20 settembre 2020

Campi di sfruttamento

Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto, sono oltre 450 mila le persone in Italia che, solo nel settore agricolo, vivono condizioni di sfruttamento e disagio abitativo. Il business complessivo delle agromafie è stato, nel solo 2018, secondo l’istituto Eurispes, di 24,5 miliardi di euro. Denaro che rafforza sistemi mafiosi e interessi criminali diffusi in tutto il Paese. Dall’Agro Pontino a quello romano, da alcune aree agricole della Toscana, dell’Emilia-Romagna e del Piemonte, alle campagne lombarde e venete, persistono, nonostante la fondamentale legge anticaporalato (legge 199/2016), pratiche, interessi e sistemi di produzione fondati sullo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, soprattutto migranti, premessa peraltro di sistemi mafiosi di carattere nazionale e internazionale.

Il salario di un bracciante immigrato, anche nel 2020, per un orario medio che varia dalle 8 alle 14 ore giornaliere per circa 24-30 giorni di lavoro al mese, è in media di circa 650 euro, ossia inferiore di circa il 60% rispetto al contratto di lavoro, al lordo di quanto viene versato al “caporale” per trasporto, beni di prima necessità (acqua e cibo) e pernotto.

 

«Io sono Sikh – dice Rajinder Singh, bracciante nelle campagne del Comune di Sabaudia – ma non porto il turbante perché il padrone non vuole. Il mio padrone mi deve 40.000 euro. Credo che non li avrò più ma ho bisogno di quei soldi. Lavoro in una cooperativa agricola vicino Sabaudia, il lavoro è troppo duro e i soldi sono pochi. Prendo solo 400 euro al mese e ogni sera prego perché il caporale mi chiami per il giorno dopo...».

 

Gli atti intimidatori subiti dai lavoratori sono quotidiani, come gli infortuni, anche mortali, nei quali incorrono, spesso nascosti dai datori di lavoro per evitare problemi giudiziari e sindacali. Kuldip Singh, impiegato per sei anni come bracciante in un’azienda agricola di Latina, lavorava 16 ore al giorno per tutti i giorni del mese.

«Dormivo dentro una stalla insieme agli animali, mangiavo gli avanzi che il padrone gettava alle galline o al maiale e sono stato picchiato e minacciato di morte più volte...percepivo tra i 50 e i 150 euro al mese», afferma, mentre tradisce una legittima emozione. Tratto in salvo dal comando provinciale dei Carabinieri di Latina, ha deciso di denunciare il “padrone” e di costituirsi parte civile nel relativo processo.

 «Lavoro tutto il giorno per pochi euro – dichiara invece Hardeep Singh, bracciante indiano di 30 anni – e a volte anche di notte. Vado con la bicicletta al campo agricolo del padrone che mi indica il “caporale” e lavoro dalle 6.00 fino a sera tardi. Dipende dal padrone. Da contratto dovrei guadagnare 9 euro l’ora ma il padrone mi dà solo 3 o 4 euro. Come è possibile vivere così? A volte il padrone non mi paga due, tre, anche cinque mesi di stipendio. Non è vita così. Lui si compra grandi auto e tanta terra coi miei soldi, io cosa compro senza soldi? Il padrone mi deve dare ancora 20.000 euro. Sono un bravo Sikh e un bravo lavoratore ma lui non è un bravo padrone».

 

In questo sistema trovano posto anche la camorra, il clan dei Casalesi, la ‘ndrangheta e la mafia siciliana. Nel Comune di Fondi, nel Sud Pontino, ad esempio, si trova uno dei mercati ortofrutticoli più grandi d’Europa, già oggetto di numerose indagini, processi e interventi delle Forze dell’ordine per la presenza radicata di diverse mafie riunite in una sorta di consorteria in grado di gestire quasi l’intera filiera, a partire dalla logistica e dalla trasformazione dei prodotti ortofrutticoli, come ancora riconosce l’Eurispes. Ma non basta. Con la vigenza dei Decreti Sicurezza, la platea dei lavoratori e delle lavoratrici migranti sfruttati è stata ampliata. Lo ha riconosciuto, a gennaio del 2020, Amnesty Italia con lo studio I sommersi dell’accoglienza.

«I decreti sicurezza ‒ afferma Amnesty ‒ stanno generando ghettizzazione e povertà, sia economica sia sociale. Una situazione da non sottovalutare perché sta provocando l’aumento di vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali, come dimostrano i processi aperti. Oggi chi chiede asilo e i beneficiari, esclusi dal sistema di accoglienza, sono esposti a emarginazione sociale con un alto rischio di finire nelle maglie della criminalità».

A riconoscerlo è anche Marcel, ghanese giunto in Italia ormai quattro anni fa, a cui il Decreto Sicurezza ha cancellato il suo status umanitario.

«Lavoro adesso in un’azienda agricola di Villa Literno – afferma Marcel ‒ mentre prima stavo in un centro Sprar di Roma. Dopo il Decreto Sicurezza mi hanno cancellato lo status umanitario e trasferito in un centro vicino Castel Volturno dove ho iniziato a lavorare in agricoltura. Lavoro anche 12 ore al giorno, domenica compresa. Il padrone mi paga 300 euro al mese. Il lavoro è durissimo ma sempre meglio che restare in un centro senza fare nulla».

Senza una riforma complessiva delle norme e procedure che regolamentano il mercato del lavoro, i flussi migratori e il sistema di accoglienza, si legittima uno sfruttamento sistemico che consente di sviluppare profitti milionari e, nel contempo, la subordinazione di migliaia di persone, in piena contraddizione con quanto afferma la Costituzione italiana.

 

Immagine: Immigrati dal Bangladesh che lavorano nelle serre dove producono verdure e insalata, Latina, Lazio (5 giugno 2010). Crediti: PaolikPhotos / Shutterstock.com  

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