. Indirizzare in questa direzione il denaro di tutti produce un doppio risultato, quello di una maggiore sicurezza alimentare, abbattendo del 50% l'uso dei fitofarmaci e quello di mettere a lavorare molte competenze nei necessari servizi di assistenza tecnica agli agricoltori e alle imprese. Qualcosa di quello che avrebbe potuto essere lo si incontra nei mercatini di vendita diretta della Coldiretti o nella diffusione degli acquisti a km 0, attraverso la rete dei gruppi solidali di acquisto. La proposta di Legambiente, infine, chiedeva di spendere per rinnovare la scuola e la formazione professionale. Gran parte delle figure professionali e degli stessi saperi di cui ho parlato non vengono formati nelle scuole italiane e tanto meno nei corsi di formazione. C'è un luogo pubblico dove viene formato l'avvistatore di incendi, il tecnico del calore, l'installatore di pannelli solari o dove si insegna al contadino a essere insieme coltivatore difensore del suolo e controllore di piene, coltivatore di piante in via di estinzione? No, se non nella meritoria, ma troppo modesta attività di supplenza delle associazioni ambientaliste o di volontariato. Non per caso scrivo di una proposta di 20 anni fa, ma per segnalare il ritardo accumulato. In molte parti del pianeta queste proposte sono già realtà e dove lo sono la piena occupazione torna ad essere un obiettivo credibile. Non c'è quindi da rassegnarsi al declino o alla tragedia climatica e ambientale. Come sempre si tratta di affiancare al necessario pessimismo della ragione un grande ottimismo della volontà.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0