29 maggio 2012

Corvi in Curia

Tutti i giornali del mondo, tranne uno, si sono diffusi in interpretazioni sui clamorosi eventi che hanno scosso la Santa Sede in questi mesi e soprattutto negli ultimi giorni. L’attenzione è per la verità oggi più rivolta alla questione dell’individuazione del “corvo” o “corvi” che all’analisi degli episodi denunciati, tra i quali, davvero clamoroso, è quello relativo alla destituzione del responsabile della banca vaticana. Chiunque abbia un minimo di pratica delle cose della Curia romana, sa tuttavia che da sempre tutto, o quasi, quello che si sa della Curia proviene dall’attività più o meno disinteressata di non pochi “corvi” e “corvetti”, che lasciano trapelare notizie dall’interno dell’ultima corte monarchica assolutistica che si possa permettere di sopravvivere oggigiorno col beneplacito del concerto internazionale (si sofferma nell’analisi della Curia come Corte Hans Kung su “La Repubblica” del 28 maggio). Chi studia la Curia del passato non può stupirsi di quel che accade oggi, in quel mondo complesso e difficile, e nell’occasione, su questo magazine, non riesce a resistere alla tentazione di proporre uno delle migliaia dei componimenti a volte satirici, sempre dileggianti, dedicati alle vicende della Corte pontificia, che si rinvengono tra le carte delle biblioteche e archivi romani (e non solo). Questi versi, anonimi, scelti solo perché si tratta degli ultimi rinvenuti nel corso delle ricerche, compaiono in un codice della biblioteca di un papa del Seicento, Pietro Ottoboni-Alessandro VIII (1689-1691). Forse sono il commento più completo che sia possibile dedicare al pietoso scenario che ci si è dispiegato dinnanzi.

 

E’ la corte un cortile, ove adunanza fan poveri e falliti a tutte l’hore, ove da un vil, da un mentitor signore, han poco di pietà, men di pietanza.

 

La corte è una lunghissima speranza, non ha la corte né cortesia né amore, in lei sempre si vive a crepacore, in lei mai non si mangia a crepapanza.

 

Dovea Sathan se volea disperato rimirar il buon Giobbe e farne acquisto, metterlo in corte di qualche prelato.

 

Se un v’entra santo ne riesce un tristo, entrò san Pietro in corte di Pilato, una sol volta e tre rinega Christo. 


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