1 agosto 2021

Come alberi dentro al mondo: segnali dal corpo classe

 

Tra le caratteristiche di un buon insegnante, i manuali indicano sicuramente la capacità di progettare e programmare la propria azione didattica. Cercare di seguire tale orientamento, durante l’anno scolastico appena trascorso, poteva apparire come il vano e cieco tentativo di agire secondo categorie inattuali e prive di dialogo con la realtà. Mi sono interrogata quotidianamente sulla questione, su come potere mantenere fisso e saldo l’orizzonte del mio – quindi anche dei miei studenti – cammino educativo e didattico, mentre tutto attorno sembrava sfaldarsi e scivolare verso il vuoto e l’inafferrabile. Il ritorno in classe, tra banchi monoposto, gel igienizzante, mascherine e il terrore di sfiorare l’altro o qualunque cosa gli appartenesse, avevano forse dato l’illusione di potere riconquistare la tanto desiderata normalità seguendo le norme di sicurezza, che bastasse trasferire i nostri consueti stili di vita, e soprattutto di pensiero, dentro aule più ampie imbevute di disinfettante. Immediatamente ci si è resi conto che forse occorreva cambiare sguardo e postura, che bisognava cercare un modo per restituire al linguaggio quella dimensione non verbale che la distanza fisica, la mascherina e il rispetto delle norme spesso impedivano.

Ritrovare i miei alunni a settembre 2020 e non potere leggere la risposta nei loro volti, in parte coperti, alle mie parole, non riuscire a sentire la vicinanza di quei corpi che fanno la classe, è stata quella spia che mi ha ricordato e confermato la prima e imprescindibile natura della relazione, quella corporea. Durante l’anno scolastico precedente, la situazione per tutti inedita del lockdown, rivelando i vantaggi e le risorse della tecnologia, aveva creato una sorta di semi-mondo virtuale in cui le relazioni, proprio perché potenziate, risultavano spesso svuotate. L’obiettivo primo della didattica a distanza (DAD), i cui benefici vanno riconosciuti e sottolineati nel suo contesto emergenziale, era stato d’altronde quello di mantenere accesa la relazione, di attuare quella che è stata definita “pedagogia del contatto” in un momento in cui tutti i nostri corpi erano prigionieri delle mura domestiche e dei monitor. Abbiamo continuato a giocare la partita dalle nostre case, guardando le cronache del mondo attraverso uno schermo e cercando di trasmettere agli alunni, prima ancora dei contenuti, una presenza che, dato il momento e la distanza, non doveva (e non voleva) fare i conti con il corpo.

Quest’anno, invece, l’alternanza tra didattica in presenza e didattica mista, zona rossa, arancione e gialla, chiusura di alcuni luoghi e apertura di altri, ha provocato reazioni schizofreniche e costretto il corpo, per mesi adagiatosi dietro a uno schermo, a interrogarsi sulle modalità più adeguate di entrare in relazione con l’altro e con lo spazio.

Un giorno, collegata con i miei studenti da un’aula vuota, durante la lettura e il commento di alcuni versi dell’Epopea di Gilgamesh, percependo l’anomalia o l’assurdità della situazione, mi sono fermata e ho chiesto quale significato potesse avere, secondo loro, ritrovarsi insieme a leggere, a distanza, un poema di migliaia di anni fa in un momento d’emergenza. Attivando il microfono e spezzando il silenzio vuoto della videochiamata, sono giunte parole formulate tutte a partire dal pensiero e dalla mente. Non c’è stata eco. Con gli stessi alunni, ritrovandoci dopo mesi in presenza, durante la lettura dei poemi omerici, la voce dei versi sembrava, invece, incontrare i loro corpi. Gli sguardi accesi restituivano la visione narrata e il silenzio prendeva la forma del loro esserci: l’aula allora, con i loro corpi, diveniva classe, cioè quel luogo fisico e simbolico in cui l’io accade perché incontra l’altro, lo percepisce nella sua diversità, che è prima di tutto alterità, e impara ad abitare lo spazio della relazione.

Nei mesi per me più difficili dell’anno, quando la primavera aveva iniziato a depositare segni del suo passaggio sui marciapiedi, a mostrarci i tempi e i profumi della fioritura, la mattina, camminando verso scuola, percorrevo una delle poche vie della città che custodisce il silenzio e le ombre di alberi secolari. Lì, la meraviglia arborea non inganna la forza della sua presenza, il violento dominio delle radici che sollevano l’asfalto costringe il piede ad adattarsi, a seguire con attenzione il pavimento. In quell’attraversamento trovavo risposta alle mie domande quotidiane: come pensare di progettare nell’incertezza, cosa consegnare ai ragazzi di questo tempo, come stare di fronte al dolore, visibile nei volti, senza censurarlo, ma non consegnandogli l’ultima parola. Avrei voluto che fosse il cielo a parlare, a rivelare in classe il segreto del cammino, a dire che quello non era il tempo della parola umana e che allora forse bisognava stare come gli alberi dentro al mondo, vicini e intrecciati a fare insieme ombra. Non temere la forza delle radici e benedire la prepotenza della vita che solleva il pavimento.

 

Immagine: Piet Mondrian, Albero rosso. Crediti: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

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