27 maggio 2020

Crisi

 

Dal termine greco krisis (da krino, «separare», «dividere», «scegliere»), originariamente usato soprattutto in ambito medico per designare un momento cruciale, l’evoluzione improvvisa di uno stato morboso verso un’alternativa netta tra vita e morte, che impone una scelta tempestiva e drastica. Esteso poi agli ambiti giuridico, politico, economico, storico, sociale, indica trasformazioni repentine che conducono da condizioni di equilibrio e stabilità a situazioni di difficoltà, variabilità, incertezza, più o meno protratte nel tempo.

Secondo lo storico delle idee Reinhart Koselleck, si tratterebbe di un concetto chiave per il lessico della modernità, perché divenuto a partire dalla fine del XVIII secolo una “parola d’ordine” capace di evocare, al di là di una determinazione concettuale chiara e stringente, ogni tipo di trasformazione radicale. Jean-Jacques Rousseau tra i primi pone il termine (in Emilio, o dell’educazione, 1762) al centro di una nuova filosofia della storia fondata non più sulla staticità delle teorie cicliche né sull’ottimistica fede nel progresso, ma su continue rivoluzioni, rivolgimenti decisivi e radicali, trasformazioni strutturali – il termine ricorre analogamente anche in altri contemporanei come D. Diderot, T. Paine, E. Burke. Nella stessa accezione, ma sul piano etico-morale, esso viene usato a distanza di più di un secolo anche da Nietzsche, che presenta se stesso come l’incarnazione fisica della “crisi” quando promuove la sua “transvalutazione di tutti i valori” (Ecce homo, 1888).

Nel XIX secolo il termine si consolida come paradigma interpretativo sia della storia sia dell’economia. Da un lato infatti esso è centrale per una storiografia impegnata a tipizzare i decorsi delle “crisi” che hanno punteggiato la storia delle civiltà (v. J. Burckhardt, Considerazioni sulla storia del mondo, 1870); da un altro lato, esso diventa cruciale per pensare le ricorrenti “crisi” economiche (commerciali, monetarie, di produzione) che si susseguono soprattutto nella seconda metà del secolo nei diversi Paesi europei (Marx ed Engels fanno della “crisi” una categoria fondamentale per la critica dell’economia politica, nel Manifesto del partito comunista, 1848). Il termine si arricchisce dunque di due associazioni di significato importanti, quelle di “ricorsività” e “ineluttabilità”.

Ma è successivamente, nel periodo tra le due guerre mondiali, che il “pensiero della crisi” conosce la sua massima fioritura e che il termine è fatto oggetto di un’elaborazione concettuale particolarmente ricca. Numerose sono le pubblicazioni che mettono in primo piano, fin dal titolo, il concetto di “crisi” come chiave interpretativa della situazione dell’Europa dopo il primo conflitto, e che ne esplorano e sfruttano la plurivocità semantica, anche attraverso la giustapposizione con concetti affini: tra gli altri, O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes (trad. it. Il tramonto dell’Occidente), 1918-22; P. Valéry, La crise de l’esprit (trad. it. La crisi del pensiero), 1919; R. Guénon, La crise du monde moderne (trad. it. La crisi del mondo moderno), 1927; S. Freud, Das Unbehagen in der Kultur (trad. it. Il disagio della civiltà), 1929; J. Huizinga, In de schaduwen van morgen (trad. it. La crisi della civiltà), 1935; E. Husserl, Die Krisis der europäischen Wissenschaften (trad. it. La crisi delle scienze europee), 1935-36; J. Ortega y Gasset, Esquema de las crisis (trad. it. Schema delle crisi), 1942. Varie sono dunque le accezioni lessicali e le implicazioni concettuali che quest’ampia produzione lascia in eredità al termine “crisi”, e che sopravvivono in esso ancora oggi. Anzitutto due visioni opposte, una positiva ed una negativa, della crisi convivono (entro le quali non mancano mediazioni possibili): in alcuni autori prevale una lettura pessimistica, che identifica la “crisi” con la decadenza inarrestabile di una civiltà destinata, come altre prima di lei, a perire (O. Spengler); per altri invece (ad esempio R. Guénon), la crisi rappresenta soprattutto un’opportunità di rinascita, di palingenesi, un dramma dalla cui tabula rasa sarà possibile un nuovo, benefico, inizio. Alcuni ricorrono poi al concetto di crisi soprattutto per formulare un monito, un avvertimento volto a sollecitare una presa di coscienza e una reazione (P. Valéry), altri invece per esprimere una diagnosi vicina ad una condanna senza appello (O. Spengler). E ancora, talvolta viene sottolineata la dimensione psicologica del sentimento di crisi, occasionato non solo da un’effettiva trasformazione della realtà, ma anche e soprattutto da percezioni e autorappresentazioni: secondo J. Ortega y Gasset, la crisi del primo dopoguerra sarebbe precipuamente da imputare alla collisione tra la presunzione europea di incarnare un “vertice di civiltà” mai raggiunto prima e il brusco disvelamento rappresentato dalla guerra. Infine, sempre J. Ortega y Gasset sottolinea come la diagnosi di crisi possa indurre sia un ripiegamento più o meno conservatore verso presunte epoche d’oro precedenti, sia uno slancio verso ideali proiettivi, oppure anche risolversi, in assenza di modelli o ideali forti, in un profondo smarrimento, disorientante ma anche potenzialmente foriero di una riflessione su valori e fondamenti.

 

Molte di queste tematiche riemergono nel discorso pubblico relativo alla recente pandemia. Mentre il termine “emergenza” è stato prevalente in una prima fase, per designare una situazione improvvisa, inattesa e temporanea, il termine “crisi” si è ad esso progressivamente sostituito in ambito sia economico – con i primi dati che denunciano l’insorgenza di una crisi economica straordinariamente significativa –, sia politico – relativamente all’impatto che la pandemia ha avuto sulle istituzioni nazionali e internazionali, in particolare europee –, sia sociale – “nulla sarà più come prima” è lo slogan che i giornali vanno ripetendo. Il significato primo di “crisi” si trova così propriamente riattivato: il sistema, messo di fronte a rivolgimenti e alternative sostanziali, è stato chiamato a scelte radicali. Rispetto ad altre crisi recenti, ad esempio, la dimensione economica è stata messa in secondo piano, e ciò ha sollevato per gli economisti stessi una domanda inedita, ovvero quali vincoli e norme del capitalismo attuale siano reali e quali no. Dal punto di vista filosofico e sociale, il modello dell’uomo tecnologico ha mostrato i propri pregi e limiti, e una riflessione sulla sua ridefinizione, nel rapporto specialmente con l’ambiente, è aperta. La nuova percezione della fragilità degli assetti precedenti può essere il punto di partenza per una riflessione sui fondamenti delle nostre società, economie ed istituzioni internazionali. Tutto ciò fa sì che l’uso del termine “crisi” risulti in questa situazione più appropriato che in congiunture precedenti che pure lo avevano evocato; dipenderà da noi quanto saremo in grado di sfruttare le potenzialità positive insite nel concetto, e di non rimanere al contrario costretti entro quelle negative.

 

Immagine: Donna con mascherina durante il blocco per il Coronavirus a Venezia (1 aprile 2020). Crediti: govdo / Shutterstock.com

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