11 agosto 2021

Giochi sotto stress

C’è stato un momento omerico, nel corso delle Olimpiadi di Tokyo. Non l’epica, non l’eroismo: il male oscuro, quello che per eccellenza non si addice ai cavalieri senza macchia e senza paura, figurarsi agli atleti, quelli più leggendari, sui quali sono posati gli occhi di tutto il mondo. «Solo e consunto da tristezza errava pel campo d’Aleio l’infelice, e l’orme dei viventi fuggia»: è Bellerofonte nel VI canto dell’Iliade, è Simone Biles sulla pedana della prova a squadre della ginnastica artistica a Tokyo 2020; l’uno, il mitico uccisore della Chimera, perso dopo essere venuto in odio agli dei, l’altra, fuoriclasse assoluto e simbolo globale della sua disciplina, vittima dei twisties, atterrita dai suoi demoni. In due parole: il tema della salute mentale degli atleti, miti dei nostri giorni, è salito sul gradino più alto del podio delle Olimpiadi in maniera clamorosa. Non si è trattato magari di una prima volta, ma l’argomento ‒ già di suo tabù in generale ‒ si è preso ai Giochi una ribalta imprevista. Biles come Naomi Osaka, la tennista giapponese ultima tedofora della cerimonia di apertura, che già pochi mesi fa, al Roland Garros, si ritirò dal torneo, e dai successivi, perché le richieste del suo mondo interiore non combaciavano con le aspettative ‒ sociali, mediatiche, atletiche, commerciali e chissà quant’altro ‒ richiamate dalla sua immagine.

«It’s ok not to be ok»: la frase dettata da Osaka al Time Magazine per abbattere il muro dello stigma, è uno slogan d’impatto, mentre il bronzo di Biles alla trave ‒ lei che, dopo il ritiro di cui sopra e la rinuncia all’All-around e al corpo libero, era tornata infine in pedana ai Giochi ‒ è un simbolo come le sue parole dopo il risultato. «Ho gareggiato solo per me stessa, e questa gara vale tutto il mondo», detto da una ragazza che, a 24 anni, può vantare 4 ori olimpici e 19 mondiali, oltre ad avere dato il nome a 4 elementi tra volteggio, trave e corpo libero. Biles-Bellerofonte, che appena pochi giorni prima fuggiva dal suo mondo, sbattendo la realtà della condizione individuale in faccia ai cultori del superomismo: «Sto partecipando per altri, più che per me. Mi fa male pensare che fare ciò che amo mi sia stato portato via. Appena salgo in pedana, siamo solo io e la mia testa».

Perché ‒ palcoscenico a parte ‒ ha fatto così scalpore l’uscita di Biles? In un’intervista al New York Times, nell’ottobre 2012, la psicologa ed esperta in materia Thelma Dye-Holmes, direttrice esecutiva del Northside Center for Child Development, una delle più antiche agenzie di salute mentale di New York, argomentava sull’effetto di agente mascherante dello sport, sostenendo che la salute mentale portasse con sé uno stigma «legato alla debolezza, che è assolutamente l’antitesi di ciò che gli atleti vogliono rappresentare». Il punto è esattamente questo: più forte e popolare (e, di conseguenza, coccolato da sponsor e media) è lo sportivo, meno è probabile che esponga i suoi problemi e chieda aiuto, perché spesso è la mentalità del gladiatore a prevalere. Erano, quelli dell’intervista, i tempi segnati dall’onda lunga della pubblicazione di Open, la biografia di André Agassi, in cui il tennista statunitense si metteva a nudo in una sorta di seduta analitica nella quale, a partire dalla figura del padre, il tennis ‒ ovvero ciò che gli ha consentito di diventare André Agassi ‒ appariva ai suoi occhi più come una violenza che come un privilegio. Facile dire che, a certi livelli e con certi ingaggi e premi, qualunque pressione debba essere sostenibile e i momenti bui della mente siano solo esaurimenti privati e banali, ma, se è vero che la depressione e la salute mentale sono problemi anche delle persone comuni, si tende in diversi casi a dimenticare come agli atleti ‒ immersi già da ragazzini in una vita vorticosa nella quale il risultato è al centro di tutto ed è la differenza fra l’emergere e il fallire ‒ di frequente facciano difetto alcune strutture culturali e sociali (a volte dovute all’abbandono scolastico, quasi sempre all’assenza di un pregresso adolescenziale ordinario, in taluni casi a una famiglia che sul ragazzo proietta le proprie ansie di successo) che si creano e si cementano in ambienti lontani dalla loro esperienza fuori dall’ordinario.

Non è una questione di fragilità opposta a forza caratteriale, anzi: quest’ultima formulazione è una delle cause degli scompensi, perché è una sintesi adatta al racconto mediatico, non alla complessità dell’esistenza. A Tokyo, il ritiro di Biles è avvenuto nello stesso giorno in cui la nuotatrice italiana Federica Pellegrini chiudeva con l’ennesima finale olimpica la sua carriera: una testata italiana, giocando sulla contrapposizione simbolica fra quanto accaduto alle due atlete, aveva titolato un suo corsivo, appunto «La forza e la fragilità», mentre la stampa statunitense sottolineava al contrario il peso delle diversi parti in commedia di Biles: non solo campionessa chiamata a confermarsi (anche per non deludere gli sponsor), ma icona dello sport femminile, del riscatto afroamericano in uno sport di bianchi, paladina del #MeToo sportivo USA in quanto abusata da un ex medico della nazionale che ha poi denunciato.

Biles e Osaka si sono inserite nel solco di Agassi, ma nel corso degli ultimi anni all’argomento si sono avvicinati numerosi sportivi. Di avere vissuto un periodo di vera e propria depressione parlò Gianluigi Buffon ‒ a proposito: nel 2015 un’indagine della FIFPro (Fédération Internationale des Associations de Footballeurs Professionnels), il sindacato internazionale dei calciatori professionisti, svelò che il 38% di un campione di oltre 800 giocatori aveva sofferto di problematiche da ricondursi alla salute mentale ‒ e raccontò diffusamente dei propri fantasmi il tiratore Niccolò Campriani, parlandone in un libro intitolato Ricordati di dimenticare la paura, un titolo che in qualche modo fa il paio con quello della biografia di Gregorio Paltrinieri, Il peso dell’acqua. Proprio il peso dello sport ad altissimi livelli non giustifica passi falsi, e quando la differenza la fanno i centesimi e i millimetri basta poco per vanificare anni di lavoro e offuscare la mente. Di attacchi di panico ha sofferto la stella della NBA (National Basket-ball Association) Kevin Love, il cui articolo del 2018 pubblicato da The players tribune è illuminante sull’approccio che gli atleti hanno rispetto alla vulnerabilità della mente, almeno quanto il ritiro anzitempo di Andrew Luck, campione di football americano che abbandonò le scene a 29 anni, al culmine di una spirale fatta di problemi fisici e mentali. E se le aspettative sono presenti in qualunque professione, non si può negare che l’essere sempre al centro del racconto – a maggior ragione nella degenerata era dei social ‒ non implica necessariamente dovere accettare di essere ciò che gli altri vogliono che uno sia, solo per il fatto di essere stato baciato da talento e dunque da fama e ricchezza tali da poter sfamare almeno un paio di generazioni a venire.

Se sinora gli studi e le inchieste si sono concentrati precipuamente sul momento del distacco dalla carriera, vale a dire sullo tsunami emotivo del ritiro (si parla di atleti che, per definizione, hanno una carriera a scadenza e, in genere, si proiettano ad una vita nuova e diversa ad un’età nella quale gran parte dei loro coetanei ha raggiunto un equilibrio), Simone Biles a Tokyo e Naomi Osaka poco prima hanno avuto il merito di avere ridefinito la cornice di un problema. E di averlo fatto rivendicandolo come un diritto, necessario per approcciarsi alla salute mentale in modo più critico e analitico, anche nei confronti di chi, nella fallacia dell’immaginario collettivo, non avrebbe motivo alcuno per soffrire di quei disturbi.

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Immagine di copertina: Simone Biles durante le Olimpiadi di Tokyo 2020, Tokyo, Giappone (26 luglio 2021). Crediti: A.RICARDO / Shutterstock.com

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