07 agosto 2015

Daje, apericena e altri modi di dire dell'italiano pazzesco

«...Quella mattina in cui la vita ci sorrideva e qualcuno ci disse per la prima volta “al limite”...». Alberto Arbasino come sempre ci ha preso nell'esprimere il fastidio causato da certi abusi della lingua. Tale da rovinarti la giornata. O quel che resta del giorno. Per esempio l'altro ieri stavo passeggiando dopo cena in riva al mare e avvicinandomi al muricciolo che delimitava il molo ho visto emergere dal buio un gruppo di ventenni silenziosi, che hanno iniziato a parlare rompendo il silenzio con l'orrendo vocativo: “Raga!”. Partito il primo “raga” è stato tutto un “raga”.

Si prova una sorta di doloroso stupore quando tocca constatare la nascita di un tormentone lessicale demenziale, l'affermarsi di una moda di cui si farebbe volentieri a meno. È la massificazione, l'uso massiccio che provoca fastidio, la serialità conformistica. Il vocativo incriminato circola da molto tempo, forse è pure al tramonto. Ma altre nuove derive del linguaggio quotidiano sono in agguato, nascono a getto continuo e si diffondono per contagio. Di recente mi è capitato di rendermi conto – con triste meraviglia – che una giovane collega ogni due per tre ripeteva “Ci sta”. Una sorta di frase riempitivo per dire tutto e niente quando non si sa cosa dire. Meglio che un banale “va bene”, “hai ragione”, “ok”? Da allora sento “ci sta” ovunque e appena sento un “ci sta” scatta il campanello d'allarme. Sono diventato ipersensibile e insofferente? O semplicemente non ci sto?

Le vacanze, con l'intensificarsi della vita sociale, il mischiarsi delle generazioni e delle classi sociali – almeno in spiaggia – , possono essere dei moltiplicatori di piccoli e grandi crimini linguistici. Luca Mastrantonio, già caposervizio della pagine culturali al Riformista e ora redattore alla Lettura del Corriere, ha messo in fila una serie di abusi in un esilarante saggio intitolato Pazzesco!, edito da Marsilio. Confesso di avere fatto uso di questa espressione iperbolica, che di per sé non ha niente di sbagliato se non viene ripetuta all'infinito anche per stigmatizzare l'eccessivo allungamento di un caffè al bar. Storie di ordinaria follia. Cercherò di limitarmi, di controllarmi. Pare, rivela Mastrantonio, che in principio fu Fantozzi col liberatorio giudizio coprologico sul noto film sovietico. Ma anche Grillo ha le sue colpe. E pure i pubblicitari dell'aranciata amara San Pellegrino. Amara in “modo pazzesco” come diceva la reclame. Il Male, la rivista satirica più cattiva che l'Italia abbia mai avuto, ha infierito su di loro quando nel '78 un predicatore, Jim Jones, ha spinto al suicidio un migliaio di persone (tra cui molti bambini) in una foresta della Guyana, mettendo il veleno nell'aranciata amara. Amara in modo pazzesco, commentava il Male in copertina. L'azienda non ha sporto querela. Altri tempi per la libertà di satira?

Il libro di Mastrantonio ha qualcosa di terapeutico perché ci rende più coscienti e responsabili di come parliamo e dunque di come pensiamo. E ha pure qualcosa di catartico perché si scopre che ci sono altre persone che soffrono delle nostre stesse idiosincrasie idiomatiche, che si fanno rovinare la giornata da un “raga” e non sono talebani del conformismo linguistico ma anzi persone che sanno giocare molto bene con le parole e i cortocircuiti fonetici come Mastrantonio. Il saggio non è solo un dizionario dell'italiano pazzesco ma fissa lo stato attuale dell'arte oratoria più perversa e povera ed è purtroppo destinato a essere incompleto e provvisorio. “Ci sta” per esempio non ci sta, non c'è. E neanche "raga". Roba vecchia e in via di estinzione, credo, almeno per chi non ha la sfortuna di passeggiare su quel molo. Le mode hanno il pregio di essere passeggere. Mastrantonio vuole soprattutto invitarci a riflettere: “ Meglio imparare a conoscere queste parole, per evitarle o evitare di abusarne. Prima che siano loro ad abusare di noi”. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio nelle scuole, visto che sono i giovani i più esposti. Perché l'italiano impazzito serve a comunicare velocemente, a riconoscersi, a ottenere consenso immediato, come un like di Facebook.

Un aspetto interessante del libro è la ricerca dell'origine dell'impazzimento di una espressione. Mastrantonio compie brevi e brillanti scorribande nel territorio della neolingua, portando a casa spigolature deliziose. Non solo quella dell'aranciata amara. Scopriamo per esempio che l'acronimo Milf – usato per la prima volta nel '99 nel film American Pie - non indica solo una donna matura e ancora piacente ma anche il Fronte di liberazione islamico delle Filippine. E che un titolo di giornale riportava così la notizia della visita di Francesco, in un clima di pacificazione politica interna: “Milf welcomes Pope”. Naturalmente si trattava solo di un incontro diplomatico.

Scopriamo poi che il termine selfie – onnipresente quanto il fenomeno fotografico relativo – può variare a seconda del soggetto o della parte del corpo: alfie è il selfie col cane, nalfie delle unghie (nails), belfie del lato b... L'inglese è il nuovo latinorum come ha detto Busi in Vacche amiche, sempre Marsilio. Il modo per tirarsela, nascondere il vuoto confondendo. La politica e ancora di più l'economia ne fanno ampio uso... Mastrantonio parla di “new inglesorum”, il latinorum dei broker. E non solo loro. Basta aggiungere l'aggettivo smart ed ecco che qualsiasi cosa diventa più fica: smart-city per esempio, la città tecnologica. Perfino le bombe: smart-bomb, le bombe intelligenti. Il termine startup diventa la panacea di tutte le disoccupazioni giovanili. A Roma c'è la versione borgatara e dissacrante: lo startapparo... Oltre all'ormai onnipresente “Daje” per esprimere incoraggiamento a qualcuno che deve fare un esame all'università o un colloquio di lavoro. Come il davaj russo ma dialettale. Ecco poi affermarsi il verbo whatsappare, che significa comunicare con WhatsApp. Del resto tradurre i forestierismi può essere peggio. Vedi alla voce Apericena. Meglio happy-hour a questo punto. Consoliamoci: i russi hanno inventato lajkovat', per dire “mettere mi piace” sulla bacheca di Facebook, esprimere gradimento con un like. Chissà che ne direbbe Puškin.

E Nabokov? Talvolta si svelano paternità pesanti e insospettabili dietro a una nuova moda della comunicazione. Durante un'intervista del '69 al New York Times l'autore di Lolita ha risposto a una domanda esprimendo il desiderio della nascita di un segno grafico che equivarrebbe alle famigerate faccine: “ Spesso penso che dovrebbe esistere un segno tipografico speciale per indicare il sorriso: una sorta di marchio concavo, come una parentesi curva supina, con cui mi piacerebbe ora rispondere alla sua domanda”. E già Boccaccio nel Decameron usava l'avverbio “troppo” per dire molto... Un po' come il più recente “troppo bello”, “troppo giusto”.

A volte per entrare nella rete dell'italiano pazzesco basta una sillaba, un semplice “oi”: “Si usa spesso – scrive Mastrantonio – quando si risponde alla telefonata, prevista, di una determinata persona, con cui magari si è parlato poco prima: allora la funzione è anaforico-contestuale, perché rimanda a una precedente situazione condivisa, da portare a termine: oi esprime empatia, condivisione e richiesta di attenzione. E la sofferenza? Forse il sistema nervoso ci chiede di fare un po’ meno telefonate. Per una fetta minima della popolazione, che ha fatto studi classici, è anche l’articolo maschile plurale. I barbari, cioè coloro che parlano, anzi balbettano, lingue diverse dalla koiné greca, sono oí barbarói” .

 

Luca Mastrantonio, Pazzesco! Dizionario dell'italiano esagerato, Marsilio, pagg. 236, 17 euro.

 


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