8 aprile 2020

Come cambiano le parole della politica

Intervista a Ettore Maria Colombo

 

Intervista a Ettore Maria Colombo

 

La parola, lo sapete, è la nostra passione. È lo strumento che l’uomo ha imparato a utilizzare per comunicare, creando strutture via via più complesse. Man mano che la parola “cresceva” aumentavano il suo significato e la sua profondità. Abbiamo toccato livelli altissimi, è cresciuta e si è trasformata. E c’è un ambito in cui questa trasformazione si è resa più evidente: la politica.

Ettore Maria Colombo, giornalista, alle parole della politica ha dedicato un dizionario, Piove governo ladro (ed. All Around). Il cambiamento, o forse sarebbe più corretto dire, la de-generazione della politica italiana che è andata di pari passo con l’arretramento dell’uso della parola è al centro del suo libro.

 

Perché questo libro?

Di libri, in particolare di dizionari della politica non ce ne erano da parecchio. L’unico è quello di Gino Pallotta del 1978 Dizionario del politichese. Il mio libro ha un taglio più prettamente giornalistico, diviso in tre parti. Una prima sezione che si intitola Tanto qui è tutto un magna magna dedicata alle frasi fatte, ai luoghi comuni della politica. Nella seconda, molto più ampia, trova posto Il dizionario del politichese che analizza tutti i termini utilizzati dalla politica, da quelli più astrusi ai più ricorrenti e che hanno resistito fino a oggi. Infine, il terzo capitolo risponde alla domanda Chi lo ha detto?: un excursus dalla Prima alla Terza Repubblica.

 

Quali sono le parole che hanno lasciato di più nell’immaginario collettivo?

Sono tante e molto diverse, in realtà. Le parole più in voga della politica italiana vecchia e nuova, le troviamo sia sotto forma di un contemporaneo hashtag sia sotto forma di modi di dire. Si va dal più recente zingaraccia e pieni poteri di Salvini, a gufi e rosiconi di Renzi, ma anche Enrico stai sereno, arrivo arrivo per concludere con il vaffa di Grillo e altro ancora. Ma nella politica italiana non sono mancati animali e piante.

 

Ci sono parole del passato che ricorrono spesso…

Sì, infatti. Le convergenze parallele, ad esempio, di Aldo Moro (erroneamente attribuite al compromesso storico) tornano spesso. Così come i due diarchi utilizzato per definire il rapporto Salvini-Di Maio. E ancora la politica dei caminetti, l’ago della bilancia di Bettino Craxi che ripete spesso Luigi Di Maio.

 

Come sono cambiate le parole della politica?

Sono cambiate tantissimo ma perché sono cambiati anche i politici. La politica italiana della Prima Repubblica era un linguaggio aulico, anche astruso e poco comprensibile, con latinismi e francesismi. Penso a De Gasperi, Moro, Berlinguer, Craxi, De Mita per i quali un discorso, le parole non avevano quasi mai un unico significato. Comunque alto, forbito, con un eloquio raffinato. Nella Seconda Repubblica Berlusconi e Bossi hanno la parte maggiore e innovano nel linguaggio che diventa molto più aspro da un lato, e facile e immediato dall’altro. A loro, a Bossi in particolare, si deve l’introduzione delle parolacce nella politica. Lì il politico dice al cittadino “io parlo come te”, e crea un rapporto simpatetico. Nella Terza Repubblica, avendo letto di tutto per la bibliografia compreso il Vocabolario delle Parole dell’Enciclopedia Treccani, ho potuto studiare come i politici parlino peggio di come parli il cittadino. Le parole utilizzate sono basse, infime, fanno spesso ricorso a slogan da social. C’è un uso ricorrente del turpiloquio, per nulla raffinato, per nulla complesso. E soprattutto un linguaggio, un uso della parola molto violento. Almeno fino allo scoppio della pandemia del Coronavirus.

 

Quali sono le parole dell’emergenza Coronavirus che resteranno?

Ce ne sono alcune di uso molto comune come epidemia, pandemia, Coronavirus, distanziamento sociale. Si sono stravolte le abitudini degli italiani ma anche della politica che lavora con modalità molto diverse. E quindi smart working, voto a distanza, oppure Commissione Speciale o ancora DPCM che usa spesso, a volte in maniera disinvolta, il premier Conte. L’intera classe politica ne uscirà stravolta. In epoca di pandemia ci si affida al leader di turno e così anche Conte sembra Churchill nell’ora più buia. Il Presidente del Consiglio ha usato spesso l’espressione nessuno resterà indietro, un’altra formula che sicuramente ricorderemo a lungo.

 

Un libro che è soprattutto una fotografia dei migliori (e peggiori) anni della politica italiana, dei palazzi e dei suoi abitanti. Una fotografia di come le parole siano state prese, utilizzate, rimasticate, spesso maltrattate, uno specchio di quello che siamo diventati.

 

Crediti immagine: Robert Kneschke / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0