3 gennaio 2021

Come ci ha cambiati il 2020

Tentare un bilancio del 2020 fa misurare plasticamente l’inutilità di ogni previsione. Astrologi, scansatevi. Futurologi, nascondetevi. Nessuno, a dicembre 2019, avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare quello che è successo.

E che cosa è successo? O meglio: che cosa è successo veramente? Perché i fatti, sì, più o meno li conosciamo: è arrivato un virus inaspettato e impensabile, la cui conseguenza è stata una pandemia che ha fatto ammalare e poi morire un po’ di gente, producendo degli effetti collaterali sulle relazioni sociali (quello che avremmo imparato a chiamare distanziamento), che a sua volta ha prodotto una crisi economica più seria di altre. Tutto qui, potremmo dire. Niente di tragico, in fondo, o di realmente rovinoso. La storia ci ha abituato spesso a scenari di questo genere, e anche solo nel secolo che ci sta alle spalle ne abbiamo vissuti di ben altrimenti catastrofici: cos’è qualche decina di migliaia di morti, per lo più anziani, e una perdita di ricchezza intorno al 12%, di fronte alle distruzioni di una guerra, al sacrificio di intere giovani generazioni, o agli orrori quotidiani di un totalitarismo, per dire? Ma in realtà c’è stato qualcosa di più e di più profondo: che ha cambiato più che in altri momenti il clima emotivo in cui siamo immersi. Con conseguenze più serie di quelle che ci si sarebbero legittimamente potute aspettare, esercitando l’analisi del presente con un minimo di distacco critico.

In realtà, quello che è avvenuto, è stato uno stop brusco a una corsa forsennata, di cui non avevamo chiarissima la direzione, e le cui premesse erano fondate su basi meno solide di quelle che ci raccontavamo. Che ci ha costretto a una presa di coscienza brutale e improvvisa: che stiamo appena cominciando a metabolizzare e razionalizzare – ma che abbiamo cominciato subito a sentire. Ed è questa la parte più importante. Quella che improvvisamente ha reso di attualità tutte le distopie che consumavamo avidamente nella science fiction dei romanzi e delle serie televisive. Facendoci misurare di nuovo con paure antiche e potenti, precipitandoci in una crisi economica più grave di quanto mostrino i numeri (perché è orribilmente mal distribuita, è una crisi di senso e di fiducia nella bontà del sistema), trasformando radicalmente la nostra gerarchia di aspettative, aprendo a scenari di limitazione – consentita, se non consensuale – delle nostre libertà che avremmo considerato inaccettabili fino al giorno prima. E tutto ciò, prima ancora di capirlo – ancora non lo capiamo veramente – lo percepiamo.

Questo, è successo. Che ci siamo scoperti fragili: come individui, alla mercé di un nemico invisibile (e proprio per questo più terrorizzante, come nei film horror), come collettività e comunità (obbligati a distanziarci per non più esserlo), e come sistema (economico, ma anche decisionale e quindi politico: tuttora impallato in un groviglio di incompetenza, inadeguatezza, pressapochismo, impreparazione, lentezza di reazione e ritardi da cui non sembra saper uscire). Il tutto immerso in una bulimica quotidiana insopportabile ossessione ed esposizione mediatica, che nulla produce sul piano informativo, e moltissimo contribuisce all’isteria collettiva, e ad alimentare in un circolo vizioso di cui assurdamente non ci rendiamo conto proprio i timori che dovrebbe aiutarci a comprendere ed esorcizzare.

Abbiamo riscoperto che la morte esiste ed è persino possibile, cosa che – credendoci amortali – avevamo rimosso (ancora una volta, come individui, come collettività e come sistemi). Lo stesso per la malattia e per il male, che eravamo assurdamente convinti fossero due cose diverse, e invece abbiamo riscoperto uniti non solo nell’origine della parola (mentre ancora non abbiamo riscoperto che pure salute e salvezza originano dalla medesima parola, salus, che infatti in latino traduce entrambe le cose).

Abbiamo dovuto prendere atto che la nostra società è attraversata e inibita da mali pesanti e di lungo periodo, che molto hanno contribuito alla crisi di senso e di fiducia di cui sopra, e che le decisioni prese hanno peraltro aggravato drammaticamente: pensiamo in particolare alle diseguaglianze già evidenti, che ci hanno resi diversi di fronte al destino, che forse di fronte al virus dovremmo ricominciare a chiamare fato. Diseguaglianze di fronte alla morte e dentro la vita, dovute alle “3 G” che sbilanciano le nostre società: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni[1]. Tra chi ha potuto mantenere un reddito sostanzialmente inalterato (titolari di un reddito fisso – un salario pubblico, pensioni, ma anche rendite – e pezzi significativi di privato che l’hanno visto anche accrescersi) e chi invece l’ha perso in tutto o in parte. Tra maschi e femmine, in un Paese in cui erano già ben visibili, e molto più lente a ridursi rispetto ad altri Paesi sviluppati con cui amiamo compararci: perché il costo vero delle scelte fatte e ancor più non fatte (si pensi al disinteresse per la scuola e i bambini) si è scaricato soprattutto sulle donne, costrette a rinunciare a redditi già prima più bassi per occuparsi della prole, di cui improvvisamente non si è occupato più nessun altro, né istituzioni né servizi. Tra le fasce di popolazione più anziane e quelle più giovani, già gravissime prima, in un Paese con la natalità più bassa d’Europa, il maggior disequilibrio negativo tra nati e morti, l’età media più elevata, le proiezioni più drammatiche nel rapporto tra popolazione attiva e pensionati (che potrebbe diventare di uno a uno tra poco più di vent’anni), la permanenza crescente dei giovani nelle famiglie d’origine (un impressionante due terzi nella fascia 18-34 anni), la più alta disoccupazione giovanile e il più elevato numero di NEET, sulle cui spalle in pochi mesi abbiamo caricato quasi duecento miliardi di ulteriore debito pubblico, in misure non strutturali e quindi spesso di dubbia utilità per loro, e di cui rischiano quindi di beneficiare molto poco, rispetto ad altri. E tutto questo perché le decisioni le hanno prese soprattutto le persone appartenenti al lato già più avvantaggiato delle tre fratture esaminate: garantiti, maschi, anziani.

Questo quello che abbiamo scoperto o riscoperto. Insieme ad altre cose. Relazioni, sì, l’abbiamo capito che servono: e possibilmente recuperando solidarietà ed empatia. Spazio: quando ci hanno rinchiusi, ne abbiamo compreso l’importanza. Aria, possibilmente pulita: quando ce ne hanno lasciata solo un’ora, come i carcerati, abbiamo capito quanto fosse preziosa. Tecnologia: il salto quantico che abbiamo fatto, irreversibile, ci ha cambiati e ha cambiato la società – pensiamo alla scuola e all’istruzione, non solo allo smart working – più di quanto ci siamo accorti (ma rischia anch’esso di aggravare le diseguaglianze tra chi può e sa accedervi e chi no). Ma, sorprendentemente, proprio nei mesi di lockdown in cui non ci siamo nutriti d’altro, e non avremmo saputo come passare le nostre giornate senza (cosa sarebbero state le nostre giornate senza film e serie televisive, senza musica, senza libri, senza tutte le cose lette, scritte e viste on-line?) dichiaravamo nei sondaggi che il settore meno importante della società era la cultura, e l’abbiamo chiuso senza pietà, lasciandolo solo e privo di aiuti.

Quello che invece ci manca ancora da riscoprire (potremo farlo solo quando ci saremo ripresi dalla botta emotiva e, smettendo di leccarci le ferite, ci daremo da fare per riscostruire, aprendoci quindi inevitabilmente alla fiducia e alla speranza che ogni progettualità implica – dunque da qualche parte nel prossimo futuro) è la virtù della resilienza: perché il contrario di fragilità non è forza, come spesso crediamo, ma, appunto, resilienza. Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà.

 

[1] Ne ho parlato in Tre linee di frattura (in Il mondo dopo la fine del mondo, Laterza, 2020, pp. 3-12), e alcune sono ampiamente delineate in La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020, uscito appena dopo il primo lockdown, delle cui conseguenze già teneva conto.

 

Immagine: Nico Vascellari, In dark times we must dream with open eyes, 2019. Crediti: Per gentile concessione dell’artista

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