5 ottobre 2022

Carlo, influencer per l’ambiente

Siamo stati tutti fan da gigantografie sulle pareti. Sui muri delle nostre tane adolescenziali c’erano i personaggi che dominavano la scena pop. Il mondo non era ancora globalizzato e internetizzatto. I social non esistevano, e il grido d’allarme degli esperti si concentrava sul tempo trascorso davanti al piccolo schermo. Proprio attraverso il tubo catodico – con il rullo informativo in affanno rispetto all’istantaneità odierna – giungevano a noi dal Regno Unito le più disparate notizie sulle scorribande dei Windsor. I protagonisti di corte non tintinnavano di ferramenta punk, non infiammavano la controcultura underground, non erano portatori sani di look e non scalavano neppure la classifica dei tormentoni estivi più riusciti. Erano semplicemente normali e ingessati nel loro regale fumo di Londra. Il consumo senza eccessi – al limite della normalità – della televisione ci permise di capire che gli appartenenti alla real casa conducevano un’esistenza un filino più interessante di quella degli idoli dei poster che attaccavamo al muro con lo scotch.

 

Prendiamo Carlo, l’altra faccia del divertimento anni Ottanta. Privo di grinta e senza alcuna movenza dal ritmo marziale, il primogenito di Elisabetta II è stato uno degli emblemi più forti di quel frastornante decennio. Non certo per la turbolenta vita sentimentale che ha infarcito i tabloid scandalistici, ma per il prezioso contributo apportato alla causa ambientale fin dagli anni Settanta. Nei Novanta, nella fase in cui il buco dell’ozono aveva smesso di essere un argomento di conversazione, il principe di Galles ha riacceso la questione introducendo nel pubblico dibattito il tema del cambiamento climatico generato dai disastri dell’industrializzazione. Lo ha fatto prima che i leader delle grandi potenze mondiali ponessero la questione al centro dell’agenda politica, parlando perfino di alimentazione bio, di chilometro zero, di riuso e riciclo, e dei pericoli delle coltivazioni agricole intensive.

 

A fronte della nuova istanza lontana dall’usurato ritornello “sesso, droga e rock ‘n’ roll”, ma più incline all’ondata salutista che stava prendendo il sopravvento – una nutrita fetta di opinione pubblica ha compreso che l’erede al trono di san Giacomo aveva l’animo rock. Nessuna esagerazione. Non c’entrano gli eccessi alla Kate Moss di apparecchiare cocaina in uno studio di registrazione e di bere un’intera bottiglia di vodka in una sera, ma l’immensa dote di saper guardare oltre per sparigliare le carte. Carlo, in fondo, aveva aderito alla causa ambientale quando le grandi star della musica non immaginavano ancora che un giorno si sarebbero alternate sui palchi dei concerti per sensibilizzare le masse sulla causa del surriscaldamento globale.

 

Con l’avvento della comunicazione invasiva e dell’iperconnessione ai social – che hanno costretto gli esperti a dirottare il grido d’allarme sul tempo trascorso con lo smartphone in mano – si è generata una progressiva presa di coscienza. In anticipo su Greta Thunberg, il principe di Galles con foga centometrista ha invitato tutti a dar meno fastidio alla Terra, non sottraendosi neppure quando c’era da tuonare contro le lobby aziendali e gli scettici del cambiamento climatico. Lo ha fatto in maniera sempre più appassionata, diretta, e perfino inusuale per essere l’erede di una regina che ha fatto della misura e del contegno la cifra stilistica del suo regno. Seguendo il metodo Carlo, abbiamo iniziato a preferire la produzione locale e la stagionalità, a imboccare la via del riuso e del riciclo per impattare di meno, e a utilizzare soltanto tessuti di origine naturale. Da fervente ambientalista e sostenitore dell’economia circolare, infatti, il principe ha messo in circolo una serie di iniziative sull’utilizzo della lana – in quanto fibra biodegradabile – offrendo le ortiche della sua residenza di Highgrove alla produzione di una linea di abbigliamento ecosostenibile ideata da alcuni studenti della Oxford Brookes University.  Dopo essere stato per anni ingiustamente bistrattato da stampa e popolo, Carlo è riuscito non soltanto nell’impresa di essere annoverato fra gli attivisti di primissimo piano – al pari dei più illuminanti scienziati –, ma anche in quella più ardua di diventare una di quelle sacre e influenti icone pop da attaccare sull’armadietto.

 

Certo, a differenza di Liam Gallagher, il primogenito di Elisabetta II non aveva composto inni generazionali, non era stato campione di incassi, non era propenso alle furibonde risse nei pub londinesi con Paul Gascoigne, ex centrocampista del Tottenham. Ma in molti – o forse una sparuta minoranza – abbiamo continuato a trarre ispirazione dalla sua politica ambientale smettendo di far scorrere l’acqua senza ritegno e di scolare senza pensieri l’olio del tonno giù per lo scarico del lavandino, preferendo il più nutriente slow food al più saziante fast food e di far parte della soluzione e non del problema. Oggi che ha cambiato mestiere, divenuto re Carlo III, sentiamo il dovere di ringraziarlo. Non soltanto perché ha condotto con la caparbietà di un frontman rock una rivoluzione che ci ha migliorato la vita, ma per aver compiuto (a sua insaputa) la buonissima azione di farci guardare per un attimo indietro. Senza nostalgia, con divertimento. Come allora. Dio salvi il re! 

 

Immagine: Carlo III visita una mostra di prodotti culinari tradizionali fatti in casa, Saschiz, Romania (8 maggio 2008). Crediti: Mircea Rosca / Shutterstock.com

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