12 maggio 2022

Il calcio italiano in mani straniere

Il closing dell’operazione – con termine rigorosamente in inglese, perché a quanto pare “chiusura” non si usa più in certi ambienti – tarda, la data viene spostata dai bene informati sempre più in là e, in uno schema ben conosciuto, mentre il tempo passa emergono altre offerte: è ciò che sta accadendo da qualche settimana al Milan, club che entro l’estate cambierà proprietà. Dopo un mese nel quale è stato dato pressoché per fatto il passaggio dal fondo statunitense Elliott al fondo bahrainita Investcorp (che, è bene ricordarlo, non è il fondo sovrano del Paese, Mumtalakat, ma ha tra i suoi investitori quello emiratino Mubadala, che ne detiene il 20%), negli ultimi giorni negli ambienti economico-finanziari ha preso quota la convinzione che in vantaggio ci sia invece RedBird Capital, fondo di private equity statunitense fondato nel 2014 dal businessman Gerry Cardinale.

 

Ora, se il club rossonero dovesse finire nel portafoglio di Investcorp si tratterebbe del primo ingresso assoluto di una proprietà araba nel calcio italiano dopo che, nell’ultima dozzina di anni, varie società europee sono state acquistate da soggetti finanziati da denaro proveniente dall’area del Golfo Persico: Paris Saint-Germain, Manchester City – il pezzo più pregiato del conglomerato globale City Football Group – e Newcastle United sono solamente i più eclatanti, ma dalla Francia all’Inghilterra, dal Belgio alla Spagna i casi sono numerosi e, in questo senso, manca solo la Serie A, tenendo conto della specificità normativa dei club della Bundesliga tedesca. Dovesse invece il Milan finire a RedBird, si manterrebbe di proprietà statunitense, come peraltro buona parte dei club del massimo campionato. Nell’uno e nell’altro caso, un aspetto non cambierebbe: si tratterebbe comunque di capitali stranieri, a conferma di una tendenza sempre più consolidata nel panorama del calcio italiano attuale.

 

Solo nell’ultimo triennio, parlando di club professionistici, è passato in mani straniere l’Atalanta, il cui maggiore azionista è oggi la statunitense Bain Capital che ha rilevato dalla famiglia Percassi, e americani sono diventati anche Genoa (777 Partners), Spezia (Msd Capital), Parma (Krause Group), Cesena (Jrl Investments), Spal (Tacopina Italian Football Investment), Pisa (Pamplona Capital Management) e Nocerina (Giancarlo Natale, e qui l’ingresso è recentissimo). Nel medesimo arco di tempo, insomma dal 2020, sono diventate indonesiana la proprietà dell’Ancona-Matelica, svizzera quella del Campobasso (che in minoranza è ancora statunitense, dello stesso gruppo USA che sta scalando l’Ascoli), tedesca quella della Pistoiese, armena quella del Siena. A questi club vanno aggiunti quelli che erano di proprietà straniera da prima – e magari erano già passati da un investitore estero a un altro – come appunto Milan, Inter, Roma, Fiorentina, Bologna, Como, Venezia, Triestina, Padova, i cui capitali arrivano da Stati Uniti e Cina, da Canada e Indonesia, da Australia e Lussemburgo (la holding che guida il Padova, guidata da un imprenditore francese).

 

Perché privati e fondi esteri investono nel calcio italiano? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto liberarsi dall’idea che si tratti di mecenati o di appassionati puri. Questo discorso ha avuto un senso sino all’inizio degli anni Novanta, quando peraltro tutti i proprietari dei club dei nostri campionati erano italiani e, spesso, anche originari dei luoghi in cui avevano sede le società, ma ormai da tempo è solo memoria o poco più. Le possibilità di player trading generate dalla sentenza Bosman, la legge del 1996 che consentì ai club italiani il fine di lucro e l’ingresso in campo delle pay-TV (e l’esplosione del mercato dei diritti televisivi internazionali), sono alcune delle cause che hanno cambiato il paradigma del calcio italiano. Il quale, nel medesimo periodo, ha visto la Serie A perdere via via il ruolo di campionato trainante che aveva in precedenza, a causa di incapacità commerciali, infrastrutturali e di sistema, accumulando ritardi significativi che hanno portato le società, di fatto, a valere (e, dunque, costare) meno delle pari grado europee inglesi e spagnole perché, banalmente, sono in grado di generare meno fatturato.

Su questa base, e rotto nel 2011 – per i troppi debiti, più che per convinzione effettiva – con la prima proprietà statunitense della Roma l’argine di diffidenza dei padroni del vapore che in precedenza temevano di vedersi sfilare il giocattolo (questo spiega perché, sino ad allora, l’unica proprietà straniera in Italia era stata quella del Vicenza da parte della holding britannica Enic, che al tempo era a capo di un modello di multiproprietà calcistiche), i club italiani sono diventati appetibili per motivi diversi. Posto che le ragioni di soft power geopolitico non hanno avuto spazio in Italia – non vi sono fondi sovrani nelle proprietà calcistiche italiane e l’unico caso effettivo riguarda l’Inter, ma solo agli albori dell’era Suning – lo schema generale è quello di rilevare club sottostimati (perché mal gestiti) per renderli appetibili nell’ottica di una successiva vendita in plusvalenza, dopo averne sistemato la situazione economica e la profittabilità. Si tratta di quello che, in genere, è l’obiettivo dei fondi di private equity per i quali il calcio è un investimento come un altro e, soprattutto nell’ultimo periodo, si avvale del relativo basso costo di diverse società attanagliate dalla crisi e dai debiti. Qui, nell’opinione degli appassionati, si genera l’equivoco: non sono solo (e in questi casi non principalmente) i risultati di campo a definire la bontà o meno del lavoro di una proprietà, perché la misura viene data dal miglioramento della solidità e della sostenibilità di società ristrutturate a livello di sistema. Per dire: il Bologna del canadese Saputo oggi varrebbe di più, in caso di cessione, di quanto sia costato alla famiglia canadese, e questo a prescindere dai mugugni dei tifosi che non vedono la squadra andare oltre una aurea mediocritas. Lo stesso si può dire della Roma, si potrà dire della Fiorentina e in futuro, verosimilmente, anche di un club come il Parma che, pure, con la proprietà statunitense è retrocesso dalla A alla B e non ha raggiunto l’immediata promozione, anche se chi sottolinea questo aspetto magari dimentica che il club è fallito due volte tra il 2004 e il 2015 e, negli ultimi 15 anni, in ben cinque stagioni non ha giocato nella massima divisione. Allo stesso modo, trattandosi appunto di investimenti con un certo livello di rischio, non è detto che il progetto finanziario riesca, date le variabili, ma anche in questo senso i risultati di campo (che certo non sono un mero accessorio) potrebbero non esserne la causa principale.

 

Fra i motivi restano anche, quando sono i privati ad esporsi, una rilevante componente relativa all’immagine mediatica proiettata (sfruttabile per le porte che apre, ma è un’arma a doppio taglio), nonché situazioni ibride e decisamente interessanti sotto il profilo commerciale come quella del Como (la cui proprietà internazionale è di una società che si occupa di media), ma ormai le ragioni finanziarie sono alla base delle acquisizioni straniere e vanno lette con questa lente, non necessariamente negativa, ma che poco ha a che vedere con i modelli passati. La storia di investimenti e disinvestimenti invita peraltro a inserire quelli calcistici in un ambito geopolitico più complesso. Inter a parte – ma il club è in vendita – hanno lasciato ormai tutti i capitali cinesi che erano entrati nel calcio italiano a partire dal 2016, investendo anche nel Milan, nel Parma e nel Pavia: delle magnifiche sorti e dei progetti più o meno dorati ventilati (o, semplicemente, così immaginati dai media e dai tifosi) non si è avverato sostanzialmente nulla e, anzi, il disimpegno di Pechino dal calcio internazionale è stato rapido almeno quanto era apparso destabilizzante e futuribile il suo ingresso. Restano, oltre a Suning, la memoria di personaggi e proprietà misteriose (Li Yonghong, Jiang Lizhang) e l’abbaglio generalizzato rispetto agli obiettivi di un Paese evidentemente, anche in questo caso, ben diverso da come la propaganda ha voluto farlo sembrare. Non ci sono più nemmeno proprietà russe, e questo da prima dell’aggressione della Russia all’Ucraina, mentre è interessante notare come l’aumento progressivo dell’ingresso di capitali nordamericani segua l’avvicinarsi dei Mondiali 2026 che, come noto, si disputeranno tra Stati Uniti, Canada e Messico: l’appuntamento ingolosisce e lascia prefigurare, dopo Qatar 2022, il fiorire e il consolidarsi di strategie commerciali con realtà ad essi collegate a vario titolo.

 

Immagine: Olivier Giroud del Milan tenta un calcio di punizione durante la partita contro la Juventus nel Campionato di Serie A 2021-2022, Stadio San Siro, Milano (23 gennaio 2022). Crediti: ph.FAB / Shutterstock.com

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