27 maggio 2020

Diseguaglianza

 

Viviamo tutti sempre più a lungo, ma non in modo uguale né con lo stesso livello di salute. Le persone appartenenti alle classi sociali più svantaggiate presentano percorsi biografici e biologici più complessi e faticosi, fino a culminare in grandi differenze nella durata della vita e nella sua qualità (a seconda di come categorizziamo le classi sociali, si può arrivare a più di 9 anni di differenza di speranza di vita tra la classi estreme).

 

Quando si parla di diseguaglianze ci si sofferma perlopiù sugli aspetti “biografici”, cioè economici e sociali, raramente su quelli biologici. I greci distinguevano tra zoé (la vita biologica) e bios, la vita biografica. Il sociologo francese Pierre Bourdieu parla di capitale economico, sociale e culturale: ogni individuo ha accumulato a una certa età una determinata quantità di ciascuno dei tre tipi di capitale, e questo influisce sul suo percorso negli anni a venire. Ma Bourdieu dimentica il capitale biologico, che consegue dagli altri tre ma anche li determina.

 

Oggi riusciamo a individuare le “impronte biologiche” lasciate nel nostro corpo dall’esposizione ai fattori socioeconomici ‒ come l’istruzione, il titolo di lavoro o il reddito. Tra le varie esposizioni che fin dalla nascita (se non prima, già durante la gestazione) condizionano la curva del nostro invecchiamento più o meno sano, lo stress psicosociale cronico può esercitare effetti a lungo termine attraverso una risposta infiammatoria, una ridotta funzione immunitaria e l’accelerazione biologica dell’età. La povertà, insomma, è in grado di “penetrare sotto la pelle”, e di modulare lo sviluppo delle nostre vite fino alla fine.

 

La posizione socioeconomica degli individui determina la salute prima di tutto in modo indiretto, attraverso l’esposizione a fattori di rischio come il fumo. Questi fattori sono spesso più comuni negli strati sociali più bassi. Ma la determina anche in modo diretto: non tutto l’impatto della classe sociale infatti è spiegabile con comportamenti come fumo, alcol, cattiva alimentazione ed esercizio fisico, come fino ad oggi si tendeva a pensare. Una delle prime ricerche in questo senso, condotta su 1,7 milioni di persone, ha misurato il peso relativo dei diversi fattori di rischio in termini di perdita di anni di vita: si è visto così che se al fumo si possono attribuire quasi 5 anni di vita in meno, all’ipertensione 1,6 anni e all’inattività fisica 2,4, alla posizione socioeconomica si attribuiscono 2,1 anni in meno. Questi risultati spostano le politiche di prevenzione dalla semplice presa in carico degli stili di vita delle persone al loro radicamento ambientale e sociale.

 

Che cosa può spiegare l’effetto della posizione sociale non attribuibile ai fattori di rischio comportamentali noti? Si ritiene che società più disuguali producano livelli più elevati di stress in risposta all’“ansia di status”. L’analisi del percorso di vita di ampie popolazioni considerate dai ricercatori ha indicato che l’appartenenza a una famiglia di modesta estrazione (per esempio con una bassa istruzione della madre e un’occupazione manuale del padre) è associata a una maggiore usura biologica in età matura, espressa per esempio dalla attivazione di processi infiammatori cronici. Altri studi hanno mostrato come le differenze sociali si riflettono sull’espressione dei geni. La metilazione del DNA, per esempio, che può essere considerata una misura epigenetica dell’invecchiamento biologico complessivo, risulta associata con il livello di istruzione degli individui o la categoria lavorativa. Più è svantaggiata la condizione sociale delle persone, più accelerato è il processo di invecchiamento biologico.

 

Un altro fondamentale messaggio emergente dalla ricerca è che le circostanze socioeconomiche influiscono sulla salute fin dall’inizio della vita. Si è valutato ad esempio il rapporto tra la condizione socioeconomica familiare (rappresentata dall’educazione materna) e l’obesità, analizzando i dati sull’indice di massa corporea di oltre 41.500 bambini in quattro studi prospettici. Neonati, bambini e adolescenti di bassa estrazione socioeconomica avevano maggiori probabilità di essere in sovrappeso, con un indice di massa corporea più alto a partire dall’età di tre anni. Questo svantaggio iniziale condiziona l’intera vita, amplificando le differenze di salute in età adulta.

 

La ricerca è anche impegnata a rispondere a possibili indicazioni politiche per contrastare le disuguaglianze di salute in base ai risultati ottenuti. Fra i vari interventi che vengono messi in campo si può ricordare per esempio il cosiddetto “trasferimento condizionato di denaro” (Conditional Cash Transfer, CCT). Comuni in Paesi come quelli dell’America Latina, esempi di CCT si trovano anche in Italia e in altri Paesi affluenti. È il caso per esempio del CCT a New York City. A un migliaio di famiglie svantaggiate nelle aree più povere della città l’amministrazione ha offerto 500 dollari al mese in cambio della promessa da parte del capo famiglia di adottare alcuni stili di vita salutari per sé e i figli. Il risultato paragonando chi ha ricevuto il sussidio rispetto a chi non l’ha ricevuto non ha dato indicazioni chiare, al di fuori di un miglioramento della salute dei denti e di un generale miglioramento del benessere familiare. In altri Paesi, invece, come in America Latina, simili sperimentazioni si sono rivelate molto più efficaci nel migliorare lo stato di salute.

 

Capire quali siano le politiche migliori per contrastare gli effetti dello svantaggio sociale sulla salute è tutt’altro che facile. Importante è prima di tutto agire dalla prima infanzia, sottraendo i bambini dal contesto che nei primi tre anni di vita contribuisce a “costruire” uno svantaggio biologico che può accumularsi nel resto della vita. Alcuni studi hanno provato che interventi di sostegno alla famiglia (alle sue condizioni di vita e ambientali) nei primi anni di vita del bambino sono più efficaci e meno costosi degli interventi in età successive. Le famiglie a basso reddito sono vulnerabili, soprattutto nei periodi di recessione, e i governi dovrebbero sostenere il reddito delle famiglie con figli. Importante è anche spezzare quanto prima il ciclo generazionale che vincola le persone ai fattori di rischio di partenza.

 

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