15 luglio 2013

Aprite quella porta

La Serenissima Repubblica di San Marino è indicata dall'International Centre for Prison Studies come lo stato con meno detenuti al mondo. Il penitenziario, sui registri ufficiali, prende il nome di Carcere dei Cappuccini, occupa un'ala del convento dei Cappuccini per il quale lo stato sammarinese paga un affitto alla diocesi di San Marino-Montefeltro. Sulla carta i posti disponibili sono 12, in tutto 6 celle disposte su 2 piani. San Marino è situata a 10 km in linea d'aria dal mare Adriatico, in realtà percorrendo 21,3 km si arriva a Rimini, Italia, dove la situazione carceraria è tragicamente diversa.

Celle allagate, aria irrespirabile, topi e scarafaggi che circolano indisturbati e l’incubo della diffusione di un’epidemia di scabbia: detenuti colpiti dalla malattia sono già finiti in isolamento, in quarantena, e un’intera sezione è temporaneamente chiusa per il pericolo di contagio. È quello che si ripete ogni estate nella casa circondariale Casetti di Rimini, specchio del collasso in cui versa l’intero sistema penitenziario italiano.

La legge prescrive che ogni detenuto debba avere circa 9 metri quadrati a disposizione, ma sono oltre 400 i ricorsi per detenzione in uno spazio inferiore ai 3 metri quadrati. Pochi mesi fa è stato diffuso il rapporto del Consiglio d’Europa sulla popolazione carceraria negli stati membri. 

Il rapporto fotografa la situazione al settembre 2011 nei 47 paesi della più antica istituzione europea, e conclude che il sovraffollamento riguarda la metà dei penitenziari dei paesi presi in esame. L'Italia, con 147 detenuti per ogni 100 posti disponibili, è la terza dal basso della lista: peggio di noi solo la Grecia (151,7 detenuti) e la Serbia (157,6). Meglio di noi l'Ungheria, Cipro, la Croazia; il Belgio conta 127 detenuti per 100 posti; la Francia ne ha 113, la Scozia 105, la Germania non rientra nei paesi sovraffollati.

Circa il 21 % delle persone detenute, nei 47 paesi, sconta misure di detenzione provvisoria e il 27 % è in attesa della pena definitiva. L'Italia è anche al terzo posto per numero assoluto di detenuti in attesa di giudizio, dopo Ucraina e Turchia. L'età media della popolazione carceraria di questa fotografia europea è di 33 anni, e le donne rappresentano il 5,3 % del totale. In media, il 21 % dei detenuti è costituito da stranieri.

Gli appelli più volte pronunciati dal capo dello stato per far tornare il sistema carcerario italiano alla legalità, sono purtroppo caduti nel vuoto. “Lo Stato non rispetta la Costituzione” queste le parole di Giorgio Napolitano, pronunciate lo scorso febbraio. È stata la prima volta di un presidente della Repubblica nel carcere di San Vittore a Milano, come visitatore. Oggi, passando di governo in governo, di mandato in mandato, la gravità della situazione nelle carceri italiane è ancora innegabile. I dati più recenti forniti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP) del ministero della giustizia riferiscono che negli istituti di pena italiani sono attualmente presenti quasi 66 mila i detenuti, a fronte dei 47.022 posti disponibili. Precisamente, al 30 giugno 2013 erano 66.028 i detenuti ristretti nei 205 istituti penitenziari italiani. Di questi, 24.449 sono persone impropriamente definite “in attesa di giudizio” comprendendo posizioni giuridiche assai eterogenee: indagati, imputati in custodia cautelare, ma anche i soggetti già giudicati colpevoli in primo grado e in appello. I restanti detenuti comprendono 40.301 condannati definitivi e 1.180 internati in misura di sicurezza detentiva. Circa un terzo (23.233) delle persone detenute è costituito da cittadini stranieri o apolidi. Si tratta, pertanto, di circa 20.000 persone recluse in eccesso. La cifra, però, è contestata dall’associazione Antigone, che parla di 30mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Secondo Antigone i posti-letto sarebbero in realtà circa ottomila in meno di quelli calcolati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Secondo le stime dell’associazione vi sarebbero appena 37.000 posti-letto effettivamente disponibili, portando ad un rapporto di circa 180 detenuti ogni 100 posti letto (il doppio della Germania, dove la media è 92). Violando il principio basilare che un sistema penitenziario legale deve contenere tanti detenuti quanti sono i posti letto regolamentari. Un sovraffollamento così intollerabile che ha spinto l'Osservatorio Antigone a titolare il IX rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione Senza Dignità.

Le statistiche non sono tutto, ci sono anche le condanne. Particolarmente significativa quella del gennaio scorso, emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che “invita l’Italia a risolvere il problema strutturale del sovraffollamento delle carceri, incompatibile con la convenzione Ue”. Con queste parole la magistratura di Strasburgo ha condannato l’Italia al risarcimento di 7 detenuti, ospiti delle case circondariali di Busto Arsizio e di Piacenza, per il trattamento inumano e degradante. Tra i dati riportati nel Rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2012 della Corte dei Conti si evidenzia come fattore critico del bilancio dello Stato proprio l'alto numero di condanne subite in ambito europeo per violazioni della convenzione sui diritti umani nel settore giustizia e regime carcerario. Nel 2012 l'Italia è stata condannata a pagare indennizzi per 120 milioni di euro, la somma più alta mai pagata da uno dei 47 stati membri del Consiglio d'Europa.

L'individuazione di pene alternative e il miglioramento sostanziale delle condizioni di vita delle persone detenute è, ancora una volta, quello che ci chiede l'Europa, ma soprattutto la nostra costituzione.

Il precedente governo Monti, governo tecnico della sobrietà, aveva escogitato una soluzione finanziaria alla questione. Infilando n el decreto sulle liberalizzazioni l'articolo 43 per il Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie (http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/d12001s2.htm#_Toc319327414) con l'idea di affidare la costruzione di nuove carceri e la stessa gestione carceraria, escluse le guardie, a privati imprenditori, con obbligo di partecipazione delle fondazioni di origine bancaria per almeno il 20%. Così, in poche righe di un articolo di un decreto, la carcerazione avrebbe la possibilità di essere trasformata in un vero e proprio business legale e riconosciuto, come già avviene negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Israele. Ma la norma è bloccata, in attesa di eventuali decreti attuativi. Altro governo, altro esercizio di stile: forse la soluzione migliore non è solo nell'edilizia penitenziaria. L'attuale governo Letta, governo delle larghe intese, che tenta di far convivere rigore e crescita, vara il decreto già soprannominato svuota carceri. L’obiettivo, timido, è quello di definire meccanismi di decarcerizzazione per soggetti con pericolosità non elevata, arrivando al rilascio di almeno 3500 soggetti. Il vero fulcro del provvedimento è eliminare la legge ex Cirielli sulla recidiva, consentendo così anche a chi ha reiterato un reato di accedere alle misure alternative. Vale soprattutto per chi ancora non è entrato in carcere e che potrebbe essere assegnato alle misure domiciliari o ai servizi sociali senza passare dalle sbarre. Ma si potrebbe osare di più e intervenire su quelle leggi carcerogene che, in fondo, non producono sicurezza: la Bossi-Fini sull'immigrazione e la Fini-Giovanardi sulle droghe. E si potrebbe ridurre l'impatto della custodia cautelare.

Provando a riavvicinarci alle statistiche del contesto europeo dove il ricorso al carcere è davvero l’opzione estrema, e la permanenza in cella non è pensata come un’ulteriore punizione.


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