24 novembre 2020

Dopo il Covid, un calcio da ripensare

Se c’è qualcosa che l’emergenza Coronavirus – prima o seconda ondata non importa – dovrebbe avere reso chiaro al mondo del calcio, a livello nazionale e anche internazionale, è la necessità di ripensare profondamente i propri modelli economici ed organizzativi i quali, nella migliore delle situazioni, sono sostanzialmente fermi a vent’anni fa. Magari in certi casi non superati, ma neppure al passo con una visione futura. Se è vero che le istituzioni calcistiche, specie quelle europee, sono state in grado di superare con una certa capacità di reazione i problemi immediati causati dalla pandemia sulla stagione 2019-20, è vero altresì che sul breve periodo – sostanzialmente sulla programmazione della stagione 2020-21 – hanno deciso, con minime modifiche, di replicare i paradigmi usuali, quelli canonici in tempi di pace, con risultati tutto sommato prevedibili, ovvero la proiezione sui tornei attualmente in corso delle problematiche che l’estate, con il contestuale rallentamento della curva epidemiologica figlio dei lockdown primaverili, aveva di fatto evitato alla terminazione dell’attività 2019-20.

Così in Italia, in maniera per nulla sorprendente, ai protocolli relativi ai controlli e alle deroghe previste per i calciatori professionisti si sono affiancate misure piuttosto blande per il mondo dilettantistico (che, per dare un ordine di grandezza, conta di un numero di tesserati circa 130 volte superiore) e, mentre i primi stanno proseguendo l’attività facendo fronte a positività continue e dando la stura alle relative e scontate polemiche, i secondi – vale a dire la gran parte dei tornei organizzati sotto l’egida della Lega nazionale dilettanti – si sono dovuti fermare dopo nemmeno un mese. In tutto questo, anche le parziali riaperture degli stadi al pubblico hanno assistito allo scontrarsi dell’insensato ottimismo iniziale e delle ipotesi di ampliamento della platea degli spettatori con la cruda realtà di un contagio difficile da rallentare, con conseguente nuova chiusura degli impianti e disputa delle gare a porte chiuse quasi dovunque, al punto che persino la lassista Ungheria – dove, sino a pochi giorni fa, gli stadi potevano accogliere sino al 30% della capienza – ha cambiato idea e applicato nuove restrizioni simili a quelle in vigore nel resto d’Europa.

La conseguenza è il perdurare dell’azzeramento dei ricavi caratteristici da gara, quelli dei botteghini ma anche quelli commerciali, che inizia ad impattare sui vari bilanci e si aggiunge ai cali di ricavi generali di questa contingenza: recentemente, i dati della prima trimestrale dell’esercizio 2020-21 del Manchester United, ancora oggi la società più ricca del mondo, mostrano una flessione dei ricavi pari a quasi il 20%, ma l’effetto Covid non sta risparmiando nessuna società e, se le grandi assistono a contrazioni a doppia cifra percentuale, più in basso si scende nella scala del calcio e più significativi sono i rischi per i club. Non si parla solo di ridimensionamento, ma in certi casi persino del pericolo, nemmeno troppo ipotetico, di fallimento.

Ora, la stagione in corso in Italia verrà portata a termine con le unghie e con i denti pure a fronte di situazioni grottesche – al caso Juventus-Napoli ha fatto seguito, in B, l’indecente teatrino del mancato rinvio di Salernitana-Reggiana, con il club emiliano costretto a non presentarsi avendo dicasi ben 29 persone del gruppo squadra con tampone positivo – e di una credibilità istituzionale anche per questo in rapida discesa, e così accadrà anche nelle altre federazioni europee e a livello di competizioni continentali: giusto o sbagliato che sia – le considerazioni morali, in questo momento, non valgono più – lo spettacolo calcistico sa di non potersi fermare per non mettere ulteriormente a rischio la propria sostenibilità.

Questo nel breve termine. Ma è nel medio periodo che si gioca la partita più rilevante e riguarda appunto l’obbligo ormai acclarato di modificare i format dei tornei e i relativi calendari. Le ripercussioni della pandemia si rifletteranno sul calcio (e sullo sport più in generale) verosimilmente almeno per un paio di anni ancora, ed è adesso che al sistema serve rivalutare i parametri della propria specificità. Valutando come pressoché impossibile ridurre la sperequazione che ha caratterizzato un poderoso aumento del divario fra i club più opulenti e il resto della compagnia negli ultimi tre lustri, anche perché chi ha raggiunto certi livelli difficilmente può essere attratto da tentazioni solidaristiche o da approcci da decrescita felice, la via di una Superlega – o Super Champions: la si chiami come si vuole; il concetto quello è – appare un modello ben più futuribile di quanto non si possa pensare. A intervalli regolari gli insider lasciano trapelare l’esistenza di ricchi progetti foraggiati da finanziatori solidi e garantita da fondi di private equity, sempre seguiti da smentite (dalla FIFA all’ECA, European Club Association) che valgono quali conferme, nel più classico schema del gioco delle parti; ma è indubbio come, in un mondo che si è scoperto impreparato ad una eventualità non esattamente imprevedibile come appunto una pandemia globale, una sorta di NBA (National Basket-ball Association) del calcio renderebbe ai plutocrati del pallone ben più semplice e snella l’organizzazione dello show, con la possibilità di decidere tutto in proprio. La bolla del grande basket americano questo ha dimostrato, in fondo.

Se si considera poi che si va verso il primo Mondiale invernale della storia (Qatar 2022) e che le coppe europee cambieranno dal 2024, diventa chiaro come il momento per accelerare non possa essere che questo, soprattutto perché si è calcolato che gli effetti economici negativi della pandemia sullo sport potrebbero infine rivelarsi 10 volte superiori a quelli della crisi del 2008. Si tratterebbe di uno strappo decisivo. Certo, sarebbe forse auspicabile una prospettiva di cambiamento più etica e riflessiva, tuttavia non fu a suo tempo l’etica il motore della nascita della Premier League o della Champions League, le due competizioni calcistiche da anni considerate punto di riferimento, ed è per questo che appare difficile pensare a un cambio di rotta piuttosto che alla velocizzazione di un processo in atto da anni, dove la logica del grande evento mediatico ha sempre surclassato qualsiasi altra ipotesi. Che poi si tratti di una lega a sé stante (appunto stile NBA, ma a quel punto globale) o di una competizione destinata a sostituire la Champions League, tutto può essere oggetto di discussione, salvo un’uscita dalla FIFA che comporterebbe il rischio di squalifiche degli atleti per le attività delle Nazionali.

Il prossimo triennio, in cui appunto si giocheranno i Mondiali del Qatar ed è sul piatto la rimodulazione delle coppe europee, anche a causa del pretesto di rottura fornito dalla pandemia sarà decisivo e per questo va considerata ogni opzione, si trattasse anche solo di una minaccia per aumentare ulteriormente la golden share dei club più ricchi. Tutto si riverbererebbe poi sui vari campionati nazionali, i quali inevitabilmente perderebbero appeal. Eppure i tornei interni avrebbero necessità di ritrovare una competitività reale e di porre un freno al gigantismo, riducendo il numero dei club professionistici per consentire un miglioramento del prodotto e garantire una dignitosa prosperità, o almeno la sopravvivenza, di chi vi prende parte. Si tratta di un aspetto ora affatto scontato, a causa di una serie di scelte miopi che, nel corso degli ultimi due decenni, hanno finito per fare esplodere i costi in capo alle società, primi fra tutti quelli relativi agli ingaggi dei calciatori (e relativa tassazione), in una crescita pressoché costante e con bilanci di frequente imbellettati attraverso operazioni borderline, quando a volte proprio non oltre il limite. Ecco: mantenendo gli schemi attuali, la sperequazione non diminuirebbe e, al contrario, l’appeal dei campionati nazionali ne risentirebbe comunque. Quale che sia la visione, il calcio ha la necessità di scoprire le carte per disegnare i prossimi due decenni: è il momento.

 

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Immagine: Tifosi distanziati sugli spalti a causa del Covid-19, Torino (20 settembre 2020). Crediti: ph.FAB / Shutterstock.com

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