26 settembre 2014

Ellie, la psicologa virtuale

Le manca l’empatia, una qualità non secondaria considerato il ‘lavoro’ che fa: ma nonostante questo Ellie, la psicologa virtuale messa a punto dall’Institute for Creative Technologies di Los Angeles, si è rivelata un’ottima professionista, in grado di superare le reticenze e gli imbarazzi delle persone meglio di un umano in carne ed ossa.

Alla luce dell’esperimento portato avanti dai ricercatori di Los Angeles, parlare dei propri tormenti interiori sembrerebbe più facile con una macchina, asettica, non giudicante, astratta, che con un proprio ‘pari’. Una suggestione carica di implicazioni, pratiche e non. L’esperimento è stato portato avanti su 239 persone: a una parte di loro è stata detta la verità, e cioè che avevano a che fare con un’intelligenza artificiale, agli altri è stato detto che si trattava di un simulacro, controllato in realtà da remoto da esseri umani. Le domande poste da Ellie, dopo quelle generiche iniziali per ‘fare amicizia’, toccavano aspetti potenzialmente molto sensibili: “Ti senti vicino alla tua famiglia?”, “Qual è l’ultima volta che ti sei sentito davvero felice?”, “C’è qualcosa per cui ti senti in colpa?”, “Raccontami qualcosa che vorresti poter cancellare dalla tua memoria”. Le riprese video delle persone che raccontano sono state poi analizzate da un sistema, il Computer Expression Recognition Toolbox, che è in grado di rilevare e interpretare per esempio i segnali che esprimono tristezza, mentre le trascrizioni delle ‘conversazioni’ sono state analizzate da un gruppo di psicologi (veri) che erano all’oscuro dello scopo dell’esperimento. L’analisi dei risultati dimostra che coloro che pensavano di avere a che fare con una macchina sono stati più aperti, più sinceri, più propensi a mostrare la propria sofferenza, meno timorosi di svelarsi. Spesso i pazienti non comunicano informazioni preziose per i terapeuti perché temono di dare un’immagine troppo negativa, troppo lontana dalla loro immagine ‘pubblica’ e dall’idea che essi stessi hanno di sé, hanno paura di essere giudicati, etichettati. Se invece ciò che dicono ‘sparisce’ nei circuiti imparziali e asettici di Ellie l’illusione della privacy e dell’anonimato è perfetta e aiuta a lasciarsi andare. Certo Ellie non è in grado di suggerire terapie in prima persona, ma potrebbe essere uno strumento utilissimo per fornire agli psicologi umani una grande quantità di materiale ‘autentico’, superando barriere e inibizioni; e consentire così cure e strategie più adeguate.


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