3 giugno 2019

Burn-out da lavoro: l’OMS lo classifica come sindrome

Sensazione di esaurimento; estraneità o sentimenti cinici o negativi nei confronti del proprio lavoro; prestazioni professionali ridotte: sono questi i sintomi manifestati, secondo l’undicesima revisione dell’International Classification of Diseases dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), da chi è affetto da sindrome da burn-out da lavoro, conseguente a uno stress cronico sul posto di lavoro.

La letteratura su tale sindrome è molto ampia e risale a studi di psicologia degli anni Settanta. Da principio le ricerche erano partite da particolari tipi di professione, quelle emotivamente più coinvolgenti: tra i pionieri di questo tipo di studi, lo psicoanalista Herbert J. Freudenberger e la psicologa Christina Maslach, che avevano individuato il fenomeno tra gli operatori dei reparti di igiene mentale. Nel 1981 Maslach con Susan Jackson formulò un questionario (il Maslach Burnout Inventory) per individuare il problema nelle persone che operavano nell’ambito di professioni di aiuto, in cui erano poste domande sulla soddisfazione o meno nel proprio lavoro, sul livello di interesse nei confronti delle persone con cui si lavorava, su eventuali diminuzioni di energia e così via. Nel corso degli anni, tuttavia, l’osservazione si è estesa anche ad altro genere di categorie: benché coloro, come i medici o gli infermieri, che lavorano a stretto contatto con la malattia e la sofferenza degli altri siano i più esposti, chiunque faccia una professione legata alla gestione dei problemi altrui – insegnanti, poliziotti, avvocati, giudici ecc. – può incorrere in questo tipo di problema. Insonnia, insensibilità (mancanza di empatia), isolamento, e anche problemi di alcool fino a, nei casi più drammatici, suicidio possono esserne le conseguenze. Ma a molti oggi, e soprattutto a chi vive in ambienti accentuatamente competitivi, il burn-out da lavoro appare una condizione diffusa e una sorta di patologia della contemporaneità.

La decisione dell’OMS di inserirlo nella sua classificazione, fornendo anche ai medici indicazioni su come individuarlo e come distinguerlo da altre forme di sofferenza (quali la depressione o l’ansia) legate ad altri contesti esistenziali, appare un primo passo per trovarvi una soluzione: un fatto peraltro che non dovrebbe interessare solo i lavoratori, ma anche molto da vicino i datori di lavoro, poiché a tale sindrome si accompagna tipicamente un calo della produttività.

 

Crediti immagine: National Archives and Records Administration [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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