23 settembre 2021

«Esportare la democrazia»: cosa ci dice la Costituzione?

 

Dopo vent’anni dall’11 settembre e sulla scia degli eventi afghani che hanno dolorosamente segnato l’estate appena trascorsa, viene assumendo nuova linfa l’annoso dibattito circa l’esportabilità o meno della democrazia.

Discutere se la democrazia possa considerarsi una formula meccanicamente trasferibile o se, invece, essa sia figlia della storia e della cultura di un Paese è certamente compito della riflessione filosofica e delle valutazioni storiche. Uno sguardo di diritto costituzionale sul fenomeno, tuttavia, può essere di interesse se è vero che dinanzi a esso e al suo ruolo di regolazione del potere oggi si apre una nuova fase della sfida democratica.

Cosa prevede, dunque, la Costituzione al riguardo?

Dalla lettura del testo costituzionale si può constatare che in nessuno dei suoi articoli si fa riferimento all’esportazione di democrazia. A parte il ripudio della guerra sancito all’art. 11, è tuttavia evidente che la strada tracciata dal costituente non tollera alcun tipo di inerzia di fronte alla violazione dei diritti e delle libertà democratiche.

Disposizione chiave, in tal senso, è l’art. 10 che, al comma 3, prevede il diritto d’asilo sul territorio statale per chiunque veda impedirsi, nel suo Paese, l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, e prosegue, al comma 4, con il divieto di estradizione dello straniero per reati politici.

Com’è noto, per estradizione si intende quell’istituto di cooperazione internazionale – regolato dall’art. 697 e seguenti del codice di procedura penale – attraverso cui lo Stato consegna un individuo presente sul suo territorio a un altro Stato che ne abbia fatto richiesta, al fine di dare esecuzione a una pena detentiva o a un processo. Il reato politico, invece, è il fatto compiuto dallo straniero sostanziantesi nel mero tentativo di opposizione a un regime non democratico, o nella manifestazione del libero pensiero, ingiustamente negata nel Paese da cui fugge. La giurisprudenza della Corte costituzionale ha inoltre chiarito che il divieto di estradizione vale anche per quei reati puniti nel Paese richiedente con la pena di morte, non ammessa nel nostro ordinamento ai sensi dell’art. 27 della Costituzione (sentenza n. 54/1979).

Il riconoscimento del diritto d’asilo – disciplinato nel decreto legislativo n. 286/1998 – implica poi il divieto di espulsione per chi lo consegue. Espulsione vuol dire che lo Stato allontana lo straniero dal proprio territorio, inviandolo verso il Paese di appartenenza o provenienza, atto che invero vanificherebbe la finalità dell’accoglimento se il Paese in questione non riconosce le libertà democratiche.

Queste forme di solidarietà di carattere umanitario si iscrivono nel più ampio “contenitore” dell’art. 2 della Costituzione che, nel riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, li lega inscindibilmente all’esercizio dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

La strada tracciata dalla Costituzione, dunque, è quella della promozione della democrazia a prescindere se ciò sia e appaia un’imposizione esogena di uno stampo altrui, ma attraverso la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona, offrendo sostegno ai popoli che lottano per i diritti.

In questo solco possono essere positivamente annoverate le innumerevoli iniziative di solidarietà al popolo afghano, molte delle quali provengono dal basso, mostrando cittadini consapevoli che i diritti umani sono una conquista da salvaguardare, e impegnati nel supporto a quanti da anni operano su quel territorio proprio col fine di proteggere i diritti che spettano a ciascun individuo in quanto essere umano. Si pensi – solo per citarne alcune – al noto impegno di Emergency, di Croce Rossa Italiana, e delle associazioni non a scopo di lucro come Pangea Onlus, Women for women e Nove Onlus.

Occorre sostenere queste iniziative, che fanno da contraltare a quel timore di nuove migrazioni, pure dilagante e che tanto stride con i nostri valori costituzionali, e che indicano la rotta per il superamento dell’impasse interventismo-immobilismo in cui il dibattito sull’esportabilità della democrazia rischia di rimanere imbrigliato.

D’altra parte, accoglienza e sicurezza sono i valori indicati dal governo come prioritari per la gestione della crisi afghana, e l’auspicio che la strada tracciata dai principi costituzionali possa ispirare la cooperazione del prossimo G20 a guida italiana può sintetizzarsi nell’insegnamento degasperiano secondo il quale «l’unico modo per difendere la nostra democrazia è quello di occuparsene».

 

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