13 ottobre 2021

Il Newcastle all’Arabia Saudita, sportwashing in senso più ampio

 

La morale, se una morale c’è, è che nel calcio può entrare chi vuole, basta che abbia il potere economico per farlo. Il resto è mancia, e così, dopo un anno e mezzo di travaglio per una trattativa dall’epilogo in fondo scontato, anche l’Arabia Saudita ‒ attraverso il fondo sovrano PIF (Public Investment Fund) ‒ ha ora il suo club di Premier League: si tratta del Newcastle United, ceduto dall’imprenditore Mike Ashley (che lo controllava dal 2007) per una cifra di circa 300 milioni di sterline ad una compagine azionaria che vede il fondo sovrano saudita proprietario dell’80% delle quote e i britannici PCP Capital Partners (che già ebbe un ruolo significativo nell’acquisizione del Manchester City da parte di Abu Dhabi United Group) e RB Sports & Media (asset della società di private equity Reuben Brothers) del 10% ciascuno. Yasir Al-Rumayyan, governatore del fondo e capo del gruppo petrolchimico Aramco, già partner della Formula 1, è il nuovo presidente non esecutivo del club inglese, mentre Amanda Staveley di PCP Capital Partners presiede il consiglio di amministrazione.

Sportwashing, certo, ma in senso più ampio, perché qui si parla di immagine ma anche di investimenti mirati alla creazione di partnership. Secondo il Democracy Index 2020, l’indice annuale stilato dall’Economist e relativo al livello di democrazia di 167 Paesi, l’Arabia Saudita con il suo regime autoritario si posiziona al 156° posto, mentre è addirittura al 170° posto (su 180 Stati censiti) nel World Press Freedom Index 2021, l’indice relativo alla libertà di stampa, di Reporters sans frontiers. Il caso Khashoggi e le risultanze del report della CIA in merito rappresentano del resto fonti di grave imbarazzo per uno Stato che, alla stessa stregua dei suoi vicini, negli ultimi anni ha adottato una strategia nella quale il potenziale propagandistico dello sport riveste un ruolo diplomatico centrale per ripulire la propria immagine e tratteggiare le linee di un racconto differente. Nel programma di trasformazione nazionale Saudi Vision 2030, presentato nel 2016, l’Arabia Saudita si dipingeva nel futuro quale hub per l’organizzazione di eventi sportivi di portata internazionale ‒ e infatti il prossimo 5 dicembre ospiterà per la prima volta un Gran Premio di Formula 1, dopo essersi già presa una tappa della Formula E e il rally Dakar, oltre alla Supercoppa calcistica italiana ‒ e munifico foraggiatore di protagonisti rilevanti delle competizioni. Gli sport motoristici l’avevano fatta sinora da padrone: al di là degli accordi con Liberty Media, promoter della Formula 1, McLaren Group aveva ricevuto alcuni mesi fa un’iniezione di liquidità di 550 milioni di sterline provenienti in gran parte proprio dal fondo PIF, mentre la società saudita Tanal Entertainment Sport & Media ha annunciato da alcuni mesi un lucroso progetto per sponsorizzare, dal prossimo Motomondiale, il VR46 Racing Team, la scuderia che fa capo a Valentino Rossi, vicino a chiudere la carriera agonistica ma non certo a dire addio al motociclismo con le sue molteplici attività. Ora è il momento del calcio, attraverso movimenti alla luce del sole: esiste un rapporto di collaborazione tra il presidente FIFA Gianni Infantino e il principe Mohammad bin Salman ‒ l’Arabia Saudita ha finanziato lo studio di fattibilità sulla proposta di disputare il Mondiale ogni due anni e avrebbe supportato il progetto, poi sospeso, del Mondiale per club ‒  e, se è vero che già dal 2013 esiste un club inglese controllato da un membro della famiglia reale saudita (lo Sheffield United, di proprietà del principe Abdullah bin Musaid Al Saud: la squadra nel 2019 era tornata in Premier League, dalla quale mancava da dodici anni), è vero altresì che l’acquisto del Newcastle alza l’asticella delle aspettative di un club destinato ad entrare, nell’arco di non troppo tempo, nell’élite del pallone non solo inglese ma anche europeo. Un club-Stato, come prima dei magpies è accaduto già al Manchester City emiratino e al Paris Saint-Germain controllato dal fondo sovrano del Qatar.

Media e tifosi si interrogano attualmente sulla potenza di fuoco del fondo sovrano saudita e su quanto in effetti il Newcastle United potrà seguire le orme calcistico-economiche, ad esempio, proprio del Manchester City, eppure c’è principalmente un significativo aspetto geopolitico da sottolineare e che ha permesso la conclusione di un affare che, dall’aprile 2020 (quando, per la prima volta, uscì la notizia dell’interessamento saudita), è stato caratterizzato da polemiche e istanze legali: l’acquisto del club geordie è stato infatti favorito e reso infine possibile dalla distensione dei rapporti diplomatici fra Arabia Saudita e Qatar, agevolata a gennaio dalla dichiarazione di Al-Ula, al termine del vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo, e dalle reazioni di sostegno ai sauditi, da parte di Paesi precedentemente ostili, al report statunitense sull’omicidio Khashoggi. Uno dei fronti aperti a frenare l’affare era infatti la chiara avversione da parte di beIN Media Group, il broadcaster controllato dal Qatar e titolare dei diritti audiovisivi della Premier League per Medio Oriente e Nord Africa, nei confronti del quale ‒ a seguito delle tensioni fra i due Stati ‒ vigeva l’embargo in Arabia Saudita (recentemente terminato), da dove per reazione era stata creata beoutQ, piattaforma pirata che trasmetteva illegalmente i programmi i cui diritti erano in capo a beIN.

Posto che i tifosi del Newcastle hanno accolto con piena soddisfazione l’acquisto del club (e i relativi piani di investimento, anche di tipo lavorativo, nell’area: sportwashing appunto), il discorso si trasferisce sul piano etico. Amnesty International ha condannato l’operazione («dimostra che il calcio inglese è aperto agli affari quando si tratta di ripulire attraverso lo sport l’immagine offuscata di un regime che abusa dei diritti umani») chiedendo alla Premier ‒ secondo la quale, piuttosto risibilmente, il controllo del club non sarà dei reali sauditi ‒ di riconsiderarla. Le pressioni arrivano da più parti, per quanto diventi francamente difficile ragionare di aspetti morali ‒ e chiedere il sostegno ai sostenitori, magari ‒ a fronte di una governance calcistica che, nei decenni, ha posto esattamente e scientemente le basi per esiti di questo tipo. Da sempre peraltro le dittature e i regimi si sono serviti dello sport, ora però lo possono fare con una disinvoltura economica e finanziaria capace di rovesciare il tavolo rendendo accettabile qualsiasi cosa, a maggior ragione se possono promettere ricadute positive, come accade in questo caso considerando l’attualità dell’Inghilterra post-Brexit. «Il calcio non è mai stato puro. Ci sono sempre stati i ricchi alla ricerca di migliorare la loro reputazione investendo nei club», ha scritto Jonathan Wilson sul Guardian, citando dittatori, signori della droga, criminali e truffatori: nulla di più vero, a guardare la storia, e altrettanto si potrebbe sostenere che l’indignazione spesso circola a targhe alterne, a seconda dei vantaggi. I proprietari di Paris Saint-Germain, Manchester City e, oggi, Newcastle United, in questo senso non rappresentano altro che l’evoluzione della specie, sicuramente più sofisticata e figlia delle trasformazioni politiche ed economiche degli ultimi venticinque anni a livello globale.

 

Immagine: Il logo della squadra di calcio Newcastle United su una maglia ufficiale (18 ottobre 2017). Crediti: charnsitr / Shutterstock.com

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