martedì 31 marzo 2021

Città sociale e città fisica: la produzione culturale a Roma Ovest

 

Il fermento culturale di Roma porta con sé una moltitudine di storie e percorsi differenti. Alla luce di una prima istantanea sull’intera area comunale della capitale, emerge con forza il territorio che afferisce al Municipio XIV, ricco di attività nate “dal basso” ma carente sotto il profilo dell’offerta culturale, pubblica e privata. Quest’area, nella parte ovest della città, presenta al suo interno forti disuguaglianze socio-economiche e una notevole eterogeneità storico-urbanistica, motivi per i quali si è deciso di approfondire l’universo di attivismo che la caratterizza.

 

Una pianificazione assente

L’offerta culturale pubblica e privata (cinema, teatri e biblioteche) nei municipi di Roma, come emerge dalla mappa 1, restituisce criticità particolarmente evidenti in diverse aree della città, con il valore più basso sia nominale che pro capite nel Municipio XIV: ogni 1.000 abitanti risulta esserci meno offerta culturale rispetto a tutti gli altri municipi. Questi primi dati sono stati il motore della ricerca, che si è svolta con interviste a individui e associazioni locali che hanno permesso di comprendere meglio la difficoltà di alcune zone urbanistiche del municipio da un punto di vista multidimensionale.

Un breve cenno storico è obbligatorio quando si studia la zona ovest di Roma; sconosciuta ai più, se ne parla poco a differenza di altre aree nella capitale, nonostante sia una zona determinante per comprendere l’espansione della città e il ruolo della speculazione edilizia nel suo sviluppo urbano e la conseguente evoluzione dei contesti culturali nei diversi territori.

Si notano grandi differenze storiche circa la nascita di due zone urbanistiche del municipio ‒ che rappresentano due poli distinti ‒ vicine ma molto diverse: Primavalle e Medaglie d’Oro. Lo sviluppo nevralgico dell’area nacque intorno alla borgata storica di Primavalle.

Alla fine degli anni Trenta, vennero spostate lungo l’asse viario centrale, oggi denominato via Federico Borromeo (centro della borgata di Primavalle), le persone residenti nell’attuale rione Borgo, vicino San Pietro. La ricollocazione delle famiglie fu il risultato della creazione, durante il fascismo, di via della Conciliazione, l’asse viario che collega il Lungotevere a San Pietro.

Diversa è la storia della nascita della zona di Medaglie d’Oro: mentre si lavorava negli anni Sessanta al nuovo piano regolatore per Roma Est, ad ovest si costruiva senza pianificazione sull’asse della nuova via Olimpica (costruita nel contesto delle Olimpiadi del 1960), vi era solo necessità di riempire di case i lotti, assembramento caotico di palazzine.

In questa zona la carenza dei servizi culturali deriva dall’estrazione sociale delle persone che sono andate ad abitare nei diversi territori, ad esempio l’area di Medaglie d’Oro, di matrice borghese-imprenditoriale, area edificata a seguito delle concessioni del Vaticano a speculatori borghesi, i ‘palazzinari’. Colpisce in questo senso la quantità di cartelli ‘Proprietà privata’ affissi per le strade della Balduina (quartiere principale della zona Medaglie d’Oro).

Secondo Rossella Marchini, architetta contattata da Scomodo e autrice del libro Roma, alla conquista del West, dedicato a una ricostruzione critica della storia urbanistica dell’Ovest di Roma, difficilmente un atteggiamento conservativo e orientato alla tutela della proprietà ha un impatto costruttivo sull’aggregazione socio-culturale. Ciò è evidente nei territori qui analizzati, dove l’assenza di pianificazione e l’edificazione selvaggia hanno portato con loro un fattore disgregativo sulla cittadinanza, improntata ad atteggiamenti maggiormente individualistici e legata prevalentemente attraverso reti commerciali tra i negozi di zona più che da un senso di comunità.

L’aggregazione socio-culturale nelle diverse zone urbanistiche è stata studiata in rapporto a più dimensioni della qualità della vita degli individui che vivono questa parte di città. È stato considerato in merito l’indice di disagio sociale [1], illustrato nella mappa 2.

Facendo zero la media romana, sono mostrati i valori con più esclusione sociale, economica e educativa nelle zone di Primavalle, Ottavia, Santa Maria di Galeria e Santa Maria della Pietà. Valori vicini alla media capitolina sono al Trionfale e a Castelluccia, mentre i valori migliori si riscontrano nelle zone di Medaglie d’Oro e Pineto.

Più avanti si parlerà della diversa distribuzione delle attività svolte dalle realtà associative che sono state contattate per approfondire questo articolo.

Una parentesi si apre per la zona urbanistica denominata Santa Maria della Pietà, dove erano attive numerose associazioni che operavano all’interno dei padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico S. Maria della Pietà, alcuni dei quali oggetto di una delibera di iniziativa popolare votata dal Comune di Roma nel 2015, dove peraltro si riconosceva il comprensorio come nuova centralità urbana. Delibera che è stata gradualmente disattesa, sino allo sgombero dell’Ex Lavanderia del 25 febbraio 2021.

 

Le due facce dell’attività culturale

I nuovi centri culturali, intesi come centri nevralgici della cittadinanza attiva, sono una vera e propria cartina al tornasole quando si tratta di sviluppo urbano: legati a doppio filo con lo sviluppo storico-urbanistico dei quartieri, da un lato ne riflettono le scelte, dall’altro possono indirizzare la crescita quando trovano risonanza nelle istituzioni. Studiare questa relazione allora, diventa cruciale per comprendere l’impatto delle politiche territoriali sulla cittadinanza attiva e sulla produzione culturale.

Indice particolarmente interessante è la tipologia di intervento svolto dai centri: se volgiamo lo sguardo verso le aree di Pineto e Medaglie d’Oro infatti, la prevalenza di attività ambientali e volte alla cura del decoro è netta, a fronte di una carenza importante di attività culturali. Fanno eccezione alcune attività del Comitato di quartiere quali un cinema all’aperto giunto alla quarta edizione, e mostre fotografiche sulla storia del quartiere.

In un’area urbanistica che sin dalla sua edificazione (priva di un piano pubblico) è stata lasciata nelle mani dei privati, anche la sola cura di un parco, di una piazza, di un casotto, diventa un esperimento sociale per imparare a vivere i luoghi e creare un senso di comunità. In questo senso possiamo collocare la tipologia di intervento di queste aree in una fase embrionale, testimoniata anche dalla mancanza di una rete stabile tra associazioni, nonché dall’età dei centri: 8 su 11 sono nati tra il 2012 e il 2016. Quest’ultimo dato desta poi un certo interesse se si considera che nel 2014 è stato inaugurato il parco ciclopedonale, l’ultimo intervento pubblico sull’area ‒ nonché l’unico in circa trent’anni, insieme alla riqualificazione del parco di Proba Petronia. Indice, questo, della funzione propulsiva che può avere un intervento strutturale sulla vita associativa, anche fosse soltanto per prevenire o reagire all’abbandono di uno spazio.

 

Quando la volontà politica manca, l’offerta aggregativa e culturale è lasciata alle varianti del caso: l’età anagrafica, la convenienza di investimenti privati, lo spostamento dell’offerta culturale verso il Municipio I del centro storico.

 

Volgendo lo sguardo non molto lontano, invece, la situazione è praticamente agli antipodi. Primavalle, infatti, pur non godendo di una situazione amministrativa migliore, è costellata di associazioni plurime sia per attività che provenienza. Dall’Accademia dei musici a Invisibile-Ex Muracci Nostri, passando per il Teatro della casetta o l’Associazione Cotogni, il collante delle varie organizzazioni è un forte senso di comunità. Il quartiere vanta una serie di fattori e specificità che creano un ambiente socio-culturale sui generis all’interno del municipio: una delle più alte densità abitative d’Italia, la forte presenza di punti di aggregazione e delle condizioni di vita spesso non agiate diventano, infatti, elementi di coesione e condivisione.

Una comunità quindi non liquida, fatta di persone radicate nel territorio e che cercano di sopperire, per amore della collettività e del quartiere, alle mancanze istituzionali attraverso la loro azione dal basso.

La pandemia ha reso ancora più evidente la capacità delle associazioni stesse di muoversi in maniera aggregata, le quali ‒ indipendentemente dalla loro storia o natura, coinvolgendo anche sindacati come l’Unione Inquilini ‒ si sono ritrovate insieme per un lavoro di sussidiarietà, supporto e solidarietà.

Oltre alla cura di necessità pratiche, gran parte delle associazioni si convoglia sulla mancanza di offerta culturale. Un’esigenza aleatoria, apparentemente non visibile ma che sta emergendo con sempre più evidenza non solo dal lato della produzione ma da parte della popolazione stessa. Significativo, da questo punto di vista, che il libro La storia di Primavalle. Dalla preistoria ai giorni nostri (2020) di Alessandro Guarnacci e Gianluca Chiovelli abbia venduto, nella sola area di Primavalle, 1.500 copie in due mesi, secondo le informazioni fornite dagli autori. Gli stessi autori sono parte dell’associazione Primavalle in Rete, che opera all’interno della biblioteca Franco Basaglia, il cui lavoro di ricostruzione storica del territorio ha generato per gli abitanti una nuova narrazione per il territorio fuori dagli stereotipi.

La mancanza di sostegno istituzionale però spaventa: la paura è che questo senso di comunità non basti, che le persone possano perdere la speranza e la forza di organizzarsi autonomamente. I loro timori non sono certamente infondati ma hanno una memoria, che racconta la chiusura di diversi locali, e uno sguardo sul presente non più rassicurante, che mostra invece realtà volenterose ma che, senza aiuti esterni, non riescono a radicarsi sul territorio. Un esempio per tutti è quello di Vengo da Primavalle che da anni attende senza alcun successo l’assegnazione di un locale da parte dell’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale pubblica) in seguito alla vittoria di un bando.

 

Alla proliferazione di attività ambientali, urbanistiche e socio-culturali distribuite in questi territori, fa da contraltare un supporto latente a livello amministrativo, reso evidente dall’assenza di uffici pubblici o amministrativi nella zona di Balduina. Il risultato è una generale carenza avvertita equamente da tutte le realtà associative, le quali si spendono in modo autonomo in favore del proprio territorio e, più largamente, del tessuto cittadino di Roma. È il caso, ad esempio, del Casotto Monte Ciocci nato per l’esigenza di salvaguardare la restante zona verde del parco Monte Ciocci, abbandonato all’incuria. Altre volte l’aggregazione spontanea dei cittadini non ha incontrato l’interesse vivo delle istituzioni, quanto piuttosto un dialogo con singoli assessori delle diverse giunte susseguitesi negli anni. Ciò che viene rivendicato dalle associazioni è una maggiore attenzione e, in particolare, lo stanziamento di investimenti pubblici per riqualificare gli spazi collettivi del quartiere. A Primavalle, una situazione all’incirca analoga. Maurizio Fortini, presidente dell’Accademia dei musici, sostiene che se la cultura è viva è unicamente grazie alle associazioni, le quali combattono autonomamente la «miopia istituzionale». A prevalere in questo municipio, infatti, è il senso di sfiducia proprio da parte delle istituzioni nei confronti dei progetti socio-culturali promossi dalle realtà associative. Anche Federica Mancini, del Teatro la Casetta, insiste sulla mancanza di supporti e investimenti nella cultura e nello spettacolo, ribadendo al contrario il necessario bisogno di cooperazione sociale e umana tra i singoli cittadini e le figure politiche di riferimento. Una narrazione leggermente differente è quella che arriva dall’Unione Inquilini: sebbene il tipo di collaborazione di tale realtà con le istituzioni sia di stampo top-down, essa ha gli strumenti e la struttura per esercitare la pressione necessaria per invertire tale tendenza rispetto ad alcune vertenze. Nel complesso, il sentimento che si ricava dalla testimonianza delle associazioni è di difficoltà, poiché a sommarsi alla stasi degli interventi è la mancanza di progettualità.

 

Valore e progettualità

Questa analisi vuole essere un altro tassello utile alla costruzione di una narrativa più inclusiva e trasversale delle esperienze maturate nei nuovi centri culturali romani. Il concetto della progettazione e quello del valore sono le due bussole da seguire per futuri studi sul territorio di Roma. Aree come quella ovest, dove le istituzioni locali hanno sempre considerato il valore come rendita economica, avrebbero necessità di essere valutate in un’ottica multidimensionale. La gestione di dimensioni come la promozione culturale e la tutela ambientale costituiscono due esempi di creazione di valori e comunità. La progettazione, infine, la grande assente durante la costruzione di aree come Medaglie d’Oro, costituisce lo strumento per un sistema amministrativo che riconosca le nuove centralità culturali e le consideri una parte necessaria per la costruzione di una città sociale, importante quanto quella fisica.

 

[1] Tale indice comprende i residenti tra 15 e 52 anni che non hanno conseguito il diploma della scuola secondaria di primo grado; i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (i cosiddetti NEET); le famiglie con potenziale disagio economico, definite come i nuclei con figli la cui persona di riferimento ha meno di 64 anni e nelle quali nessun componente è occupato o pensionato; l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile (popolazione con meno di 25 anni) e scolarizzazione (diploma superiore o laurea).

 

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Crediti immagine di copertina: Maria Marzano

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