5 settembre 2021

Come disinnescare la mina del terrore

Il Profeta Muhammad era un estremista islamico? Il Corano è un manuale di guerra e di terrore? L'Islàm e l'Occidente sono due universi inconciliabili e irrimediabilmente ostili? Credo siano questi i tre temi cruciali che occorre affrontare con energia per rispondere, vent'anni dopo la tragedia dell'undici settembre, alla nuova sfida che il fanatismo islamista sta lanciando al mondo libero con il crollo dell'illusione afghana, il trionfo dei talebani, il ritorno di Al Qaeda e la sanguinaria resurrezione asiatica dell'Isis.

La scritta in arabo che tutti i gihadisti ostentano ossessivamente sulle loro bandiere dice: “Non v'è dio se non Allah, e Muhammad è l'Inviato di Allah”. Questa non è altro che la shahàda, la professione di fede islamica. Chiunque la reciti tre volte in presenza di un imàm diventa ipso facto un musulmano. Dunque è da lì che occorre partire per disinnescare la mina tremenda del terrore in nome di Dio. Colpire quell'ordigno dall'esterno, con missili e cannoni, può servire solo a rimandare la soluzione del problema. Anche l'opera di intelligence è in realtà soltanto una cura palliativa. Il nodo profondo è quello culturale. E occorre perciò lavorare con pazienza all'interno dell'ordigno, con la perizia dei coraggiosi artificieri, perché quella mina, in realtà, è uno dei più enormi falsi mai fabbricati nella storia da menti diaboliche e nemiche del vero Islàm.

Cominciamo da Allah. All'inizio di ogni sura coranica, Allah è definito “il Clemente il Misericordioso”. Ogni parola, ogni sillaba, ogni singola lettera del Kitàb Karìm, il Nobile Libro, si devono recitare, appunto, “nel nome di Allah il Clemente il Misericordioso”. Dunque, chi tradisce la clemenza e la misericordia tradisce Allah. Chi aggredisce per primo, chi si macchia di violenza gratuita, di crudeltà, di ogni eccesso spietato, tradisce Allah. Lo stesso Corano (sura 2, 190) esprime questo concetto con chiarezza inequivocabile: «E combattete sul sentiero di Allah quelli che combattono voi, ma non eccedete: invero, Allah non ama gli eccessivi.» Con questo, gli estremisti e i fanatici di ogni risma sono ben serviti: il Corano li condanna con fermezza, senza possibilità di appello.

“Non v'è dio se non Allah”, dice la shahàda. Dunque, chi si crea un altro dio tradisce Allah, commette idolatria. Ma gl'islamisti fanatici che cosa fanno, appunto, se non adorare un altro dio? Non sorprenda questa affermazione. La questione è semplicissima: i fanatici non adorano Allah, ma la sharìa, ossia la legge islamica da loro interpretata in modo assolutamente arbitrario e privo sovente di ogni vero aggancio con il testo coranico. Questa sharìa oscurantista e tribale è in realtà il loro unico dio, al quale sono ciecamente sottomessi. Per dirla con le parole di Gesù, per i fanatici ciò che conta non è l'uomo, ma il Sabato. Non la legge è al servizio dell'uomo, ma l'uomo è al servizio della legge. E in questo modo la religione si trasforma in un carcere disumano. E i difensori della fede si trasformano in aguzzini: i mostri barbuti armati di frusta e di kalashnikov.

A questi mu'tadìn (“eccessivi”, “estremisti”, per riprendere il già citato versetto coranico) la comunità islamica mondiale che si ispira al vero spirito del Corano non può rispondere se non ribattendo punto per punto alle false normative della sharìa oscurantista. E questo è in effetti ciò che da molto tempo l'Islàm moderato sta cercando di fare, sia nei Paesi islamici, sia in quelli occidentali dove ormai vivono milioni di musulmani.

Un esempio che vale per tutti è quello relativo alla questione del velo delle donne. Ne discussi dieci anni fa nella madrasa della grande moschea di Rabat con un gruppo di giovani murshidàt, le donne-imàm istituite nel 2006 in Marocco dopo la promulgazione del nuovo Codice dei diritti personali voluta dal re Muhammad VI. Ebbene, per quanto possa apparire incredibile, tutto l'enorme castello della “copertura” del corpo femminile, dal più semplice higiàb fino all'orrenda tomba del burqa integrale, poggia su tre soli versetti del Corano: 30 e 31 della sura 24, e 59 della sura 33. E che cosa dicono questi tre versetti? In sostanza, quasi niente! Nient'altro che la raccomandazione di elementari norme di igiene e di decenza, come quella di coprirsi le pudenda; e questo vale sia per le donne sia per gli uomini, come si legge chiaramente in 24, 30: «Dì ai credenti di abbassare lo sguardo e di custodire le loro parti intime». Si badi bene: ai credenti, non “alle” credenti. Il famoso versetto 59 della sura 33, poi, detto anche “il versetto del velo”, è addirittura sconcertante. Non dice altro che le donne devono “lasciar cadere su di loro le loro vesti”. Ossia, che non devono mostrarsi fuori casa nude o seminude, tutto qui! Che devono vestirsi, ovviamente, con le loro tuniche tradizionali (gialabìb, plurale di gilbàb) che coprono il corpo dal petto alle caviglie. La copertura del viso e della testa non è assolutamente menzionata. E le murshidàt in coro mi dissero appunto che l'interpretazione fondamentalista di questo versetto era per loro una vera follia. E c'è perfino di più, perché lo stesso versetto 59 dice che in tal modo le donne potranno “essere riconosciute, senza essere molestate”: “essere riconosciute”, dunque – yu'rafna nel testo coranico, con la vocalizzazione del verbo al passivo – che è l'esatto contrario di coprirsi fino a rendersi irriconoscibili.

Ma ora veniamo a Muhammad, l'Inviato di Allah. Per i musulmani è lui l'ideale umano a cui ci si deve ispirare. Come i cristiani dovrebbero imitare Cristo, così i musulmani dovrebbero imitare in tutto e per tutto il loro Profeta. Ed è proprio su questo punto che ci attendono forse le sorprese più grandi. Anche perché è proprio sulla figura di Muhammad che nei secoli si sono create in Occidente le più assurde e fosche leggende. Chi fu egli allora? Che cosa dice di lui la vera antica tradizione islamica? Fu forse il prototipo del fanatico gihadista torvo, intollerante e sanguinario?  Ebbene no. Anzi, sorpresa: tutte le tradizioni, ma proprio tutte, lo descrivono come un uomo pio ma tollerante, moderato, di buon carattere, incline al sorriso, modesto, e innamorato – come recita un celebre hadìth – “delle donne, dei profumi e della preghiera”. Muhammad non sopportava, in particolar modo, la violenza nei confronti delle donne, dei bambini, dei deboli e degli indifesi. La sua pietà giungeva al punto, ben raro per quell'epoca, di fargli giudicare disumana la crudeltà nei confronti degli animali.

Ma sul suo amore per la moderazione potrebbe valere per tutti un divertente aneddoto narrato nel fondamentale Sahìh (“Autentico”) del tradizionista al-Bukhari vissuto nel IX secolo. Un giorno Muhammad venne a trovarsi con alcuni suoi compagni in una valle deserta e silenziosa. Presi dall'esaltazione religiosa, i compagni si diedero a pronunciare le due invocazioni “non v'è dio se non Allah” e “Allah è il più grande” con voci smodatamente forti. Infastidito da quell'eccesso, Muhammad li rimproverò: “O gente, calma! Moderatevi un po'. Non state invocando né un sordo, né uno che non c'è”.

Naturalmente, potrei andare avanti a riempire pagine e pagine con altri esempi. Ma non serve. Ciò che conta è l'essenza del discorso. Ecco, io credo che solo con queste armi si possano debellare i criminali che usano Dio, e osano pronunciarne il nome, solo per vincere le loro guerre mondane. La vittoria del Bene, alla fine, si potrà ottenere solo lottando strenuamente e fiduciosamente sul fronte della conoscenza, dell'esempio e della persuasione. A chi gli domandava in che modo si potesse sconfiggere la violenza del Male, Francesco d'Assisi un giorno rispose: «Perché aggredire le tenebre? Basta accendere una luce, e le tenebre fuggono spaventate.» Vent'anni fa, dopo la tragedia immane delle Torri Gemelle, l'Occidente decise di aggredire le tenebre. Fu un tragico errore. Ma l'esperienza basterà a farci imboccare finalmente la retta via?

 

 

Immagine: Bursa, Turchia - marzo 2020: Il anziano fedele musulmano intento nella lettura del Corano. Crediti: On The Back Of Camera / Shutterstock.com 
 

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