19 luglio 2020

Giovani, e non solo figli dell’immigrazione, crescono

 

La presenza immigrata è oggi un elemento strutturale della società italiana: gli stranieri rappresentano infatti oltre l’8% del totale dei residenti. Accanto ad essi va considerato chi, giunto in Italia o suo discendente, ha ottenuto la cittadinanza.

I figli di famiglie immigrate, comunemente descritti come “seconde generazioni”, sono presenze importanti nelle scuole italiane. In una prospettiva più ampia, essi delineano una parte significativa nel futuro del Paese. Un’avanguardia di questi giovani è oggi maggiorenne, e attraversa la delicata fase della transizione successiva alla fine dell’obbligo formativo, confrontandosi con comunità spesso incapaci di distinguere fra i percorsi di coloro che sono cresciuti in Italia e dei loro genitori.

L’ingresso nel mondo del lavoro, il senso di responsabilità e di autonomia rispetto alle risorse familiari, la sensazione di essere sempre “sotto osservazione”, specialmente quando i media diffondono episodi negativi che coinvolgono i migranti, sono aspetti che sembrano differenziare i figli dell’immigrazione dall’estero dai coetanei di origine italiana.

Occorre chiedersi come giovani e adolescenti di origine straniera siano interessati dai cambiamenti che attraversano la condizione minorile e se la loro transizione all’età adulta presenti delle caratteristiche specifiche. Un aspetto in particolare fa ritenere corretta questa ipotesi: i giovani stranieri lavorano e mettono su famiglia prima dei pari italiani, che dilazionano sempre più nel tempo le tappe di passaggio dall’essere “giovane” all’essere “adulto”. In tal senso essi rappresentano una novità all’interno di quel modello mediterraneo di rapporti intergenerazionali che caratterizza l’Italia.

Spesso tuttavia si guarda alle seconde generazioni senza considerare con piena consapevolezza la fase del loro ingresso come adulti nella società. Ad esempio, il dibattito pubblico e scientifico è concentrato sulla realtà delle scuole, anzitutto quelle di grado primario. Più raramente l’attenzione e la riflessione si spingono sino all’università, dove i dati mostrano una costante crescita degli iscritti con cittadinanza straniera e diploma di una scuola italiana. Di questa storia recente ancora pochi sono gli approfondimenti, anche perché gli elementi maggiormente problematici (dall’accoglienza alla didattica, dalla relazione con le famiglie alle dinamiche intraclasse) caratterizzano piuttosto i livelli di scuola dell’obbligo scolastico e formativo. D’altra parte, è lo stesso immaginario comune che sembra cristallizzare l’immagine dei figli dell’immigrazione nel loro essere bambini o adolescenti. Così, le seconde generazioni paiono destinate a restare per sempre legate alla loro storia familiare.

Di rado i figli dell’immigrazione sono considerati giovani, senza altra etichetta, parte di quella composita realtà che si avvia a diventare adulta in un tempo caratterizzato da molti timori e poche speranze. Fra le preoccupazioni, vi sono quelle specifiche legate alla condizione giuridica: nascere in Italia non significa infatti divenirne cittadini. E men che mai essere al riparo da processi di stereotipizzazione, che neppure percorsi di studio e professionali di successo riescono a cancellare. Di fronte a questi atteggiamenti, le seconde generazioni cominciano a prendere la parola. Si impegnano nell’associazionismo, partecipano a dibattiti sul tema della cittadinanza, diventano promotori di iniziative di sensibilizzazione. Presentano e discutono la loro vita da “non cittadini” nel luogo in cui “si sentono a casa”, perché ne parlano la lingua e vi hanno svolto tutto il loro percorso formativo. Attraverso numerose iniziative di impegno civico, la generazione dei futuri italiani con il trattino (italo-marocchini, italo-cinesi...) viene alla ribalta e dismette gli abiti degli studenti bisognosi di lezioni di lingua italiana, divisi fra le istanze della famiglia e quelle della società. È la generazione di chi intende prendere la parola, scrivendo o realizzando prodotti digitali e utilizzando gli strumenti della comunicazione on-line per diffondere il proprio punto di vista sul significato di una vita da “non cittadini nell’unico Paese che si considera come proprio”. Attraverso una molteplicità di forme e in collaborazione con soggetti del privato sociale e delle istituzioni locali, le seconde generazioni danno forma al loro essere un gruppo sociale distinto da quello dei genitori (e dei migranti neoarrivati), dimostrando di poter divenire interlocutori importanti per costruire coesione sociale. I tempi sono probabilmente maturi per il passo successivo, ossia entrare in politica. Per alcuni è già una realtà, per diversi una possibilità, per molti (ancora) un obiettivo che si accompagna all’acquisizione della cittadinanza; in tutti i casi un elemento determinante per edificare compiutamente il proprio futuro.

 

Immagine: Gruppo multiculturale di persone al passaggio pedonale, Roma (30 ottobre 2016). Crediti: Shyri / Shutterstock.com

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