24 settembre 2020

Aumentano gli incendi, e sono diversi da quelli del passato

 

Il lockdown sembrava aver fermato tutto. Anche gli incendi. Ma mentre la presenza di molti agenti inquinanti era in calo, il fuoco è andato avanti. Anzi, è aumentato rispetto al passato. La California brucia da 10 anni, ma è solo l’area più nota di cui si parla. Perché tutto questo?

 

Sappiamo bene cosa succede in Brasile e California. Secondo il Report 2020 di WWF, solo a luglio nell’Amazzonia brasiliana il numero di incendi è aumentato del 28% rispetto al 2019 e la causa principale è la deforestazione selvaggia (+26% in 6 mesi). La situazione è visualizzabile grazie a uno strumento on-line da agosto 2020 che mostra gli incendi in tempo reale tramite satelliti: al 10 settembre 23.855 incendi attivi solo nella zona amazzonica. Inoltre si vede che “Amazzonia che brucia” non rimanda solo a “Brasile e Bolsonaro”, ma coinvolge almeno altri quattro Paesi: Bolivia, Perù, Ecuador e Colombia.

 

Può sembrare strano sentir dire che “l’Africa brucia”, eppure anche qui si registrano i più gravi aumenti globali di roghi e le stesse pratiche di deforestazione incontrollata, soprattutto in Angola e Congo. Infine gli incendi non riguardano solo le aree climatiche più calde o l’estate, basta guardare ai roghi presenti in regioni dal clima diametralmente opposto, come Artico e Siberia.

 

In Europa e USA non va molto meglio, ma qui si accusa di più (dall’84 al 95%) la negligenza umana, singola e gestionale. Soprattutto in quelle zone dove c’è una maggiore interazione tra terre incolte e zone urbane, comunque alimentata dalla frammentazione delle foreste. Solo in Italia, ad estate non ancora finita, erano stati registrati più di 500 incendi da nord a sud.

 

Prima che il Covid-19 distraesse il mondo con un’unica grande priorità, l’attenzione degli scienziati e in parte dei politici nei confronti degli incendi era una delle “azioni urgenti” per il 2020. Ricercatori ed esperti sottolineano che ne esistono di tanti tipi, alcuni addirittura rigenerativi. Ma quello che si combatte negli ultimi anni è un fuoco diverso, con comportamento e direzione non più prevedibili: “incendi più intensi e veloci che possono generare abbastanza energia da evolvere in tempeste di fuoco erratiche”, il tipo più estremo di pirocumulo, “di fronte alle quali i primi soccorritori possono fare ben poco”.

 

In passato un incendio che distruggeva 25.000 ettari al giorno era considerato estremo. Ma già incendi di tre anni fa, come quello del 2017 in Portogallo che consumò 220.000 ettari di foresta, un’area grande 22 volte Lisbona, uccidendo più di 40 persone, rivelarono un nuovo picco: oggi gli incendi boschivi possono bruciare a un tasso di 10.000 ettari per ora.

 

Questo andamento non è nuovo. Era già iniziato dagli anni Novanta, «ma la prima volta che realizzammo che stava accadendo qualcosa di sbagliato fu nel 2009 e 2012» affermano i ricercatori della Fondazione per la prevenzione degli incendi “Pau Costa”, spagnola e indipendente. Era il “sabato nero” degli incendi incontrollati in Australia, che uccisero 173 persone, e poi in Spagna e California. Tutti inizialmente pensarono che fossero “eventi anormali”. Ma quando si ripresentarono nel 2017 in Cile e Portogallo fu la prova che non erano stati degli “anni estremi”.

Era solo l’inizio di un’altra “nuova normalità” che ha ben poco di normale. Da allora, nonostante ogni anno qualche regione subisca eventi catastrofici di questa natura, si continua a considerarli imprevedibili. Nel 2018 in Grecia nessuno immaginò che l’incendio avrebbe superato l’autostrada parallela alla costa coinvolgendo un intero villaggio e uccidendo 99 persone. La California è tra i luoghi più a rischio, e quest’anno ha presentato agli occhi degli abitanti di San Francisco un cielo rosso da scenario apocalittico. D’altra parte, “dei 20 grandi incendi che ha subito lungo un secolo, ben 10 sono avvenuti negli ultimi 10 anni”, si legge ancora nel report.

La causa principale all’origine del fenomeno, al di là di qualsiasi variabile politica, gestionale o comportamentale, è sempre la stessa: il cambiamento climatico. In particolare nel 2020, già descritto come “l’anno più bollente di sempre”. L’aumento delle temperature con una minore densità di piogge crea delle “condizioni infiammabili” senza precedenti. L’estate 2018 è stata «la prima volta in cui c’erano incendi in quasi ogni Paese europeo».

Insomma, «il cambiamento climatico non porterà a un nuovo scenario, esso è già presente». Ma anche la percezione sociale è importante, perfino la tendenza a combattere ogni fuoco. La “combustione controllata” ha la funzione di creare “cicatrici nella terra” che spezzano il percorso di fuochi più grandi. «Un mosaico di paesaggi di diverse epoche e incendi a bassa intensità è la migliore protezione».

Un po’ come per il Covid-19, oltre che imparare a evitare gli incendi è ora capire come conviverci. «Abbiamo bisogno di creare una cultura del rischio»: come in Giappone tutti sanno cosa fare in caso di terremoto, così tutti, in diversi contesti geografici, dovrebbero sapere cosa fare in caso di incendi. Diventare parte della soluzione attraverso l’autoprotezione: «cosa fare e cosa no, dove andare e dove no». L’idea spagnola dei “pastori del fuoco” che, con le loro greggi di pecore e capre in una sola mossa rinnalzano l’economia locale facendo comunicazione e prevenzione degli incendi solo perché gli animali naturalmente consumano quel “combustibile di arbusti” in mezzo agli alberi, ne è un piccolo, grande esempio.

 

Immagine: Vista dallo spazio del disastro ecologico degli incendi in Amazzonia, Sud America. Crediti: OSORIOartist / Shutterstock.com

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