10 luglio 2015

Greci, tedeschi: il ritorno degli opposti stereotipi (come un secolo fa)

“I tedeschi ci mangeranno se li si lascia fare, e non abbiamo nessun interesse a stare in buoni rapporti con questi allocchi, questa gente disonesta. Ne ho conosciuti abbastanza per sapere quello che valgono. Sono buoni soltanto quando sono poveri e miserabili. La loro pesantezza di spirito allora gli va bene e il loro piccolo lirismo astruso si alleggerisce in piccole cose gustose dove c’è un sentimento dell’infinito, musica forse, ma coscienza umana niente: per la letteratura solo Goethe è grande tra loro, e questo genio non ha altro di perfetto se non quello che deve all’umanesimo”. Così scriveva alla fidanzata dal fronte, nell'agosto del 1915, proprio un secolo fa, il poeta francese Guillaume Apollinaire, al secolo Wilhelm de Kostrowitzky: un apolide nato a Roma da madre polacca e padre ignoto (forse un nobile svizzero), che in Germania aveva vissuto e lavorato per diversi anni. Un intellettuale di respiro transnazionale, padrino di tutte le avanguardie artistiche e letterarie, amico di Picasso e di Ungaretti. Che in trincea non sia facile nutrire sentimenti affettuosi verso chi ti mitraglia, si può capire. Ma colpisce, specie in un uomo di lettere, che l'odio verso Guglielmo II, i suoi gas e i suoi elmi chiodati si estenda a Goethe e al meglio della cultura tedesca. Del resto non  la pensa diversamente un altro spirito raffinato come Ardengo Soffici, fondatore di "Lacerba", anche lui arruolato volontario nella Grande Guerra per combattere la Kultur germanica, che in quei giorni scrive all'amico Apollinaire: “Ci vorrebbe la fredda crudeltà, il giogo duro, la mano sulla gola e il ginocchio sullo stomaco di questo bruto gigantesco per almeno un secolo… Colpire, tener duro, colpire tener duro ancora”. Solo due anni prima, Apollinaire era stato a Berlino per una mostra internazionale che riuniva il meglio dell'arte moderna, cubisti francesi, futuristi italiani, espressionisti tedeschi, e aveva inneggiato all'armonia dell'intelligenza e della creatività europee. E dalla capitale tedesca, nell'aprile del 1912, Umberto Boccioni si era espresso con uguale entusiasmo: "Forse Lei già saprà dell'enorme successo che la nostra esposizione ha ottenuto a Parigi e a Londra. A Berlino si ripete lo stesso interessamento e le stesse discussioni accanite". Ma soprattutto affari d'oro per lui e per gli altri futuristi: "Tutti siamo contenti e si inizia un'era di lavoro fecondo". Nel 1916, Boccioni firmerà con Marinetti e altri un manifesto in favore della guerra contro Berlino e i suoi alleati della Triplice, in cui si auspica "lo strangolamento del teutonismo, fatto di balordaggine medioevale, di preparazione meticolosa e d'ogni pedanteria professionale". Morirà, di lì a pochi mesi, per una banale caduta da cavallo in addestramento, prima ancora di aver tirato una sola pallottola contro le linee teutoniche.  Un destino beffardo, quasi quanto quello del suo collega tedesco August Macke, pittore espressionista, caduto sul fronte francese all'inizio del conflitto. Perché anche in Germania, anche in Austria, gli intellettuali sono subito stregati dalle sirene della guerra: Thomas Mann trova giusto lodare Dio "per la caduta di un mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato", Arnold Schönberg compone la marcia La brigata di ferro e il pittore Oskar Kokoschka è tra i primi a partire per il fronte orientale nelle file della cavalleria asburgica.

Artisti, scrittori e scienziati erano, nei primi anni del Novecento, un po' come la generazione Erasmus di oggi. Viaggiavano, si scambiavano e si rubavano idee, diventavano amici e si scrivevano pur parlando lingue diverse. Si sentivano europei, prima che italiani, francesi o tedeschi. Poi la luce si è spenta di colpo, le comunicazioni si sono interrotte, ed eccoli su trincee opposte, a massacrarsi a vicenda. In questi giorni, quando leggo sui giornali, sui blog o sui social, giornalisti e intellettuali anche autorevoli rispolverare le comode figurine del crucco ottuso e prepotente o, all'opposto, del greco levantino e scansafatiche, ho l'impressione che quell'incubo potrebbe ritornare, cento anni dopo, sotto altra forma: senza armi, magari, se non quelle della finanza e della demagogia, ma comunque un bagno di sangue.

 


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