27 settembre 2020

Educazione di genere contro la violenza

 

Violenza di genere: le buone intenzioni non bastano

Difficilmente oggi qualcuno potrebbe affermare di non essere contrario alla violenza contro le donne, almeno quanto è difficile che qualcuno si definisca apertamente "razzista". Ciononostante, le cronache ci riportano quasi quotidianamente di casi di donne uccise da compagni o ex-compagni e la nostra stessa esperienza ci testimonia di quanto la violenza verso le donne sia diffusa[1]. Questa non è che la punta di un iceberg sommerso e fatto di vessazioni e aggressioni e nascosto alle aule di tribunale. Si usa il termine di "violenza di genere" a sottolineare il legame tra questi comportamenti e atteggiamenti e il modo con cui costruiamo il maschile e il femminile nella società e le loro relazioni reciproche.

La violenza di genere è figlia di una cultura diffusa basata su logiche di subalternità, essenzialismi, ineluttabilità, proprietà e dominio. Una cultura che confonde passione e violenza, gelosia e controllo, attaccamento e possesso. In molti casi essa è sostenuta da una visione del femminile e del maschile come due poli opposti, in cui al primo termine sono associati istintività, irrazionalità, artificio, infantilismo, dipendenza, dolcezza, o il mettersi a disposizione degli altri, mentre, al secondo termine, ragione, logos, spontaneità, maturità, controllo, aggressività e indipendenza. Le ricerche (ad esempio, quella dell'Istat nel 2019 sugli stereotipi di genere) mostrano che la giustificazione della violenza è spesso associata a visioni stereotipate delle differenze e alla discriminazione di genere. Per contrastare la violenza di genere i buoni propositi dunque non bastano. Si tratta (anche) di lavorare sui presupposti profondi, culturali e sociali, che la alimentano, magari già durante l'infanzia, quando si viene socializzati ai valori che regolano il nostro vivere con gli altri e si costruiscono aspettative in relazione al nostro mutuo riconoscimento identitario. Ecco che l'educazione di genere diventa uno strumento imprescindibile per contrastare la violenza contro le donne fin dalle sue basi.

 

Le principali linee d'azione dell'educazione di genere

A differenza della socializzazione di genere (il percorso che istruisce fin dalla nascita un individuo su ciò che la società si aspetta a seconda del suo essere riconosciuto come un maschio o come una femmina), l'educazione di genere è una attività consapevolmente intrapresa per evitare la cristallizzazione degli stereotipi, per promuovere una cultura inclusiva della diversità e la costruzione individuale della persona nella sua processualità. Ma come si fa educazione di genere? Poiché si parla di una pratica che viene portata avanti nel nostro paese almeno dagli anni Settanta, non è possibile dare una risposta univoca. Esistono oggi molte teorie e obiettivi, almeno quante sono le elaborazioni filosofiche e pedagogiche in tema di differenza sessuale. In linea generale, essa si è mossa su tre grandi linee di intervento, linee che non sono mutuamente esclusive e che sono legate al comune intento di educare alla parità e all'uguaglianza (che non vuol dire medesimezza). La prima è quella mossa da un obiettivo apertamente emancipazionista: intende valorizzare saperi, valori ed esperienze di gruppi appartenenti a minoranze morali (in primis le donne, ma non soltanto), lavorando su quello che c'è ma anche su quello che manca (ad esempio nei programmi o nei testi scolastici) con l'obiettivo di raggiungere una più equa distribuzione delle risorse - materiali e simboliche - e delle opportunità tra uomini e donne. La seconda linea d’azione è ispirata alla pratica femminista del partire da sé. Dal momento che non siamo genericamente insegnanti ed educatori, ma donne e uomini, soggetti portatori di un punto di vista sul mondo e che qualsiasi processo educativo implica una dimensione del sapere ma anche una dimensione dell’essere, diventa opportuno portare avanti una riflessione comune sulla propria esperienza, sui propri valori, sul proprio linguaggio, in una co-costruzione delle diverse soggettività. La terza è la linea d’azione decostruzionista, che si pone l’obiettivo di fornire degli strumenti per uno sguardo critico sui processi (relazionali, simbolici, istituzionali e strutturali) che sottostanno alla creazione delle differenze, in primis quella tra il maschile e il femminile (per maggiori dettagli rimando al mio testo Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all'età adulta, Il Mulino, 2019).

 

Non solo per le donne

È ormai condivisa l'idea che l'educazione di genere, specie in una realtà multiculturale e globale, debba essere in buona sostanza una educazione alla complessità. Si tratta di fornire degli strumenti per relazionarsi a un mondo in cui le traiettorie biografiche sono sempre più diversificate, in cui ci sono famiglie con due papà o due mamme, in cui una persona può cambiare identità di genere nel corso della propria vita o uscire dai binarismi, in cui si può essere oggetto di aggressioni sul nostro modo di vivere la sessualità o la nostra identità di genere su ambienti nuovi, come i social media. Una delle novità più recenti, ad esempio, è l’apertura dell'educazione di genere ai temi del maschile: numerose esperienze puntano oggi a recuperare la maschilità come visione parziale e non universale del mondo e a indagare i vincoli e le rigidità della socializzazione alla virilità, soprattutto in adolescenza, decostruendo scorciatoie di riconoscimento sociale spesso basate sulla violenza verbale e fisica contro le minoranze. Un ulteriore contributo è dato anche dall’apertura al tema Lgbtqi. Se la norma eterosessuale costruisce il maschile e il femminile come elementi complementari che devono attrarsi, essa è anche alla base della stigmatizzazione degli orientamenti non eterosessuali. Un terzo elemento di novità sta nell’approccio intersezionale, che parte dalla consapevolezza che non si può considerare la dimensione di genere senza chiamare in causa gli altri attributi che ci posizionano diversamente nel tessuto sociale (provenienza, classe, cultura, età, religione, orientamento sessuale, ecc.): l’idea è che tutte queste dimensioni abbiano un effetto congiunto sulla vita delle persone che non è sommatorio, ma esponenziale. Esse sono in relazione le une con le altre e le disuguaglianze che vi si creano si rafforzano avicenda.

In breve, in un contesto culturale e sociale che spesso definisce maschilità e femminilità come elementi opposti e ordinati in una scala gerarchica, sostiene relazioni di intimità in senso fusionale e appropriativo, ed esclude di fatto tutto ciò che esce dai ruoli tradizionali e dall'eterosessualità (in altre parole, di fronte a un simile "ordine di genere", secondo la definizione di R.W. Connell) allora l'educazione di genere, se fatta con competenza, è utile non solo a contrastare la violenza contro le donne, ma anche quella contro quegli uomini che non si conformano ai modelli egemonici di maschilità, o quella contro le persone che non rientrano nel binarismo sessuale oppure non hanno un orientamento (esclusivamente) eterosessuale. Il suo obiettivo non è di rendere confusivo, destrutturato e difficoltoso un percorso di crescita individuale, come alcuni affermano. L’idea è piuttosto quella di offrire degli strumenti perché il soggetto in crescita rafforzi il senso di autoefficacia, abbia un dialogo più aperto con le proprie aspirazioni e le proprie emozioni, instauri un rapporto con sé e con gli altri più aperto alla diversità e meno stigmatizzante verso tutto ciò che esce dalla norma. La finalità ultima è la rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, così come vuole la nostra Costituzione.

 

[1]In Italia, ogni due giorni una donna viene uccisa per mano di un conoscente; da tempo si parla di femminicidio per indicare l'uccisione di una donna compiuta proprio perché donna (una donna uccisa da uno sconosciuto durante una rapina non è un femminicidio: diverso è il caso di un uomo che uccide la moglie nel momento in cui non tollera, ad esempio, la vita relazionale di lei). Secondo una ricerca della Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del Ministero della Giustizia del 2017 sulle sentenze 2012-2016, circa l'85% degli omicidi di donne oggi in Italia sono classificabili come femminicidi, in gran parte compiuti in ambito familiare. Questo fenomeno non ha un corrispettivo al maschile.

 

Immagine: Stop alle molestie sessuali e alla violenza contro le donne, allo stupro e all'abuso sessuale. Crediti: Tinnakorn jorruang / Shutterstock.com

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