8 ottobre 2021

Cercansi infermieri disperatamente

Negli ultimi due anni chi fa l’infermiere ‒ uno dei lavori più usuranti ‒ spessissimo si è sentito definire un eroe su media e social. In effetti abbiamo visto uomini e donne in camice bianco stringere i denti giorno e notte in prima linea, negli ospedali e nelle case di riposo, contro la pandemia e il resto, insieme ai medici. Però al netto della retorica ‒ e anche degli insulti che si sono beccati da qualche estremista no-vax ‒ molti di loro, nel corso dell’emergenza, hanno giustamente affermato: non siamo eroi, facciamo con dedizione il nostro lavoro; purtroppo siamo in numero insufficiente e mal pagati.

 

Effettivamente in Italia gli infermieri occupati e attivi sono pochi: circa 385.000 su 454.000 iscritti agli albi (gli altri hanno cessato l’attività); a conti fatti ‒ secondo il rapporto Italia. Profilo della Sanità 2019, pubblicato nel 2020 dalla Commissione europea con l’OCSE ‒ nel nostro Paese si impiegano meno infermieri rispetto a quasi tutti gli Stati dell’Europa occidentale (a eccezione della Spagna). Inoltre il loro numero è notevolmente inferiore alla media dell’Unione Europea (5,8 infermieri per 1.000 abitanti in Italia, contro gli 8,5 medi nell’UE e i 9 nei Paesi sviluppati aderenti all’OCSE).

 

Non solo, gli infermieri italiani “vantano” gli stipendi tra i più bassi dell’UE: il salario netto medio di coloro che lavorano nel settore pubblico, a metà carriera, è di 1.410 euro netti al mese (in quello privato spesso pure meno); arrivano a 2.000 esclusivamente coloro che sono a fine carriera e con una certa specializzazione. Mentre in Germania e nel Regno Unito lo stipendio medio è di circa 2.500 euro; in Francia 1.600, in Spagna 1.700, in Belgio 2.000, in Svezia 2.500, in Svizzera 3.300 (sempre netti, con un costo della vita molto alto). La media, nell’Unione, arriva a 1.900 euro mensili.

 

I risultati? Dedizione, professionalità e orari massacranti non bastano. In questi ultimi mesi i titoli sulla carenza di infermieri, negli ospedali e nelle residenze sanitarie assistenziali (RSA), hanno invaso i media, anche perché i problemi, da Nord a Sud, si sono moltiplicati con la pandemia: ambulanze prive di personale, sale operatorie in parte chiuse per la stessa ragione, centri vaccinali con analoghi problemi. In difficoltà anche i servizi territoriali di base, quelli che rispondono alle esigenze di ambulatori, assistenza domiciliare e comunitaria.

 

Secondo un comunicato piuttosto duro della FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche), che risale al 14 settembre scorso, sono oltre 63.000 gli infermieri che mancano in Italia, con le maggiori carenze al Nord (27.000), seguito da Sud e isole (23.500) e Centro (13.000). Tra le regioni il maggiore fabbisogno si ha in Lombardia (9.368), Lazio (6.992) e Campania (6.299). I giovani se ne sono accorti, così nel 2020 quella in Scienze infermieristiche è stata l’unica laurea, tra le sanitarie, per la quale le domande sono aumentate dell’8%. Mentre per le altre sono diminuite.

 

Che fare? La FNOPI propone soluzioni a breve, medio e lungo termine. Tra queste, l’aumento dei posti disponibili nelle facoltà triennali di Scienze infermieristiche e incentivi contrattuali ed economici per il rientro di oltre 20.000 infermieri italiani che lavorano all’estero. È chiaro comunque che i neolaureati, pur con un leggero aumento dei posti nell’anno accademico 2021/22, prima di tre anni non saranno pronti; così come ‒ se per miracolo tornassero in un solo colpo tutti gli “emigrati” ‒ nella sanità italiana mancherebbero ancora 43.000 professionisti. Un altro contributo al rinfoltimento delle file potrebbe venire, in modo limitato, da infermieri stranieri, comunitari ed extracomunitari, che sono già più del 10%. Tuttavia, la vera soluzione del problema non può che consistere in un rilancio della formazione universitaria ‒ oggi ancora bloccata da lacci economici, burocratici, organizzativi e strutturali ‒ e della sanità pubblica.

«Gli infermieri non ci sono anche a causa dell’imbuto formativo (ne vengono formati meno di quelli necessari, ndr)», aveva sostenuto già a gennaio 2021, nel pieno della pandemia, Giuseppe Carbone, segretario generale della FIALS (Federazione Italiana Autonomie Locali e Sanità). Aveva aggiunto: «Quelli che ci sono si sentono stanchi di essere trattati come professionisti di serie B. Ferma restando la reale necessità di reclutare infermieri e di assumerli con contratti non precari, servono proposte reali». Aveva precisato la FNOPI: «Solo un nuovo contratto su dieci è a tempo indeterminato. Non possiamo considerare come risorse aggiuntive e stabili infermieri che hanno contratti a scadenza».

Ci sarà una svolta in tempi sensati? Ecco il parere di Luigi Pais dei Mori, presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche (OPI) della provincia di Belluno, libero professionista e titolare di uno studio di Infermieristica legale. «Da almeno un decennio lanciamo l’allarme. La pandemia ha soltanto reso evidente la situazione», dice ad Atlante. «Abbiamo già visto che attualmente c’è una carenza di più di 60.000 infermieri; se non si rimedierà, saranno 70.000 in meno nel 2028 e nel 2033 ne mancheranno quasi 90.000». Pais dei Mori punta il dito contro «una sequela di intoppi generati dalla politica sanitaria italiana». Tra questi, «un sistema universitario incapace di permettere a un numero sufficiente di giovani di accedere alla formazione universitaria».

 

Di certo, viste le carenze, nonostante gli stipendi non alti Scienze infermieristiche permette di trovare un’occupazione in modo veloce: oggi il 97% dei rari laureati, a un anno dalla conclusione degli studi, ha un buon lavoro. Peccato che ‒ paradossalmente ‒ capiti quello che dice il presidente dell’OPI bellunese: non ci sono abbastanza posti disponibili negli atenei. All’inizio dello scorso agosto la FNOPI e la Conferenza permanente Stato-Regioni aveva trovato un accordo per chiedere 23.719 studenti al primo anno nel 2021-22: 6.322 in più di quelli decretati “provvisoriamente” dal ministero dell’Università e Ricerca (MUR) a metà luglio e 7.495 in più rispetto allo scorso anno accademico. Tuttavia il MUR subito dopo ha limitato l’offerta in base alle disponibilità strutturali e di bilancio degli atenei, tornando a 17.394 posti, più 264 pediatrici.

 

«Considerando che il 10% degli studenti, tra chi rinuncia e tra chi continua dopo il triennio, non sarà disponibile fra tre anni, nel 2024 avremo comunque assai meno laureati di quelli necessari», sottolinea Pais dei Mori. E nell’anno accademico 2022-23 come andrà? Mistero. Insomma, appare piuttosto limitata la capacità del sistema universitario, dello Stato e delle Regioni di programmare gli ingressi e di rispondere alle esigenze del mercato, pubblico e privato. Non è una novità. Però in questo caso c’è in gioco la salute di tutti noi e la qualità dei livelli di assistenza. Forse sarebbe il caso di fare suonare la sveglia.

 

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