20 settembre 2020

Generazioni in attesa di diritti

Utilizziamo la definizione sociologica “seconde generazioni” per indicare i figli degli immigrati. Nella sua accezione più ampia – e maggiormente condivisa dai diretti interessati – si riferisce sia a chi è nato in Italia da genitori immigrati che ai minori giunti qui al seguito dei genitori. Creare una famiglia e scegliere di vivere stabilmente in un Paese è un atto di fiducia, di legame con la società e il territorio, di integrazione. Le seconde generazioni sono il frutto di queste scelte, diventando così una parte fondamentale dell’integrazione[1] in Italia di oltre cinque milioni di immigrati. Analizzarne le condizioni di vita, i diritti, la scolarizzazione e l’effettiva inclusione nella società è anche un modo per tastare il polso del funzionamento delle politiche d’integrazione messe in atto nel Paese. In Italia ci sono più di 857 mila studenti con cittadinanza non italiana – pari al 10% del totale – che siedono tra i banchi delle nostre scuole di ogni ordine e grado[2]. Considerando che i flussi significativi di immigrazione in Italia sono cominciati all’inizio degli anni Novanta e tenendo conto del fatto che molte delle persone arrivate in quegli anni si sono insediate stabilmente in Italia, sappiamo che c’è nel Paese un’altra componente di giovani adulti di seconda generazione. La loro è una realtà di vita costruita sui confini: di definizione, d’inclusione, di cittadinanza e d’identità, che mette alla prova la capacità della società italiana di trattare come propri figli coloro che nascono e crescono qui da genitori immigrati.

I ventenni e i trentenni sono sempre più attivi nella vita pubblica, dove attraverso un numero crescente di associazioni e movimenti provano a far sentire la propria voce, chiedendo in primis una riforma della legge sulla cittadinanza. In Italia la legge n. 91 ‒ che regola l’ottenimento della cittadinanza ‒ risale al 1992 ed è fortemente legata allo ius sanguinis, riconoscendo in via automatica la cittadinanza ai figli di cittadini italiani e ai discendenti di italiani, mentre è residuale il principio dello ius soli, legato al luogo di nascita e di residenza. L’Italia è tra i Paesi europei dove risulta più difficile per gli immigrati e i loro figli diventare cittadini. Chi è nato qui da genitori stranieri può richiedere la cittadinanza entro un anno dal compimento dei 18 anni e solo qualora abbia risieduto ininterrottamente nel Paese. I ragazzi che sono arrivati in Italia da piccoli non vengono presi in considerazione. Essi potranno arrivare alla cittadinanza se i genitori maturano i requisiti: dieci anni di residenza ininterrotta e una soglia di reddito minima. Tali requisiti devono continuare a sussistere anche nel periodo di attesa del decreto di concessione della cittadinanza, periodo che è passato da due a quattro anni con il Decreto-legge del 2018, il primo dei cosiddetti Decreti Sicurezza. Questo allungamento dei tempi di attesa a quattordici anni allontana ancora di più l’Italia dai Paesi europei. In Germania bastano otto anni di residenza per richiedere la cittadinanza per sé e per i figli nati nel Paese, la Francia ha un impianto che punta a includere anche le terze generazioni, così come fa anche la Spagna, che prevede un regime particolarmente favorevole per le ex colonie e riduce inoltre da dieci a uno gli anni di residenza richiesti per chi sia nato in Spagna.

In Italia ci sono stati negli anni vari tentativi di riforma – non concretizzatisi ‒ che puntavano a rendere la normativa più inclusiva e al passo con il mutato contesto socioculturale del Paese. Anche perché, come argomentava nel 2006 l’estensore di una delle riforme, l’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato, la cittadinanza è il «“rapporto fondamentale” che si instaura tra lo Stato e i singoli individui» e nella Carta costituzionale «numerosissime sono le disposizioni che si indirizzano ai “cittadini” e che fanno sorgere diritti e obblighi solo in capo a questi ultimi». Una esclusione che si aggiunge ad altre in ambito civico, culturale e sociale, spesso preclusi ai non cittadini. È ad esempio il caso del Servizio civile nazionale, esteso anche ai non italiani solo in seguito a un intervento della Corte costituzionale nel 2015. Di fatto i figli degli immigrati extracomunitari sono dei cittadini di serie B non solo in confronto ai loro coetanei italiani, ma anche di chi è figlio di cittadini europei. A partire da Maastricht e continuando con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e le sentenze della Corte di giustizia, il concetto di cittadinanza europea è andato arricchendosi di diritti e tutele. Essa è comune a tutti gli Stati europei, dunque la normativa sulla cittadinanza di uno ha indirette conseguenze sugli altri. Un esempio è quello delle 537.821 cittadinanze italiane concesse tra il 1998 e il 2004 a cittadini sudamericani che hanno dimostrato di avere un avo italiano. Questo ha creato frizioni con la Spagna, mentre una frizione analoga è sorta tra l’Italia e la Romania per le cittadinanze concesse da quest’ultima.

È di tutta evidenza, dunque, che al pari delle politiche sull’immigrazione, anche la normativa europea sulla cittadinanza deve essere armonizzata, ispirandosi allo spirito egualitario e democratico della Carta dei diritti fondamentali. Contemporaneamente l’Unione Europea ha riconosciuto l’importanza di rafforzare gli strumenti di inclusione sociale creati dalla società civile, soprattutto in Paesi dove le politiche pubbliche di integrazione sono state lacunose o fallimentari. In Italia i progetti socioculturali sono i più incisivi nel contrastare esclusione e marginalità (il divario tra i ritardi scolastici degli studenti italiani e di quelli con background migratorio è notevole). Essi danno ai giovani strumenti di partecipazione e organizzazione per essere a loro volta attivi nella società, aiutandoli a compiere l’importantissimo passo di riconoscere e vivere come una ricchezza la propria identità plurale.

 

[1] Integrazione è uno dei termini maggiormente usati nel dibattito pubblico, in riferimento all’immigrazione, eppure spesso non c’è tra gli interlocutori una condivisione del significato attribuitogli. Cosa significa integrarsi in un Paese? Spesso si risponde rispettare la cultura di quel Paese. Se pensiamo all’Italia, con la sua ricca varietà culturale, capiamo che questo ragionamento complica le cose piuttosto che portarci a una sintesi. E allora qual è il patrimonio comune italiano che potremmo chiedere a un immigrato di conoscere? Siamo portati a optare per la lingua, la storia del Paese e la Costituzione italiana, figlia di questa storia e sintesi più alta dei valori condivisi dalla società. Eppure qualcosa ancora manca. Se cambiamo punto di vista e adottiamo quello della persona immigrata, comprendiamo che alla base dell’integrazione vi è anche la scelta di fermarsi proprio in questo Paese e non in un altro, l’intreccio di relazioni umane che rendono via via più naturale vivere in un luogo diverso da quello dove si è nati, l’avere dei diritti come persona e la possibilità di acquistare nuovi diritti di cittadinanza con il passare del tempo. In sintesi si tratta di essere riconosciuti, sia dallo Stato che dalla società. Ecco che arriviamo a guardare l’integrazione come processo biunivoco, per questo più complesso delle schematizzazioni che ci vengono proposte, ma anche più vicino alla realtà della società italiana. In questa realtà molti italiani sono stati e continuano a essere coprotagonisti dell’integrazione riuscita dei loro amici, colleghi, vicini di casa immigrati. L’integrazione è un patrimonio comune da salvaguardare e valorizzare, dove è continuamente necessario intervenire per sistemazioni e migliorie, come facciamo con il nostro patrimonio culturale.

[2] I dati più recenti del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono relativi all’anno scolastico 2018-19.

 

Immagine: Bambini durante l’attività scolastica in una scuola multietnica, Torino (4 aprile 2017). Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

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