21 ottobre 2013

Dannati di mare e di terra

Prima i 107 migranti di nazionalità nigeriana e ghanese intercettati da un mercantile su un gommone al largo di Lampedusa, accolti a Trapani. Qualche giorno dopo i 14 naufraghi tunisini finiti contro gli scogli dell'isolotto di Lampione, nell'arcipelago delle Pelagie. Poi i corpi spiaggiati su litorale di Scicli nel ragusano, 13 morti e oltre 150 sbarcati, quasi tutti eritrei o somali. E ancora gli oltre 300 affogati nelle acque di Lampedusa, vicino all'Isola dei Conigli. Per loro, per i morti, è stata concessa la cittadinanza italiana e un numero identificativo, per i 155 sopravvissuti, intanto c'è il reato di immigrazione clandestina e l'accoglienza presso il Centro di identificazione ed espulsione, altrimenti detto Cie, di Contrada Imbricola, al centro dei riflettori da diversi anni per l’inadeguatezza della struttura. Proprio nello stesso giorno della nuova tragedia di Lampedusa, ma è la stessa tragedia che si ripete da anni, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha tenuto a New York il suo dialogo ad alto livello (HLD) su migrazione e sviluppo. I governi, le organizzazioni internazionali e le cosiddette organizzazioni della società civile riunite per discutere di come le politiche migratorie possono essere migliorate fino a diventare un potente fattore di sviluppo dei paesi di origine come per quelli di destinazione. Il tema generale del dialogo ad alto livello del 2013 è stato proprio "Individuare misure concrete per rafforzare la coerenza e la cooperazione a tutti i livelli, al fine di accrescere i vantaggi della migrazione internazionale sia per i migranti che per i paesi e i suoi importanti legami con lo sviluppo, riducendo al contempo le implicazioni negative del fenomeno". In sintesi massimizzare i benefici che derivano dallo sviluppo dalle migrazioni, minimizzandone al contempo gli effetti negativi. Lavorare in direzione di un programma mondiale per una governance della migrazione efficace e inclusiva, come pure individuare misure dirette a promuovere il ruolo dei migranti quali agenti di innovazione e sviluppo. A leggerlo in questi giorni suona quasi ironico. Le statistiche dimostrano che tutti i paesi del mondo sono interessati da movimenti demografici, tendenza destinata probabilmente ad accentuarsi. Per i paesi di destinazione, una migrazione ben gestita può aiutare a colmare le lacune del mercato del lavoro, fornire manodopera nei settori abbandonati dai lavoratori autoctoni, per alimentare una trasformazione economica strutturale. Ma il fenomeno migratorio porta vantaggi anche al paese di provenienza grazie alle rimesse finanziarie che sostengono il commercio interno dei paesi di provenienza. Il 2 ottobre la Banca mondiale ha pubblicato il rapporto Migration and remitance flows con le ultime cifre relative all’invio di fondi nei paesi di origine dei migranti. Ne risulta che nei soli paesi cosiddetti in via di sviluppo nel 2013 si dovrebbero raggiungere i 414 miliardi di dollari, il 6,3 % in più del 2012. È l'India a registrare il maggior numero di rimesse, con una stima che supera i 70 miliardi di dollari, seguita da Cina (60 miliardi), Filippine (26 miliardi), Messico (22 miliardi), Nigeria (21 miliardi) ed Egitto (20 miliardi). Pakistan, Bangladesh, Vietnam, e Ucraina sono altri paesi che ricevono grandi quantità di denaro. La cifra delle rimesse finanziarie nel 2016 dovrebbe raggiungere i 540 miliardi di dollari, il più potente incentivo allo sviluppo ed alla riduzione della povertà nei paesi di origine dei migranti, il che vuol dire, che le rimesse dei migranti possono far diminuire la necessità di emigrare e possono trasformarsi in un business enorme. Dati affidabili sulle migrazioni sono difficili da raccogliere e difficile è valutare quale impatto hanno questi spostamenti. Il rapporto delle Nazioni Unite ci dice che sempre più persone vivono all'estero. Fotografa i flussi migratori permanenti nella prima metà del 2013 e risulta che 232 milioni di persone, pari al 3,2 per cento della popolazione mondiale, sono stati migranti internazionali, a fronte di 175 milioni nel 2000 e di solo 154 milioni nel 1990. Oltre 26 milioni sono i migranti latinoamericani, 39 milioni quelli asiatici. Il nord del mondo è la patria per 136 milioni di migranti internazionali, rispetto a 96 milioni nel sud. Gli Stati Uniti restano al primo posto tra i paesi di destinazione, con quasi 46 milioni di migranti. Scorrendo la classifica dei paesi per numero di migranti stranieri ci sono la Russia (11 milioni) e la Germania (9,8 milioni), ma anche l’Arabia Saudita (9,1 milioni) e gli Emirati Arabi Uniti (7,8 milioni). I paesi produttori di petrolio del Medio Oriente hanno attirato molta forza lavoro straniera, ma anche le economie in rapido sviluppo del sudest asiatico come Malesia, Singapore e Tailandia. Questa è la nuova tendenza, un numero sempre più rilevante di migranti non viaggia ormai più dal sud al nord del mondo ma si sposta all’interno del meridione del pianeta, avendo come meta finale i cosiddetti paesi emergenti. La maggior parte dei migranti internazionali sono in età lavorativa, 20-64 anni, e rappresentano il 74 per cento del totale. A livello globale, le donne rappresentano il 48 per cento di tutti i migranti internazionali. ( http://esa.un.org/unmigration/documents/Graphs_and_Maps.pdf ) Intanto a Lampedusa continuano senza sosta gli sbarchi: 130 siriani in porto arrivati dalla Libia, 152 sbarcati a Pozzallo, salvati da un mercantile, sono siriani, somali ed eritrei. È una migrazione forzata dettata dalla disperazione e dalla stanchezza di vivere in quelle zone colpite da insicurezza e conflitti, senza il rispetto dei diritti economici, sociali e culturali di base. Nel 2012 le domande di asilo presentate in Italia sono state 17.352, la metà rispetto all'anno precedente. A dirlo è il rapporto 2013 sui rifugiati curato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite. Nel nostro paese a dicembre i rifugiati erano 64.779: una cifra sicuramente significativa, ma lontana dalle immagini catastrofiche che spesso vengono proposte. In realtà l'Italia è al sesto posto fra gli stati europei, lontana dalla Germania, che ha accolto 589.737 rifugiati, e dalla Francia, che ne ospita 217.865. Anche il Regno Unito (con 149.765), la Svezia ( con 92.872) e l'Olanda (con 74.598) hanno dimostrato più disponibilità con perseguitati e fuggiaschi. Sono numeri che non reggono il confronto con quelli di paesi molto più deboli economicamente degli stati europei che devono fronteggiare emergenze simili, come il Pakistan, per esempio, che ha accolto 1,64 milioni di afgani, e la repubblica islamica d'Iran che ne ha accolti 862.000. Dati che smentiscono qualche luogo comune, dimostrando come persino i più poveri contribuiscono in maniera consistente: 2,5 milioni di rifugiati (cioè il 24 per cento del totale) vivono nei 49 stati meno sviluppati. Secondo l'Alto commissariato, le persone coinvolte in migrazioni forzate alla fine del 2011 erano 42,5 milioni e nel 2012 hanno raggiunto quota 45,1 milioni. Oltre 15 milioni erano rifugiati propriamente detti, quasi un milione i richiedenti asilo, e gli altri - circa 28,8 milioni - erano sfollati, persone costrette a lasciare la casa ma rimaste nel proprio paese. Le ultime cifre pubblicate dall'ufficio statistico europeo Eurostat  forniscono anche un riassunto dell'andamento delle domanda di accoglienza annuale. Negli ultimi dodici mesi il maggior numero di richieste di asilo è stato presentato in Germania (96.890), Francia (64.500) e Svezia (46.340), seguite da Gran Bretagna (30.255), Svizzera (25.095), Belgio (25.000) e Italia (20.905). Il 74,9% di coloro che fanno richiesta all'Italia hanno tra i 18 e 34 anni. Secondo Eurostat, nel secondo trimestre del 2013 i paesi che hanno registrato il maggior numero di richieste d'asilo per milione d'abitante sono la Svezia, l'Ungheria e Malta. Spesso i migranti sono costretti a spostarsi in maniera illegale e questo limita l'attendibilità delle statistiche, ma i dati per fare le scelte migliori sono stati già tutti pubblicati e diffusi.


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