5 luglio 2022

Doomscrolling, quando le cattive notizie generano dipendenza

 

Alzi la mano chi almeno una volta è stato tentato, soprattutto negli ultimi due anni e mezzo, di arrendersi di fronte al flusso costante di informazioni stressanti: dalla pandemia alla guerra, dall’aumento dei prezzi alla siccità, per citare le star tra le cattive notizie. È capitato a quasi tutti. La necessità di una pausa fa venire voglia di spegnere TV digitali, radio on-line, smartphone, computer e altri aggeggi iperconnessi. C’è però anche chi è colto da un’insopprimibile esigenza di segno contrario: più si stressa per la marea di notizie più o meno fondate, ma quasi sempre ansiogene, più ha bisogno di averne: per stare, dopo, anche peggio. È una specie di ipocondria in versione mediatica, simile al disturbo più noto provocato dalla preoccupazione eccessiva e irrazionale riguardo la propria salute: se gli ipocondriaci “classici” cercano continuamente notizie sulle malattie che immaginano di avere, quelli mediatici sono ossessionati proprio dalle novità deprimenti che riescono a scovare costantemente, soprattutto attraverso il web e i mass media digitali. Questa patologia ha anche un nome scientifico, in inglese: doomscrolling.

Il neologismo è stato accolto dall’Oxford Dictionary nel 2020: la parola indica la tendenza patologica a far scorrere (scrolling) lo schermo del nostro telefonino (o tablet o computer) per cercare disperatamente informazioni su catastrofi e sventure (dooms) che capitano nel mondo. Trovarle non è difficile, come sa chiunque. Quelle notizie ci sono propinate da valanghe di canali televisivi con TG e talk show, in cui spesso gli esperti disorientano, battibeccando tra loro o litigando con tuttologi non esperti ma telegenici. Oggi ci arrivano soprattutto dal web: grazie ai siti dei media professionali e di quelli indipendenti; attraverso i social network e altre diavolerie internettiane, come app prodighe di notifiche e podcast logorroici. Più contribuiscono frotte di blogger, influencer, youtuber o tiktoker, visto che il mondo digitale distribuisce generosamente titoli per qualificare coloro che il preveggente Eugenio Montale già definiva «propalatori di fanfaluche credibili» nella poesia Fanfara del 1969, un trentennio prima che la rete ci conquistasse.

Sia chiaro: la diffusione dell’ipocondria mediatico-digitale non è, per restare in tema, una delle “cattive notizie” trendy che il web ci rifila, per poi dimenticarle. È un fenomeno preso molto sul serio sul fronte sanitario, tanto più che proprio la pandemia, dal 2020 in poi, ha moltiplicato esponenzialmente chi ne è affetto. Dati precisi sul numero di malati non ce ne sono ancora, ma alle porte degli psicologi e degli psichiatri bussa sempre più gente, anche in Italia. Tanto che pochi giorni fa è stato pubblicato un articolo dedicato alla questione sul magazine dell’​​Humanitas Research Hospital, gruppo privato ospedaliero e di ricerca milanese, riconosciuto come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico.

È stata chiamata a parlarne Elisa Morrone, psicologa e psicoterapeuta del centro Psico Medical Care di Humanitas. «La ricerca delle cattive notizie è sicuramente aumentata da inizio pandemia nel 2020. La pandemia di Covid-19 ha attivato in tutti noi la paura del contagio, della morte, della catastrofe imminente», afferma la dottoressa. «Il nostro senso di precarietà emotiva e fisica è aumentato e quindi anche la ricerca di monitorare costantemente le notizie per essere sempre aggiornati e sentirsi rassicurati». Chi è più vulnerabile? «Il doomscrolling si manifesta in particolar modo in coloro che hanno una predisposizione genetica per disturbi psicologici. Dunque tutte quelle persone che soffrono, o sono predisposte a soffrire, di disturbi di ansia e che hanno più probabilità di sviluppare meccanismi legati al controllo come gestione dell’ansia. L’esigenza di poter intervenire per anticipare e ‘tamponare’ situazioni di pericolo, tipica di chi soffre di questi disturbi, può portare a sviluppare una dipendenza da cattive notizie».

Si diventa ipocondriaci mediatico-digitali senza quasi accorgersene. «La nostra vita è costellata da stimoli e da notizie di cronaca anche quando non usiamo i nostri device personali, basti pensare agli schermi nelle stazioni e sui mezzi pubblici. La mancanza di consapevolezza circa il problema, però, può portare a non rendersi conto di questa cattiva abitudine che, a lungo andare, influenza le nostre giornate, facendo insorgere una costante sensazione di angoscia. Come spesso accade con i disturbi di natura psicologica, non sempre siamo consapevoli di fare doomscrolling», afferma la psicologa. Quando lo facciamo «rinforziamo la sensazione di angoscia correlata al bisogno di controllo su cose che, in ogni caso, non potremmo controllare, come accadimenti pericolosi per noi e per i nostri cari». Tutto ciò «può, nel caso di problemi psicologici severi, causarne un peggioramento con manifestazioni di calo del tono dell’umore e un aumento di ansia e disturbi del sonno». Tanto più che gli algoritmi che governano il web e i social moltiplicano gli stimoli: ripropongono «le notizie su cui ci soffermiamo maggiormente», così, «se tendiamo a cercarne ossessivamente di negative…, ci proporrà sempre più spesso quelle cattive».

La serietà di questo fenomeno è testimoniata da una circostanza: nel luglio del 2021 è stata chiamata a parlarne ‒ sul sito del prestigioso World Economic Forum ‒ Ariane Ling, psicologa nello Steven A. Cohen Military Family Center del NYU Langone Health, grande centro medico universitario legato alla New York University. Nell’intervista, alla domanda «Il doomscrolling esisteva prima della pandemia?», la dottoressa ha risposto: «Sicuramente, in particolare con i pazienti che hanno presentato depressione e ansia. Parliamo molto di bias di (tendenza alla, ndr) conferma: se si sta lottando con la depressione o con i pensieri tipo ‘Il mondo è tutto cattivo’, ci concentreremo maggiormente su articoli o cose nel nostro ambiente che convalidano quella convinzione... Un tempo le persone avrebbero potuto prendersi una pausa dal lavoro e chiacchierare con un collega: questo è stato sostituito dal fatto che stiamo soltanto sui nostri telefoni; li abbiamo costantemente con noi come compagni di sventura». Cosa possono fare le persone per fermare il doomscrolling? «Una delle domande che pongo sempre ai miei pazienti è: ‘Se tu non avessi il telefono, cosa faresti?’. Una volta presa consapevolezza di quanto tempo stanno trascorrendo sui loro smartphone, si fa spazio alla curiosità: ‘Potrei leggere o cucinare o allenarmi’».

La diffusione del doomscrolling pone comunque qualche questione anche al mondo dell’informazione. È vero che un giornalista professionista non può sentirsi responsabile della depressione che spinge una persona ad «annegare lentamente dentro una specie di sabbie mobili emotive, abbuffandosi di notizie negative» (è una definizione usata da Brian X. Chen, principale esperto di tecnologia per il New York Times). Però almeno i professionisti della comunicazione dovrebbero evitare di gettare benzina sul fuoco della tendenza ‒ generalizzata ‒ a provocare reazioni emotive e irrazionali da parte dell’opinione pubblica. Come ha scritto su Prima Comunicazione Andrea Barchiesi, esperto in marketing e mezzi d’informazione, «i media per sopravvivere si sono fatti social. I talk show sono diventati pericolosamente simili a una pagina Facebook. Degli acchiappa-click con un menù di contenuti pensato per generare coinvolgimento più che informazione... Creare coinvolgimento non significa necessariamente informare, anzi sempre più spesso significa creare polemica e spettacolarizzare, dare voce a opinioni divisive, incuranti degli effetti prodotti all’interno della società».

Di certo, al di là dei particolari e pesanti disturbi che la ricerca ossessiva di notizie negative provoca nelle persone psicologicamente più fragili, la cosiddetta “infodemia” ha causato e sta causando danni a livello di massa: non solo legati all’ansia che provoca (tanto che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha citato questa circostanza più volte usando l’espressione inglese “infodemic”), ma anche ai pregiudizi e alla disinformazione che alimenta (per esempio, sui vaccini anti-Covid o sulla guerra russo-ucraina). Come scrive Treccani.it riferendosi al neologismo, si tratta della «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili». Questa forse è un’altra questione e dilungarsi potrebbe annoiare qualcuno. Però dalla noia alla paranoia il passo è breve.

 

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