22 dicembre 2020

Gig economy e tutela del lavoro: il Tribunale di Palermo assume un fattorino di Glovo

 

Con la sentenza n. 3570 dello scorso 24 novembre, il Tribunale di Palermo ha disposto la sussistenza di un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato tra la Glovo S.R.L. e il ciclofattorino addetto alla consegna di merci, cibi e bevande a domicilio che aveva presentato un ricorso di lavoro contro quest’ultima. Il provvedimento è di rilievo perché si tratta della prima volta in Italia che ad un lavoratore della cosiddetta gig economy viene riconosciuto un rapporto di lavoro subordinato. Esso arriva a compimento di un percorso giurisprudenziale iniziato nel 2018, che induce a riflettere sulle più recenti tendenze in materia di politiche pubbliche. Ma andiamo con ordine.

Com’è noto, la gig economy è un modello diffusosi a seguito della crisi economica del 2007, quando l’intuizione di sfruttare le piattaforme digitali per mettere in comunicazione domanda e offerta di lavoro ha determinato la nascita di una nuova modalità di scambio di beni e servizi: il cosiddetto lavoro tramite piattaforma, mediante la quale un utente che richiede un bene o un servizio viene connesso in tempo reale con un altro in grado di fornirlo. Si riducono così notevolmente i costi dell’intermediazione tra datori di lavoro e lavoratori, e i gig workers possono fruire di una nuova opportunità di guadagno contro la disoccupazione.

Uber, Glovo, Foodora sono solo alcune delle piattaforme che rappresentano una componente crescente del PIL nazionale annuo, ma in quali forme giuridiche vanno inquadrate queste nuove prestazioni lavorative via Internet? La questione si è posta per la tutela delle condizioni di lavoro dei fattorini, gestite dalle piattaforme. Queste si servono di algoritmi in grado, da un lato, di rendere veloce ed efficiente il servizio mediante l’assegnazione degli incarichi a seconda della geolocalizzazione del fattorino rispetto al luogo di consegna, e, dall’altro, di valutare e conseguentemente organizzare le attività del lavoratore in base ad un punteggio che tiene conto della sua disponibilità sull’app e del gradimento espresso nei suoi confronti dagli utenti e dai partner.

Ebbene, dal punto di vista giuridico il nodo centrale da sciogliere è se questa prestazione on demand possa o meno essere inquadrata nell’ambito della subordinazione, per garantire ai fattorini le tutele del lavoro dipendente, volte soprattutto a far loro ottenere uno stipendio orario secondo i minimi salariali del contratto collettivo del terziario e non una retribuzione a cottimo sulla base delle tariffe “a consegna”. Questo lo scopo raggiunto con la sentenza del Tribunale di Palermo, che ha rappresentato una vittoria per la NIDIL CGIL (Nuove Identità di Lavoro), l’associazione sindacale che aveva sostenuto il lavoratore nel contenzioso.

Ai sensi dell’art. 2094 del codice civile, una prestazione lavorativa si intende subordinata se sussiste il requisito della cosiddetta eterodirezione, vale a dire il vincolo di soggezione del prestatore di lavoro al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore. Il Tribunale di Palermo ha ritenuto che questo articolo – risalente al 1942 e calibrato al modello di lavoro subordinato post-rivoluzione industriale dell’operaio in fabbrica e al fordismo – dovesse essere interpretato evolutivamente, al punto da affermare sussistente la subordinazione nell’obbligo per il lavoratore di connettersi all’app al fine di ottenere l’incarico e nella sua soggezione, a seconda del punteggio raggiunto, a meccanismi premiali o sanzionatori atipici.

L’evoluzione giurisprudenziale precedente aveva visto in prima battuta il Tribunale di Torino e quello di Milano escludere l’eterodirezione (rispettivamente nelle sentenze nn. 778/2018 e 1853/2018) sul rilievo che il fattorino, decidendo se e quando collegarsi all’app, non poteva considerarsi obbligato alla prestazione, trovandosi in condizioni di autonomia. Ad aprire il primo spiraglio è stata la Corte d’appello di Milano e poi la Cassazione (sentenze nn. 26/2019 e 1663/2020), che hanno applicato l’art. 2 del decreto legislativo 81/2015 nell’estendere le tutele del lavoro dipendente a una controversia tra fattorini e Foodora.

A fronte di questo percorso giurisprudenziale evolutivo, l’apporto normativo appare invece ad uno stato embrionale. Degne di nota sono solo la Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, predisposta dal Comune di Bologna, e la legge della Regione Lazio n. 4/2019 che pone Disposizioni per la tutela e la sicurezza dei lavoratori digitali, mentre a livello statale le due proposte di legge, presentate una in data 12 dicembre 2018 e l’altra il 1° agosto 2019 ed entrambe assegnate alla Commissione XI Lavoro (A.C. 862 e 2052), non sono state ancora discusse in Parlamento, così come non accennano a concludersi le trattative governative coi sindacati per un contratto nazionale dei fattorini.

Questo ritardo ha l’effetto di sbilanciare le scelte delle politiche pubbliche sempre più sul versante dei giudici, che dinanzi a fatti non ancora regolati dal legislatore sono indotti a trovare soluzioni sulla base dei principi generali del diritto, quindi secondo criteri legali che finiscono per sostituirsi a quelli politici della decisione parlamentare. Ma la portata particolare e concreta delle sentenze, che si applicano soltanto tra le parti del caso deciso dal giudice, rischia di restituire una tutela priva delle garanzie della certezza del diritto e dell’eguaglianza come parità di trattamento: viene invero da chiedersi quale sia la sorte degli altri fattorini di Glovo, magari non abbastanza abbienti da poter sostenere i costi di un processo. Da ciò l’auspicio di un apparato normativo che, rivolgendosi alla generalità dei consociati, sistematizzi la disciplina delle nuove forme di lavoro, anche in recepimento della direttiva europea n. 2019/1152, che contempla il lavoro su piattaforma ed è destinata a trovare applicazione nell’ambito dei rapporti subordinati.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0