20 aprile 2021

Cyberbullismo in crescita nell’epoca del Covid-19

Condivisioni incontrollate di foto modificate. Insulti durante le video-lezioni. Intrusione di estranei non autorizzati nella didattica on-line. La pandemia di Covid-19 ha determinato da un anno l’aumento del tempo condiviso on-line per insegnanti e ragazzi, e con esso nuove tipologie e un aumento esponenziale degli episodi di cyberbullismo (termine coniato nel 2002 dall’educatore Bill Belsey per descrivere le specificità del bullismo declinato al digitale) o cyber harassment (quando la vittima è adulta).

La Fondazione Carolina – che prende il nome dall’adolescente vittima di cyberbullismo e suicida, ora riferimento per il monitoraggio del fenomeno – ha reso noto che nel primo periodo di lockdown le segnalazioni ricevute sono quintuplicate, per poi assestarsi sul triplo del periodo precedente; studi americani parlano invece di un incremento intorno al 70%. L’aumento del tempo passato on-line non è l’unica causa di questo aumento: lo stress dell’isolamento domestico, il minore controllo sulle attività on-line da parte di adulti occupati in smart working e la noia delle giornate uguali hanno avuto un ruolo rilevante.

Gli episodi di denigrazione verso i docenti da parte dei giovani cyberbulli si sono moltiplicati, pur nella evidenza che bullismo e sua versione virtuale colpiscono sostanzialmente la stessa tipologia di vittime – la quasi totalità dei ragazzi vessati attraverso gli smartphone lo sono anche in altri contesti del vivere quotidiano. Il motivo scatenante sembra essere la diversità, nelle sue diverse forme: l’aspetto estetico (anche una bellezza pronunciata, specie tra ragazze), il colore della pelle, ma anche la timidezza, il supposto orientamento sessuale, l’abbigliamento inusuale o la disabilità. Nel bullismo on-line le ragazze sono maggiormente colpite rispetto ai coetanei, soprattutto per quanto riguarda i commenti offensivi a sfondo sessuale.

Il dato allarmante è quello della diminuzione dell’età di insorgenza del fenomeno, che ora è individuata nella prima classe delle scuole medie, e quello della sostanziale mancanza di prevenzione, che andrebbe avviata a partire dagli ultimi anni delle scuole elementari. In generale l’età più a rischio è quella tra gli 11 e 17 anni, anche se il periodo più critico è quello intorno ai 13. Pur nella considerazione delle diverse traiettorie che può assumere il comportamento: la categoria dei bulli desistenti, nei quali progressivamente diminuiscono i comportamenti aggressivi fino alla loro scomparsa a 15 anni, sono quelli che pagano meno le conseguenze sull’arco di vita della loro condizione. Studi longitudinali hanno dimostrato come i bulli moderati e soprattutto quelli stabili, che a 17 anni mostrano ancora alti e costanti livelli di comportamenti devianti, saranno a forte rischio di insorgenza di problemi socio-relazionali, dipendenza da sostanze, violenza nelle relazioni intime e disturbi psichiatrici.

Le vittime non se la passano meglio, tra isolamento sociale, problemi scolastici, disturbi psicosomatici e rischio di autolesionismo. Soprattutto sembra che non arrivino i corretti messaggi su come affrontare la situazione (contrattaccare? Opporre indifferenza?) e chi coinvolgere per uscire dalla spirale: solo la metà riferisce di averne parlato con la famiglia, un po’ di più con gli insegnanti e il 10% mai con nessuno. E dall’altra parte in famiglia sembrano mancare le corrette regole di comportamento, se è vero che ben l’80% dei ragazzi riferisce di ricevere limitazioni unicamente sul tempo di utilizzo: la generazione dei genitori non ha conosciuto questa realtà e sembra ignorarne i rischi collaterali.

 

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