4 agosto 2020

Calcio post-Covid. Salvare l’oggi, sperando nel domani

 

Ben lungi dell’attuare un complesso ragionamento di prospettiva, le istituzioni dello sport europeo più popolare, il calcio, tanto a livello federale che confederale hanno ottenuto indiscutibilmente un risultato eccellente: hanno salvato il salvabile. E, a ben guardare, lo hanno fatto anche egregiamente, portando a termine in quasi tutti i casi – con l’eccezione clamorosa della Ligue 1 francese e dei campionati di Belgio e Paesi Bassi – i campionati e le competizioni nazionali entro la fine di luglio o il primo weekend di agosto al massimo, per poi lasciare il mese più caldo, anche meteorologicamente, alla conclusione dell’edizione 2019-20 delle coppe europee. Accadrà, tanto in Champions League quanto in Europa League, attraverso il format inedito e sportivamente drammatico delle final eight (a Lisbona per la competizione più ricca, a Colonia per la sorella cadetta), ma il dato di fondo è uno e uno solo: a fine agosto l’annata 2019-20 del calcio europeo potrà dirsi regolarmente conclusa.

In sé, si tratta di un risultato difficilmente preconizzabile ancora a metà marzo, un risultato enorme sul presente che, tuttavia, evidenzia per contrasto una ciclopica criticità: il futuro, anche quello più immediato. La complessità della situazione avrebbe suggerito – anche a livello di coordinamento europeo – una discussione più profonda sui format dei campionati, sui calendari e sulle finestre dedicate all’attività internazionale: nulla di tutto questo. Al primo spazio utile aperto da dati epidemiologici incoraggianti, si è preferito riprendere l’attività intasando le date, creando un calendario bulimico per finire tutto ciò che era possibile finire, stabilendo protocolli rigidi, tenendo chiusi gli stadi e concentrando la fase più attesa delle coppe internazionali in diciassette giorni. E – va sottolineato – tutto sta andando per il verso giusto, ma la sensazione è che, procrastinando il termine della stagione, i problemi possano paradossalmente essere più significativi nella annata che inizierà, quasi senza soluzione di continuità, dopo questa.

Come conseguenza piuttosto intuitiva, la prossima stagione sarà del tutto anomala: i campionati inizieranno a metà settembre – la Premier League inglese il 12, la Bundesliga il 18, la Serie A il 12 o il 19 – con squadre (le più importanti, quelle che in agosto si saranno giocate le final eight delle coppe europee) catapultate nella nuova annata senza una preparazione effettiva, con un mercato aperto sino alla prima settimana di ottobre e con protocolli di salute e di sicurezza tutti da riscrivere, già peraltro definiti inapplicabili dai vertici federali. Che i controlli ogni quattro giorni su giocatori e staff possano essere effettuati straordinariamente per due mesi in estate è un conto, che la stessa situazione si possa protrarre per i prossimi dieci è tutt’altro. I dubbi peraltro sono legati all’imprevedibilità della situazione epidemiologica: l’autunno con le prime malattie di stagione – quelle i cui sintomi sono simili al Covid-19, ma meno severi – rappresenta una criticità, al momento potenziale, che potrebbe avere effetti su alcuni aspetti della nostra quotidianità e, a cascata, anche sugli sport di contatto e sui luoghi di aggregazione. Basti pensare che, a livello sanitario, vi sono regioni – come l’Emilia-Romagna – che hanno anticipato di oltre un mese l’inizio della campagna per la vaccinazione antinfluenzale, per semplificare la diagnosi e la gestione dei futuri casi sospetti di Covid-19.

Proprio seguendo questo ragionamento, l’ottimismo di alcuni sulla riapertura degli stadi, per quanto con posti limitati, già a settembre, appare del tutto insensato. Non da escludere, ma da scongiurare sì, perché si può parlare di distanziamento fisico e misure di sicurezza finché si vuole, ma tifosi e appassionati non vivono lo stadio come un melomane vive l’opera a teatro, un cinefilo il cinema: emotività, pathos e logiche di fazione influiscono sulla fruizione degli impianti e, del resto, i festeggiamenti in piazza dei sostenitori di alcune squadre che hanno vinto campionati, coppe od ottenuto promozioni stanno a certificare l’impossibilità, o quantomeno la risibilità, di qualsivoglia ipotetico divieto di contatto.

Tornano e torneranno, insomma, gli interrogativi di giugno: cosa succederebbe in caso di calciatore positivo, o nel caso di nuovi focolai in determinate località che costringano gli enti competenti a emanare eventuali ordinanze su nuove zone rosse? La probabilità di focolai – senza voler essere pessimisti e parlare di nuova ondata – è condizionata da fattori stocastici, e per questo imprevedibile, ma fortemente legata ai comportamenti umani. Riaprire gli stadi, a maggior ragione in autunno, non appare pertanto la più saggia delle ipotesi, considerando che l’obiettivo di fondo resta quello di non riportare al limite il sistema sanitario.

Sin qui poi si è parlato solo dei professionisti, con l’attività dilettantistica e di base, nonostante la sua rilevanza sociale (e anche economica, in buona parte delle categorie), chiusa da marzo e non ancora ripartita. Ripartirà, ma lì i problemi saranno moltiplicati rispetto a quelli dei colleghi più bravi e fortunati, soprattutto a causa dell’impossibilità di controlli frequenti e alla mobilità ben superiore, essendo i dilettanti quasi tutti impegnati anche in altri contesti lavorativi. L’aspetto positivo è l’idea, paventata da diversi comitati regionali, di modificare i format dei campionati aumentando il numero di gironi, un modo per ridurre la quantità di partite rendendo tutto più sostenibile. Si tratta, peraltro, della logica opposta a quella dei professionisti i quali, non sfruttando l’occasione per guardare al futuro, si sono messi nella condizione di ritrovarsi, in caso di criticità, a dover fare i conti con una nuova bulimia di partite in un calendario compresso e che si troverà a chiudere a maggio – gli Europei, già slittati di un anno, non possono andare oltre il 2021, pena la cancellazione – e dovrà gestire anche le complicanze derivate dagli impegni delle nazionali in Nations League.

Il presente, insomma, è stato salvato, ma gli stilemi e i paradigmi del futuro più immediato sono i medesimi della situazione precedente la pandemia, senza evoluzioni reali, senza idee futuribili (forse solo le final eight di Champions ed Europa League possono essere considerate tali): l’impressione è che si sia scelto di procrastinare il momento delle decisioni, sperando in una situazione epidemiologica in progressivo e costante miglioramento. L’inerzia, in fondo, è anch’essa una scelta: i piani per i nuovi format del calcio europeo a partire dal 2024, come li studia l’ECA (European Club Association), possono così giovarsi anche della miopia di chi, nella crisi, non ha cercato l’opportunità.

 

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