19 dicembre 2019

Il fronte del rifiuto

Il 10 dicembre è stato presentato alla Camera dei deputati il rapporto Rifiuti urbani 2019 elaborato dal Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA). Dai dati emerge che nel 2018 la produzione nazionale dei rifiuti urbani è tornata a crescere, con un aumento del 2% rispetto al 2017, un incremento che in termini assoluti corrisponde a 590.000 tonnellate e che porta la produzione nazionale annua a 30,2 milioni di tonnellate. Si tratta di un dato che va interpretato; questa crescita ci riporta ai dati del 2016 (30,1 milioni di tonnellate), ma è comunque inferiore ai valori medi raggiunti nel periodo 2006-10 quando la produzione annua era superiore ai 32 milioni di tonnellate. Un calo brusco si registrò nel 2010 e nel 2011 in concomitanza con le difficoltà dell’economia, in sostanza con la diminuzione del PIL e dei consumi delle famiglie. Si conferma dunque che in linea di massima la produzione di rifiuti segue l’andamento dell’economia, di cui rappresenta un indicatore indiretto, ma rigoroso. Una relazione avvalorata dai dati di produzione pro capite scorporati per aree: i valori più alti si registrano al Centro con 548 kg per abitante, mentre il Nord si attesta sui 517 kg e il Sud si ferma a 449 kg. Il valore nazionale è di poco inferiore ai 500 kg pro capite, con un aumento rispetto al 2017 del 2,2%. La distanza è grande tra i 761 kg di Reggio Emilia e i dati medi del Sud, con la Basilicata a 354,3 kg e la Calabria a 403,4 kg, e province come Potenza a 325,9 kg ed Enna a 328,1 kg. I dati sul PIL e sui consumi delle famiglie sono allineati con quelli della produzione di rifiuti e ovviamente il Sud produce pochi rifiuti perché consuma meno. Il vero problema rimane soprattutto che cosa ci si fa con questi rifiuti e come vengono gestiti, in rapporto alla difesa dell’ambiente e ai possibili benefici economici del riuso. In questa direzione ci sono dati parzialmente incoraggianti; cresce la raccolta differenziata, con un aumento del 2,6% rispetto al 2017 che porta il dato nazionale al 58,1% del totale. Dieci anni fa era al 35,3%. Sono sette le regioni italiane che superano l’obiettivo del 65% di differenziata che però bisognava raggiungere nel 2012: Veneto (73,8%), Trentino-Alto Adige (72,5%), Lombardia (70,7%), Marche (68,6%), Emilia Romagna (67,3%), Sardegna (67%) e Friuli-Venezia Giulia (66,6%). Anche la raccolta differenziata segnala la grande differenza fra le diverse aree del Paese; il Molise e la Sicilia aumentano notevolmente rispetto all’anno passato, ma rimangono in coda alla classifica con percentuali rispettivamente del 38,4 e del 29,5%. Tra i rifiuti differenziati, l’organico si conferma la frazione più raccolta in Italia poiché rappresenta il 40,4% del totale; seguono la carta, il vetro, la plastica. Gli impianti di gestione dei rifiuti urbani attivi nel 2018 sono stati 646, ma spesso non adeguati alle necessità della raccolta differenziata, e, inoltre, non distribuiti in maniera organica sul territorio nazionale, poiché 353 si trovano al Nord, 119 al Centro e 174 al Sud. Una situazione che comporta delle criticità; tra l’altro nel 2018 l’esportazione di rifiuti all’estero è aumentata del 31% rispetto al 2017, raggiungendo le 500.000 tonnellate di rifiuti. Il quadro generale mostra come si proceda verso la direzione scelta, ma il passo è forse troppo lento a fronte di più complesse esigenze. Inoltre, c’è il dato di Roma, una realtà in difficoltà anche nella raccolta differenziata, che è calata, sia pur di poco, dal 43,22% del 2017 al 42,93% del 2018. 

 

Crediti immagine: Sam Beebe [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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