28 gennaio 2021

Il CONI, il CIO e lo scudo dell’autonomia sportiva

La decisione epocale non c’è stata, la minaccia di vedere gli atleti italiani partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo sotto insegne neutrali non si è concretizzata. Eppure, dopo l’approvazione in extremis del decreto-legge sulle misure urgenti in materia di organizzazione e funzionamento del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI), quanto accaduto negli ultimi giorni fra governo, ministero dello Sport e CONI assume un valore politico di notevole rilievo: è bastato infatti agitare lo spettro della massima punizione simbolica dello sport olimpico – appunto l’esclusione non già degli atleti, ma degli emblemi nazionali dai Giochi – affinché la politica di governo dello sport di un Paese democratico subisse di fatto un commissariamento da parte della massima istituzione sportiva internazionale, il CIO, al quale è bastata una minaccia del tutto ipotetica per costringere il Consiglio dei ministri a fare retromarcia rispetto agli effetti della legge di riforma dello sport inserita nella Legge di bilancio 2019 e approvata due anni fa ai tempi del primo governo Conte.

Dalla prospettiva del CIO si tratta di un effetto logico e consequenziale rispetto al principio dell’autonomia dello sport, incardinato al punto 27.9 del capitolo 4 della Carta olimpica dove si esplicita la facoltà di sospendere o ritirare il riconoscimento dei comitati olimpici nazionali se «la costituzione, la legge o altri regolamenti in vigore nel paese interessato, o l’azione da parte di qualsiasi organo governativo o altro ostacola l’attività del comitato o la realizzazione o l’espressione della sua volontà», con il fine di proteggere l’intero movimento. Un punto, quest’ultimo, ricco di significato in termini diplomatici e indiscutibilmente apprezzabile quando i comitati nazionali sono in balia di governi autocratici per i quali le affermazioni sportive rappresentano sostanzialmente espressioni di propaganda politica. Al contrario, nel caso italiano – come ha notato il giornalista Angelo Carotenuto nel ripercorrere le tappe della querelle sulla newsletter Lo Slalom e come ha confermato il testo del decreto-legge dello scorso martedì – l’oggetto del contendere era rappresentato da patrimonio immobiliare e piante organiche, trasferimenti subiti dal CONI a favore di Sport e Salute s.p.a., società in-house del ministero dell’Economia e delle Finanze, con la riforma che attaccò anche i meccanismi di finanziamento delle federazioni sportive. Per quanto, in quella riforma, siano tuttora presenti numerosi punti discutibili e fortemente criticati dagli stessi stakeholder sportivi, risulta tuttavia del tutto improprio sostenere che la sua versione originaria ledesse l’autonomia dello sport o ne influenzasse l’attività per uso politico.

Il CIO, tirato in ballo direttamente dai vertici del CONI, senza avere mai deciso alcunché – alla fine dei conti, il presidente Thomas Bach ha semplicemente chiesto verifiche sulla legge italiana agitando lo spettro di una mancata conformità con la Carta olimpica, peraltro suggerita proprio da Palazzo H – si è fatto tirare per la giacchetta nei meandri di un conflitto istituzionale interno, favorendo la risoluzione della disputa in favore del comitato nazionale a dispetto di un legislatore preoccupato dalla ricaduta di immagine dovuta all’eventualità di una sanzione di violento impatto simbolico. Di certo la paventata punizione avrebbe avuto un effetto del tutto stridente nei confronti dalla medesima sanzione comminata dal CIO per casi ben più gravi alla Russia per il doping di Stato e alle interferenze politiche sullo sport – quelle sì, con finalità evidenti – della Bielorussia di Lukašenko. Se si considera poi il precedente relativo all’India – che nel 2013 venne sospesa dal CIO a causa dell’elezione dei vertici del comitato nazionale non conforme ai criteri etici alla Carta olimpica, salvo essere riammessa dopo nuove elezioni nel corso dei Giochi invernali di Sochi – il ruolo del Comitato olimpico internazionale nel caso Italia appare del tutto strumentale al fine dell’ottenimento di quei desiderata che il CONI non era riuscito a portare a casa in due anni di scontro.

Cosa accade ora? Il decreto-legge avrà l’immediato effetto di conferire 165 dipendenti dall’organico di Sport e Salute a quello del CONI, al quale viene concessa la proprietà dei centri di preparazione olimpica, quindi dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni. In un momento di instabilità governativa come quello attuale, è difficile pensare che possa esserci dibattito sul miglioramento di una riforma che ha inciso notevolmente sulla distribuzione dei fondi pubblici, sebbene lo sport necessiti ormai da anni – da quando, sostanzialmente, ha smesso di finanziarsi attraverso il Totocalcio – di un vero dibattito che segni un cambio di passo reale anche a livello normativo, a partire dal finanziamento e dalla gestione delle attività giovanili e di base più periferiche rispetto all’interesse olimpico, e ciò rappresenterà l’ennesima occasione persa a fronte dell’ottenimento di un risultato tutto sommato di scarso rilievo sostanziale per le sorti dello sport.

 

Immagine: I cinque cerchi simbolo delle Olimpiadi al Museo olimpico di Tokyo, Giappone (27 febbraio 2020). Crediti: Karolis Kavolelis / Shutterstock.com

 

 


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