08 maggio 2012

Ancora violenza sulle donne: è ‘femminicidio’

Sono cinquantacinque gli omicidi di donne in Italia commessi da uomini (mariti, fidanzati, amanti, fratelli, padri) nei primi quattro mesi dell’anno. Nel 2011 sono stati 137 e l’allarme che suscitano questi fatti di cronaca sembra forse ancora inadeguato o episodico. Naturalmente è difficile dare una dimensione pubblica e generale, politica, a fatti che sembrano tutti diversi e unici e prolungano nell’abnorme la loro particolarità. Eppure è operazione che appare necessaria poiché c’è un filo conduttore, una motivazione di genere, che unisce questi tragici fatti. Non è una percezione estemporanea ed emotiva: il Comitato per l’attuazione della CEDAW (la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne) nelle Raccomandazioni all’Italia si è detto «preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner». È la prima volta che il Comitato CEDAW parla di ‘femminicidio’ in relazione a un paese non latinoamericano. L’utilizzo del termine legato a questi fatti di cronaca è apparso ad alcuni improprio e fuorviante ma può essere utile, sulla base dell’esperienza di altri paesi,  per comprendere la portata e l’unitarietà dei fenomeni. Del resto se la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio da parte di persone conosciute, alla categoria di femminicidio corrisponde un vasto repertorio di tragici fatti. Resta non facile il problema delle contromisure; certamente appelli, firme e marce sono risposte immediate e importanti ma rischiano di non incidere se non si agisce nei tempi medi su cambiamenti culturali e adeguamenti della legislazione. 


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