19 gennaio 2021

I nuovi centri culturali, infrastruttura nevralgica per ripensare Roma

 

Le realtà che fanno dell’attività mutualistica il proprio obiettivo e della presenza fattiva sul territorio la qualità strutturale e il dato di esistenza dei loro interventi costituiscono un’infrastruttura culturale e sociale nevralgica per Roma e per tutto il Paese. Solitamente considerati residuali e marginali rispetto ai luoghi della cultura tradizionali, sono al contrario spazi di prossimità il cui ruolo fondamentale è diventato ancora più evidente nella crisi pandemica del 2020. Spesso la loro attività è informale, le forme di finanziamento sono quasi del tutto private, il lavoro quasi esclusivamente volontario. Sono pressoché invisibili alle istituzioni – anche se dal punto di vista dei rapporti che intrattengono con esse presentano differenze notevoli – ma nella risposta puntuale alla crisi portata dal Coronavirus nei quartieri e nelle comunità in cui operano hanno spesso collezionato risultati molto più incisivi del Comune.

Straordinarie sono state la risposta e la mobilitazione in tutta Italia e nel mondo dell’attività volontaria per far fronte alle difficoltà socioeconomiche imposte dalla pandemia. Dall’Ecuador, dove nella capitale Quito sono nate le prime Brigate di Solidarietà Kitu, a Parigi in cui le brigades de soldarité popoulaire hanno aperto la strada alla concezione di autodifesa sanitaria della banlieue, fino alle nostrane Milano, Bologna o Roma, dove sono nati, o si sono attivati e riconvertiti, centinaia di gruppi di volontari, reti, associazioni. La nascita di un network non solo cittadino, ma transnazionale, connesso ed in contatto con altre realtà in tutta Europa, e che si è dotato di un proprio portale su Internet, “brigades.info”, è sintomo di una rivendicazione comune alle varie realtà urbane: quella di strutturare attività circolari, di intervento e mutuo aiuto dai cittadini per i cittadini, in cui la conoscenza del territorio e la prossimità sono condizioni fondamentali che mancano alle amministrazioni.

Alla lentezza e alle difficoltà con cui l’apparato burocratico statale si è scontrato per fornire sostegno alle persone in difficoltà, le reti dell’associazionismo informale hanno risposto attivamente nei propri territori, spesso organizzandosi e coordinandosi autonomamente. Una costellazione di esperienze che mette in luce una realtà politica e sociale in cui l’incisività dell’azione dei cittadini e delle associazioni sul territorio è spesso molto forte, soprattutto nelle metropoli. Ma rimane per lo più rara la possibilità per queste realtà di esercitare una effettiva influenza sull’amministrazione pubblica dei territori su cui operano e vivono.

La mancanza di un’anagrafica completa di questi soggetti, della loro distribuzione sui territori e dei loro statuti rende difficile l’ottimizzazione degli interventi sui territori e anche la creazione di network diventa difficoltosa, specialmente per le realtà meno note e con bacini di utenza ridotti, che tuttavia corrisponde a tutt’altro che all’assenza di incisività su quartieri meno sotto i riflettori di altri. Nella nostra ricerca, che vede un organico di dieci redattori e il coordinamento dell’antropologo territorialista Filippo Tantillo, stiamo cercando di ricostruire il reticolo dei rapporti della cultura informale, da una parte sfruttando le conoscenze e i dati preesistenti e dall’altra ripercorrendo la fitta rete di conoscenze e collaborazioni reciproche tra le varie realtà. Il prossimo passo sarà quello di comprendere la distribuzione degli oltre cento centri finora tracciati e il loro rapporto con le altre componenti che sostanziano l’apparato urbano: dai poli commerciali, alla densità abitativa, dai rapporti con le istituzioni alle modalità di interrelazione con i privati.

 

Mutualismo e circolarità dell’intervento

Nella prima fase della pandemia a Roma, quelli che potremmo denominare i “nuovi centri culturali”, hanno costituito la centrale operativa per forme di solidarietà di base che si sono organizzate per portare una risposta ai gruppi sociali più colpiti, coinvolgendo i quartieri in progetti sportivi, sociali, culturali dal basso. Non si tratta solo di solidarietà materiale – come l’organizzazione di punti logistici per la raccolta e la distribuzione, ad esempio, dei beni di prima necessità –, ma anche di supporto e sviluppo di progetti di cultura e sociali di prossimità. Dalla città con specializzazioni funzionali divisa fra centro e periferia, il passaggio ad ambiti multifunzionali che recuperino la dimensione locale dei quartieri potrebbe essere centrale per la riorganizzazione del modello urbano non solo in ottica emergenziale, ma per un futuro più sostenibile per centinaia di migliaia di cittadini della Roma Metropolitana e non solo.

Molti centri esistono da diverso tempo, e si nutrono di un bagaglio di attività politica di lunga durata, volta alla solidarietà e all’aiuto reciproco in contesti di marginalità e di periferia delle grandi città. È il caso del Calcio Sociale di Corviale o di Red Lab Quarticciolo che gestisce una palestra popolare e un doposcuola. Un’attività politica che rivendica maggiore attenzione da parte dell’amministrazione verso aree caratterizzate da instabilità sociale ed economica, un alto tasso di disoccupazione e lavoro in nero, e talvolta dispersione scolastica. Forme di mutuo aiuto, di impegno dal basso, per costruire realtà di aggregazione sociale o culturale. Le attività delle associazioni sono dovute necessariamente cambiare con il mutare dei bisogni primari dei cittadini, ma mantenendo il principio del mutualismo e della circolarità come deontologia dei propri interventi: dalla consegna dei generi alimentari e di prima necessità a chi ne ha bisogno, alla spesa a domicilio per chi non può uscire di casa, vengono consegnati materiali sanitari come mascherine o gel igienizzanti, reperiti gli strumenti tecnologici necessari per la didattica a distanza dei ragazzi, offerto aiuto legale e in alcuni casi psicologico. L’aiuto materiale è quindi offerto su tutti i fronti, non soltanto cibo, ma tutto ciò che può essere necessario, come pannolini o giocattoli per bambini. È muovendosi sugli assi del mutuo soccorso e dell’autodifesa sanitaria che le associazioni di volontari si sono fatte carico delle fragilità emerse durante il lockdown. Altri gruppi sono nati con lo scoppio della pandemia; molto spesso in questo caso sono state create reti, instaurando rapporti nuovi o rafforzandone altri tra realtà già esistenti e che si sono trovate a condividere obiettivi a breve termine, ma anche visioni politiche comuni di più ampio respiro. A Roma hanno deciso di collaborare gli attivisti di Aurelio in Comune, assieme ai ragazzi e alle ragazze di GenerAzione e dell’associazione culturale Argo.

 

Sprawl, consumi e povertà della capitale

In una metropoli come Roma, dove nel corso degli ultimi decenni si è assistito agli inesorabili effetti dello sprawl urbano, allo spostamento della popolazione verso le aree più periferiche della città non è seguito un pari dislocamento dei servizi, delle attività economiche e produttive, ma anche eminentemente culturali. La gentrificazione da una parte e la creazione di quartieri dormitorio dall’altra hanno avuto un impatto imponente sulla qualità della vita dei cittadini della capitale, corrodendo dall’interno la possibilità di costruire un tessuto sociale attivo e incentivandone progressivamente la vocazione al consumo. I nuovi quartieri vivono sempre più in simbiosi con la costruzione di grandi centri commerciali, spesso opere con impatti ambientali imponenti, specialmente legati al consumo di suolo: secondo il rapporto del 2019 redatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo in Italia, la capitale si trova in cima alla classifica, con 75 ettari cementificati nel 2018 e la distruzione di ben 57 aree verdi (5 volte più di Milano). Porta di Roma, Roma Est, Maximo shopping center e Euroma2, i quattro centri commerciali più grandi di Roma, superano insieme i 344.000 metri quadri di superficie e, oltre a grandi afflussi di persone provenienti da altre zone della metropoli, non hanno apportato benefici ai quartieri in cui si sono sviluppati in termini di opere pubbliche e infrastrutturali realizzate nel rispetto delle tempistiche e con efficienza. All’alba dell’inaugurazione del Maximo shopping center a Laurentina, che ha aperto le porte al pubblico appena lo scorso novembre, il Comune ha denunciato il mancato completamento di alcune delle opere pubbliche promesse. In particolare, una piazza che non sarà ultimata prima di due anni e mezzo o tre, e un parcheggio in un quartiere già estremamente popoloso e congestionato. Incuria e inefficienza portano alla mancata realizzazione degli spazi necessari per accogliere abitanti e consumatori di porzioni della città che diventano veri e propri poli commerciali.

Non è un caso che, in questo tipo di assetto urbanistico, sempre più privato dei luoghi in cui il vivere può trasformarsi in abitare, in appropriazione e identità, negli ultimi dieci anni i nuovi centri culturali siano proliferati e che oggi siano nell’ordine delle decine o centinaia, spesso innestandosi su strutture precedenti, dai centri sociali alle polisportive dei quartieri popolari, ai gruppi di sostegno agli stranieri, alle occupazioni abitative, ai musei di quartiere e agli ecomusei, alla agricoltura sociale ecc. Queste realtà vivificano zone della città marginali e tagliate fuori dai servizi più efficienti o svuotate della propria identità e dal proprio capitale umano d’origine perché, come accade per i quartieri del centro, sono appaltate ad Airbnb (che con 30.000 alloggi prima della pandemia, gestiva più abitazioni del Comune di Roma) e ad altre piattaforme di affitti brevi e home sharing. Un paradosso importante per una metropoli che porta in seno un forte e mai risolto problema abitativo: secondo i dati Istat sono tra 14.000 e 15.000 i senza dimora a Roma, più che nelle altre città italiane. Ma la povertà abitativa non è un problema che può essere appiattito esclusivamente sulle cifre preoccupanti dei senzatetto: secondo l’ultimo rapporto annuale della Caritas, La povertà a Roma: un punto di vista, quasi il 10% della popolazione romana non riesce ad affrontare spese improvvise o quelle legate all’abitazione come mutuo, locazioni, spese condominiali, bollette. E il 7% vive in condizioni di grave deprivazione abitativa: immobili insicuri o precari, mal riscaldati o in condizioni igieniche inadatte, alloggi in strada come roulotte, tende o baracche, un dato superiore di quasi 2 punti percentuali rispetto a quello nazionale. Una povertà che è cresciuta con la pandemia: quasi 7.500 persone si sono rivolte per la prima volta ai centri d’ascolto delle Caritas parrocchiali; raddoppiate le tessere per l’emporio della solidarietà; più 28,7% l’attività delle mense.

 

I beni comuni e il Comune

In una città fortemente destabilizzata da contesti di povertà diffusa in zone sempre più sensibili, moltissimi degli spazi, materiali e non, da cui prende vita il network dei nuovi centri, oggi sono di fronte ad una sfida epocale, rischiano se non si rigenerano di non riaprire dopo la crisi del Coronavirus, disperdendo non solo le energie e i fondi investiti dagli stessi promotori, ma – cosa ancor più grave – anche i capitali sociali e culturali accumulati con fatica nel corso del tempo. Così come sono migliaia i lavoratori (spesso precari, autonomi, saltuari) che anche a partire dalle attività dei nuovi centri culturali costruiscono il proprio reddito oggi messo a repentaglio, e che molti non percepiscono da diversi mesi. Gli utenti, le organizzazioni, le comunità che ogni anno li attraversano sono costituiti da centinaia di migliaia di persone che oggi più che mai hanno bisogno di spazi – fisici e virtuali – per vivere la cultura come un’esperienza quotidiana.

Nel sito del Comune di Roma alla voce Elenco delle Associazioni Culturali se ne possono trovare diciannove, con i rispettivi indirizzi. Anche se è difficile quantificare l’effettiva presenza sul territorio di queste realtà, è evidente come un dato del genere sia assolutamente distante dallo stato delle cose, anche non volendo allargare eccessivamente la definizione di centri culturali. Alcuni strumenti utili per farsi un’idea più autentica sono la piattaforma di documentazione collaborativa e ​knowledge base territoriale del collettivo ReTer (Reti & Territorio) che elabora cartografia critica e collaborativa; oppure la mappa dell’economia sociale e solidale a Roma sul sito umap.openstreetmap.fr.

Il Comune non sembra conoscere il potenziale dell’attività dei nuovi centri e la linea del consiglio sembra quella di non incentivare né sostenere gli interventi circolari e di cura dei cittadini. Nella capitale è ancora scontro tra le reti di cittadinanza attiva e la maggioranza 5 stelle sul patrimonio pubblico. Il testo della delibera di iniziativa popolare della Coalizione per i beni comuni, guidata da Labsus (Laboratorio per la Sussidiarietà), presentato una prima volta a maggio 2018 con 15.000 firme e il sostegno di 186 realtà sociali, è approdato in aula Giulio Cesare il 15 ottobre scorso rimanendo in stallo. Lo scorso 11 novembre la delibera è tornata a far discutere il consiglio comunale, ma la volontà della giunta sembra quella di una definitiva bocciatura. Sono 235 i Comuni in tutta Italia che hanno approvato il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, che permette ai cittadini e alle associazioni di creare patti e reti di intervento condivisi e partecipati, ma a Roma questo sembra non riuscire a concretizzarsi.

Tra le istituzioni ed il tessuto sociale emerge la necessità di riportare a galla i corpi intermedi, per individuare le esigenze dei cittadini e per permettere alle varie azioni di concretizzarsi nei territori in modo efficace ed equo. Per questo i Municipi potrebbero essere uno snodo cruciale, ma rimangono delle questioni da risolvere nell’apparato amministrativo, come quello della mancata autonomia delle risorse finanziarie. Le città del postemergenza dovranno affrontare importanti sfide sociali, e il primo passo in questo senso sarà quello di ridisegnare l’architettura amministrativa per completare il percorso di decentramento, sostituendo a forme di finanziamento verticistico nuove modalità che lo rendano più diffuso. Le realtà associative, in questo, dovrebbero essere il contraltare del municipio nella costruzione di un progetto comune.

Un passo simile sarebbe senza dubbio fondamentale per preservare il patrimonio di esperienza, conoscenza dei territori e capacità di incidere sulle problematiche dei quartieri della capitale da parte dei centri nelle loro varie forme. Imparare a conoscerne le aree di intervento, il bacino di utenza e le loro attività è il punto di partenza. È proprio alla cultura di prossimità che è necessario guardare in questi mesi: il dispiegamento sui territori – nel centro come nelle periferie – di pratiche culturali in senso ampio accessibili, distribuite, capillari che sono e saranno indispensabili perché le disuguaglianze accentuate dalla crisi economico-sanitaria non creino ferite che non si possono rimarginare. 

 

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 Crediti immagine: Maria Marzano

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