26 marzo 2019

Google Stadia, il videogioco liquido che trascende la fisicità

Uno degli assiomi del mondo videoludico più duri a distruggersi è l’associazione tra il contenitore fisico e l’effettivo contenuto di un’esperienza interattiva. Del resto, la figura del collezionista è sempre stata una folta “sottoclasse” del videogiocatore, appassionato di gaming che conserva e custodisce edizioni fisiche dei videogiochi. Il mondo del videogioco è, in realtà, in netta controtendenza con il resto dell’entertainment, dove da tempo dispositivi come lettori blu-ray e decoder satellitari hanno cominciato a raccogliere polvere in cantina, assieme alle videocassette e, ormai, ai DVD. La presenza di grosse scatole per giocare, come PlayStation e Xbox, quindi, risulta per giunta essere piuttosto anacronistica rispetto a realtà ormai enormemente consolidate come Netflix e Spotify.

Tutto questo è destinato a cambiare nel mondo dei videogiochi con Google Stadia, nuovo “dispositivo liquido” realizzato dal colosso dei motori di ricerca, rivelato durante l’ultima Game Developers Conference, il più grande raduno annuale di sviluppatori di videogiochi. Google Stadia rappresenta per i videogiochi quello che Netflix ha rappresentato per il cinema, ovvero il definitivo affrancamento dal supporto fisico, storicamente incarnato dalla cartuccia prima e dal disco ottico poi. In molti ci avevano provato prima di oggi (Nvidia su tutti), ma probabilmente solo Google Stadia, forte del brand e della monumentale struttura tecnologica alle sue spalle, ha il peso specifico sufficiente per imporre questa innovazione capillarmente e a livello globale.

L’idea alla base di Google Stadia è tanto semplice da spiegare, quanto fenomenale dal punto di vista dell’implementazione. Il sistema consiste, detta in parole povere, in una piattaforma centralizzata che svolge, all’interno dei quartier generali di Google, lo stesso lavoro compiuto dalle nostre PlayStation nel salotto di casa, ossia far funzionare un gioco. Tale gioco, tramite un servizio di streaming attraverso Internet, sarà poi trasmesso su qualunque device in nostro possesso, in maniera del tutto agnostica. Tutto questo, in ultima analisi, ci libererà della necessità di avere in casa una macchina fisica, nonché dal vincolo di avere a disposizione una console e una macchina per giocare. Sarà possibile, per quanto possa suonare paradossale ai giocatori del 2019, usare una piattaforma Google per giocare su un dispositivo Apple, come un tablet o uno smartphone, a un prodotto realizzato, per esempio, da id Software, i leggendari creatori di Doom. Una scelta che, come le leve del judo, sfrutta la potenza degli avversari a proprio vantaggio: con Stadia, Google avrà a disposizione potenzialmente la base installata più grande al mondo, rappresentata da ogni tipo di dispositivo, di ogni forma e grandezza. È la convergenza delle piattaforme, nonché il nostro futuro più immediato e plausibile. E, tutto questo, sarà disponibile in ogni luogo e in ogni momento.

Parlare troppo a lungo delle specifiche tecniche di Stadia sarebbe alquanto riduttivo per quella che si preannuncia una rivoluzione, anche perché giocoforza le potenzialità della piattaforma saranno soggette a fluidità nel tempo, molto più di quanto avviene oggi con le console fisiche, laddove una macchina come PlayStation 4 attraversa un fisiologico ciclo vitale di circa cinque anni. Cruciale tuttavia considerare la scelta di mantenere il pad, unica, vera interfaccia per il gaming, mai veramente sostituita dal touch screen (e la marginalità contenutistica del mercato mobile è lì a dimostrarlo, almeno in ambito gaming). Esisterà un pad ufficiale Stadia, ma saranno compatibili tutti i pad in grado di accedere a wi-fi e bluetooth. Il judo, appunto.

Stadia si appoggia inevitabilmente a una piattaforma cloud incredibilmente potente, nata da una collaborazione fra Google e un altro colosso, AMD, già ampiamente supportata dai principali motori grafici, ossia i software che creano i videogiochi. Stadia, al lancio, potrà garantire a ogni utente una potenza di calcolo di 10,7 Teraflops. Termini misteriosi, forse, ma per chiarire le proporzioni basterà dire che Xbox One X, attualmente la macchina gaming più performante sul mercato, arriva a 6. Con una connessione adeguata, la console liquida supporterà il massimo standard visivo raggiungibile dalle attuali console, oltre a essere già in grado di superarlo. Una piattaforma pensata per la sharing generation, che potrà trasmettere la propria partita su YouTube, grazie al particolare funzionamento del flusso video di Stadia, che prima di arrivare al proprio schermo passa, inevitabilmente, per i server Google che ospitano anche la piattaforma video per eccellenza.

Vale la pena fugare qualche dubbio. Innanzitutto, la line-up, ossia i giochi che usciranno su Google Stadia. La responsabile dei contenuti della piattaforma, infatti, altro non è che Jade Raymond, una delle donne più straordinarie dell’industria videoludica, colei che ha reso Assassin’s Creed il fenomeno amato da milioni di giocatori in tutto il mondo. Al timone anche Phil Harrison, veterano Microsoft e Sony a bordo: è lui l’uomo che ha lanciato la PlayStation 2, la console più venduta di tutti i tempi. Tra le altre perplessità spesso sollevate dai critici, anche quella legata alle connessioni, soprattutto per quanto riguarda l’ingresso del pargolo Google nel nostro Paese. Timori che probabilmente non tengono conto di quanto la situazione, persino nella nostra Italia, sia sensibilmente migliorata rispetto a dieci anni fa, e che inevitabilmente lo sviluppo tecnologico, e il prossimo approdo del 5G, spianerà il terreno a Google Stadia esattamente come già avvenuto con Netflix. Life finds a way, per dirla con Jurassic Park.

Google Stadia ci libererà da molte cose. Innanzitutto, a livello di impatto ambientale, è evidente anche per il più distratto degli osservatori che non produrre migliaia di scatole di plastica con circuiti elettrici avrà inevitabilmente un risvolto positivo dal punto di vista ecologico. Solo per questo motivo, bisognerebbe provare simpatia per l’imminente rivoluzione made in Google. Più imprevedibili invece le conseguenze sul mondo dei videogiochi, che è sempre stato incentrato sulla fisicità, e solo negli ultimi dieci anni si è lasciato tentare dalle sirene del digital only. Con buona pace dei collezionisti. L’idea, quasi feticistica, di comprare un videogioco dentro una scatola ed esporlo all’interno di uno scaffale è verosimilmente destinata a tramontare, probabilmente a prescindere dal fatto che Google Stadia abbia o meno successo. È interessante anche notare che, nel momento in cui Alexa ci mostra una realtà fatta di Internet delle Cose, dove gli oggetti di tutti i giorni vengono connessi alla rete, paradossalmente gli oggetti tecnologici per eccellenza, i videogiochi, smettono di essere “cose”. O, perlomeno, cose fisiche.

Il concetto di un’entità che trascende il fisico ed espande la sua essenza, d’altronde, è squisitamente cyberpunk e transumanista, come insegnano Neuromante e Ghost in the Shell. Con una venatura di saggezza quasi zen. Per quanto possa sembrare spaventoso per i luddisti più conservatori, Google Stadia è l’inevitabile conseguenza di un mondo dove la fisicità non è più importante, né nella conoscenza, tanto meno nell’intrattenimento. Oggi, come direbbe Elon Musk, lo smartphone è un’estensione del nostro corpo, un’infinita fonte di sapere da cui attingere in ogni momento, in ogni istante. Non ce ne siamo quasi resi conto, ma abbiamo reso liquidi tantissimi concetti, a partire innanzitutto quello di “sapere”.  Cosa ci sarebbe di strano, quindi, se anche il divertimento elettronico seguisse tale tendenza? Autori come il romanziere americano Jonathan Franzen si sono scagliati contro il soppiantamento del libro cartaceo a opera degli e-book (processo, in realtà, mai veramente compiutosi), e con ottime ragioni. Tuttavia, bisogna pur sempre considerare che alla morte del supporto fisico corrisponderà una resurrezione nel “cloud”, il nuovo mondo delle idee di platonica memoria, di cui Google Stadia rappresenta a tutti gli effetti la declinazione videoludica. Come possiamo pensare di consegnare ai posteri la cultura del nostro tempo, di cui i videogiochi fanno parte a tutti gli effetti, se contiamo di affidarla a supporti inevitabilmente destinati alla finitezza, fatti di plastica e silicio? Abbandonare il fisico, forse in maniera un po’ iconoclasta, non significa forse riscoprire la centralità del contenuto e dell’intenzione artistica dell’autore, che si sviluppa nella fisicità, senz’altro, ma nasce dapprima nell’astrazione di un cervello umano? Del resto, di Kafka ricorderemo quello che ha pensato, ma mai la carta e l’inchiostro che ci hanno permesso di interfacciarci con quel pensiero.

Un’industria dominata dalla fisicità come quella videoludica incontrerà inevitabili resistenze. Equilibri cambieranno. Colossi cadranno. Altri ne nasceranno. La vittoria? Per una volta tanto, spetterà al contenuto.

 

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