20 giugno 2021

Diversi da cosa?

A me piace cominciare da me, dalla mia esperienza personale, secondo un’antica pratica femminista che è quella del partire da sé. Partire da sé come visione del mondo.

Il mio attivismo, che è intrecciato alla mia coscienza politica, parte dal sentirmi diverso, diverso dalla normalità, dalla normalità data, già predisposta.

Chiaramente, la mia coscienza non è arrivata tutta in una notte, s’è formata man mano; però riesco sicuramente a datare, e a circoscrivere, un punto di inizio, un periodo della mia vita e un periodo storico in cui tutto è cominciato: sono i miei 16 anni, la postadolescenza, l’età delle tante domande e soprattutto delle poche risposte, che corrispondevano a un anno ben preciso, il 1973. All’epoca, non c’erano molte risposte del perché mi sentissi diversa, o diverso. Oggi sarebbe più facile trovare mille risposte chiedendo ai tanti social di cui disponiamo, ma in quegli non c’era niente; allora quella coscienza, quella coscienza di me, di essere diversa o differente, ha trovato percorsi più complessi, strade più tortuose. È andata consolidandosi a poco a poco, e posso dire che anche adesso, che ho raggiunto l’età di 64 anni, la sento ancora tutta in divenire.

Diverso da cosa, poi? Da una norma, da una cultura, da un potere, da un patriarcato. Che si sono sedimentati nei secoli e continuano a condizionare una certa visione del mondo. Tutte le persone che non sono conformi, che non vogliono conformarsi a quella visione, alle strutture di quella visione, sono considerate diverse.

Ora la questione, a mio avviso, è ribaltare il punto di vista. I diversi sono diversi perché sono considerati tali dal potere egemonico, dalla cultura dominante. Ed è qui che bisogna intervenire: bisogna cominciare a collocarsi spontaneamente nella diversità, riconoscersi diversi e non farsi riconoscere, sentirsi liberi di essere diversi, di fare della diversità un punto di forza, e non un punto di debolezza.

All’inizio, lo confesso, quando ho iniziato ad accorgermi della mia diversità, la percepivo come un punto di debolezza, perché mi sentivo strana, mi sentivo solo, mi sentivo annullata. Pensavo che non ci dovesse essere un futuro per me, come se la storia, avendo sempre negato la diversità, continuasse ostinatamente la sua negazione su di me. Ho avuto però diverse fortune che mi hanno aiutato a resistere.

Quando ero ragazzo avevamo davanti a noi gli anni Settanta, che sono stati una grande stagione di cambiamenti e di rivoluzioni: la gente aveva finalmente la possibilità di dire e di dirsi, di esprimersi per quello che era, non per quello che doveva essere.

Durante quegli anni, ho cominciato i miei studi di sociologia, che mi hanno fornito tanti strumenti di lettura sulla realtà che stavo attraversando, e ho fatto parte di movimenti politici che hanno contribuito a costruire il mondo un po’ più aperto che abbiamo adesso.

Tutte queste cose hanno fatto della mia diversità un valore aggiunto e non un vuoto, una differenza, una sottrazione. Questo è molto importante.

Altro aspetto importante è che l’esperienza di cui io sono espressione è l’esperienza trans, che è stata un’esperienza storicamente e culturalmente rimossa fino agli Sessanta e Settanta. Basti pensare che non esisteva neanche un nome per definirci.

Il termine transessuale, infatti, è stato coniato nell’ambiente scientifico ed è rimasto confinato in quell’ambiente fino alla fine degli anni Sessanta, soltanto in seguito è arrivato il termine transgender. Nel periodo della mia presa di coscienza, però, ritorno a sottolinearlo, non era chiaro nemmeno il lessico, non esisteva un vocabolario di parole da potere cercare, con cui poterci riconoscere. Proprio perché l’esperienza trans era stata rimossa dalla cultura dominante, noi non esistevamo. Se non in ambito psichiatrico o criminologico: infatti, i documenti d’archivio ci testimoniano della presenza di persone trans all’interno di manicomi o di carceri.

Quando si parla di diversità e di normalità è necessario tenere presente che sono due dimensioni che si contrappongono, ed è soprattutto un aspetto storico e culturale a suggerircelo. La normalità viene sempre declinata al singolare, è la normalità; mentre le diversità, soprattutto in contesti sociali e politici, vengono declinate al plurale. La norma è una, a cui bisogna adattarsi, relazionarsi e riferirsi; le diversità, invece, sono tante.

Sono davvero numerose le domande che potremmo farci, arrivati a questo momento della nostra riflessione: esiste la normalità o esistono le diversità? Esiste una normalità e non esistono le diversità? Qual è il punto di vista privilegiato, quello della normalità mainstream, del potere e della cultura egemone, oppure quello delle diversità che attraversano il mondo e la vita delle persone?

È chiaro che c’è chi sostiene, e dà per scontato, che il punto di vista sia unico, che la voce sia una sola. Le diversità, in questi anni, sono state costrette a inventarsi un vocabolario, degli spazi di vita e di sopravvivenza. Ecco perché, ritornando su quanto scrivevo, bisogna davvero fare lo sforzo di capovolgere il punto di vista: perché la mia vita, la mia esperienza, e le vite e le esperienze delle tante altre diversità che popolano la nostra società, non vengano più lette in funzione della normalità. Non accettino più di essere declinate al singolare.

Siamo e continueremo a essere diversi: il nostro futuro è e continuerà a essere declinato al plurale.

 

Immagine: La sfilata del Pride della Toscana a Pisa (6 luglio 2019). Crediti:  Alessio Catelli / Shutterstock.com

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