15 marzo 2018

Doping, una questione di sostanza

Il fenomeno del doping conquista spesso i titoli sulle prime pagine dei giornali, e in generale l’interesse mediatico, quando a essere coinvolti sono atleti professionisti, gare importanti, competizioni di alto livello in cui guadagnare una postazione in più fa la differenza, la competitività è esasperata e fa passare in secondo piano la   e l’onestà; e sono gli sport di resistenza, come il ciclismo, a essere di frequente nell’occhio del ciclone, con tutto il contorno di polemiche sul confine tra sostanze e quantità lecite o illecite.

Ma al di fuori di questo giro, esistono forme di doping ‘striscianti’ – diffuse capillarmente nelle palestre disseminate nel territorio, ‘il posto sotto casa’ – e alimentate attraverso il passaparola e i contatti social; pratiche molto più difficili da identificare e quantificare, e per questo più difficili da combattere. Di certo più difficili da comprendere, anche in considerazione della loro pericolosità.

La spinta è spesso una forma di esibizionismo o di vanità; a volte è il desiderio di scolpire il corpo nell’ambizione di sfondare come fotomodelli; oppure l’insicurezza, soprattutto dei più giovani (purtroppo anche i più facilmente influenzabili), che nei muscoli sperano di trovare un sostegno anche psicologico.

Forse nella maggior parte dei casi è una mix nocivo di diversi fattori, un’attenzione verso il proprio corpo che sconfina nell’ossessione e nella vigoressia, disturbo assai meno noto dell’anoressia, in cui il soggetto è concentrato solo sulla forma fisica e sulla massa muscolare, che percepisce sempre inferiore a ipotetici standard, e si sottopone a diete mirate, esercizi fisici massacranti e continuativi, assunzione di integratori e, nei casi più seri, di sostanze illegali, per avvicinarsi a un’immagine ideale che rimane comunque irraggiungibile.

Approvvigionarsi non è difficile, funzionano molto i contatti nelle chat, attraverso i social; a volte sono i gestori stessi delle palestre a fornire questo ‘servizio’, spesso chi vende queste sostanze gira per le palestre come utente e ‘aggancia’ i potenziali clienti, che convince poi a diventare a loro volta distributori. Facile anche procurarsi in rete prodotti di vario tipo, sulla cui reale composizione però non si sa nulla, con effetti imprevedibili sulla salute, che sono tuttavia totalmente sottostimati.

Secondo un report che risale al 2013 di Sandro Donati, ex della nazionale di atletica leggera ed ex dirigente CONI, oltre che consulente della WADA (World Anti-Doping Agency), insieme a Letizia Paoli, docente di criminologia presso l’Università di Lovanio, in Italia vengono consumate annualmente circa 371 milioni di dosi di sostanze dopanti (nettamente prevalenti sono gli steroidi), con un giro d’affari intorno ai 500 milioni di euro. Nel 16% delle palestre con strutture per body building circolano prodotti illegali e se si considerano tutte le sostanze proibite incluse nella lista della WADA i consumatori ammontano a circa 253.700; escludendo cannabis e cocaina si scende intorno ai 220.000 di cui un 30% è rappresentato da body builders.

Data la contiguità, e a volte parziale sovrapposizione, tra sostanze illegali e prodotti integratori o farmaci il cui uso è consentito, forse è proprio da qui che si dovrebbe partire per ‘ripulire’ le palestre, con un’azione concertata tra allenatori di tutti i livelli, per scoraggiare e sconsigliare l’uso eccessivo dei prodotti che costituiscono terreno fertile per ulteriori impropri consumi.

Immagine: Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0). Autore: istolethetv


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