7 giugno 2020

Il futuro nella mano. Come il virus cambia l’antropologia

 

L’uomo pensa perché ha la mano. Con questo aforisma Anassagora sosteneva che gli esseri umani fossero più intelligenti degli altri animali perché hanno le mani. Lo avrebbe contestato Aristotele, capovolgendo l’assioma: l’intelligenza dell’essere umano, e quindi della sua superiorità, consiste nell’aver sviluppato le mani. Rimaneva la sostanza del ragionamento che legava la mano alle funzioni cerebrali dell’uomo. Lungo questa tradizione, sotterranea e tenace, che esaltava il fascino suscitato dalla mano, ciò che Kant pensava – la mano è il cervello esterno dell’uomo – avrebbe trovato un fondamento scientifico con la neurologia novecentesca. Strumento della presa e della precisione, combinato con la postura eretta (che liberava le mani dalle liane) e il linguaggio (che comunicava esperienze e trasmetteva saperi), l’uomo si apprestava a salire vertiginosamente la scala evolutiva fino al devastante dominio nel cosmo. Il sociologo Richard Sennett ha ribadito le implicazioni più suggestive di una tale connessione, che portano alla superficie la storia ancestrale dell’evoluzione della specie umana.

 

L’uomo artigiano restituisce alla mano il debito di riconoscenza per un organo del corpo senza il quale nulla sarebbe stato possibile. Afferrare un concetto è la sintesi linguistica di un movimento primordiale in cui la mente e la mano lavorano insieme. E in effetti dai presocratici a Steve Jobs, la mano è restata il dispositivo insostituibile e prezioso che ha disegnato il futuro della specie. Il mouse è l’invenzione tecnologica immaginata come estensione dell’organo prensile umano per permetterci di toccare il mondo virtuale con le sue infinite possibilità. Una tale funzione primaria si è trasferita nel linguaggio, nella simbologia culturale, nelle pratiche sociali, nei significati politici, nei riti religiosi, con una circolazione tra questi ambiti consentiti e derivanti sempre dalla naturale propensione dell’essere umano a usare questa parte estrema del corpo come antenna della conoscenza. Se osserviamo la tradizione biblica e cristiana a noi familiare la mano assume inopinatamente un ruolo centrale, che l’iconografia ha esaltato. Le stimmate, il chiodo che si conficca nel palmo, sono il segno carnale della fede cristiana. È interessante che da quelle mani martoriate si passi alle ultime parole di Cristo sulla croce, in manuus tuas, l’abbandono totale prima della morte. Alcuni passi indietro, e troviamo il mitico gesto pubblico di Ponzio Pilato, rimasto proverbiale e che Shakespeare torcerà nella follia di Lady Macbeth che si lava ossessivamente le mani per mondarsi dei propri crimini. Mentre alcuni passi dopo, il momento cruciale dell’apparizione del Risorto alla comunità dei discepoli, siamo di fronte al noto scetticismo di Tommaso. Assente in quel momento, Gesù sfida la sua incredulità la volta successiva: Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato. Le Scritture lasciano intendere che Tommaso abbia desistito dal mettere il dito nella piaga, ma ciò non ha impedito a Caravaggio di fornirci un’immagine impressionante, che è diventata canonica, in cui proprio quel dito entra nel costato squarciato di Gesù. La stessa creazione dell’uomo rimanda all’idea di un lavoro ‘manuale’ da parte di Dio, ma il racconto della Genesi usa solo il termine plasmare. È il dipinto più celebre dell’arte universale che esplicita il gesto del Creatore. Da secoli ammiriamo sulla volta della Cappella Sistina quelle dita tra Dio e Adamo che si sfiorano, e quasi toccandosi trasmettono il soffio vitale.

 

Si potrebbe continuare all’infinito in una selva di immagini e locuzioni verbali, spostandoci ad altri registri, giuridici e politici, come l’imposizione delle mani, che è una pratica sacramentale adottata anche per la legittimazione divina del potere regale. Così come nei giuramenti dove, fin dall’antichità, entra in scena la mano, che si porta sul cuore, su cui si giura, o che si posa su qualcosa ritenuto sacro. È sempre la mano che consacra, benedice, guarisce o salva, e lo fa attraverso il tocco, terminale sensibile che trasmette un carisma spirituale.

 

Ma è nelle relazioni umane, domestiche e sociali, che la mano declina e scandisce – esprime – i nostri comportamenti ed emozioni. Quando Penelope viene informata che Ulisse è tornato, è dimidiata tra la diffidenza e la frenesia di andare vicino al caro marito e baciare il suo capo e toccar le sue mani. Questo prendersi le mani è la modalità attraverso cui l’empatia diviene ciò che è, un’immedesimazione tangibile, corporea e calda, e la prossimità non rimane enunciata ma palpabile, e ancora una volta il soffio vitale – dell’amore, dell’amicizia, dell’affetto – si trasmette con le mani che si toccano. Dici di amarmi, canta John Keats, ma poi la tua mano non stringe con dolcezza la mia mano. È la gelida manina della Bohème pucciniana. Va perfino oltre Virgilio, in un’immagine che esplora non solo l’immediatezza del contatto della mano, ma perfino la metafora di questo contatto proiettata nel futuro. Il gesto struggente di Andromaca, che dona delle vesti da lei intessute al piccolo Ascanio in procinto di lasciare per sempre Troia con il padre Enea, suggerisce come nell’oggetto lavorato dalla donna e donato al ragazzo si sia trasferito il sentimento d’amore materno e della comunità perduta, accarezzando il quale vengono evocate le mani – ovvero la persona – che lo ha ricamato: accetta anche questi, bambino mio, che ti siano concreta memoria delle mie mani, e testimoni del lungo amore di Andromaca.   

 

Oggi, nel tempo pandemico, stiamo vivendo una condizione umana nuova ma forse inavvertita. Le norme sanitarie prudenziali ci impongono un gesto biologicamente innaturale, antropologicamente incomprensibile, emotivamente umiliante: il saluto con i pugni o, peggio, con i gomiti, se non addirittura con i piedi. Il distanziamento sociale, necessario ad interrompere la catena della trasmissione del virus, con il conseguenziale divieto della stretta di mano, spezza anche il legame empatico tra le persone, e un regime comportamentale che nessuno ha previsto inocula assieme alla paura del contagio l’idea terribile che ciascuno possa essere un potenziale untore, il carnefice inconsapevole dei propri affetti più cari. Mentre le case si trasformano in microcosmi autosufficienti, monadi di un universo artificiale, dove un bimbo si collega con altri bimbi per interfacciarsi sullo schermo con un insegnante, alienandoli di fatto in una dimensione rarefatta, insinuando fatalmente l’idea della pericolosità della strada e del cortile, addirittura della scuola, gli individui valicano la soglia dei luoghi pubblici, che sia una chiesa o uno supermarket, con il timore di entrare in contatto con gli altri. Il fascismo sapeva bene come nella stretta di mano ci potesse essere il meccanismo epidermico della solidarietà, della fratellanza che passa mediante quella atavica conoscenza dell’altro che avviene attraverso l’esplorazione del mondo mediante le mani. Inventandosi la virilità del saluto romano, il sistema totalitario separava gli individui, e rendendoli intoccabili al sentimento dei propri simili li consegnava isolati al dominio del potere.

 

Nel giro di un attimo, stiamo cambiando un paradigma filogenetico nel più umano e quotidiano dei gesti. Se continueremo a salutarci con gli occhi, inibendo ciò che la natura, prima ancora dei costumi culturali, ha predisposto, la menomazione antropologica sarà enorme e gli effetti sociali alla lunga straordinari. Se dovremo convivere con il virus, se saremo obbligati a intessere una certa consuetudine con cicliche pandemie, i cambiamenti cognitivi ed etici riformuleranno la socialità umana. E con essa le relazioni politiche. La stessa autorappresentazione dell’uomo dovrà essere ripensata, e le tradizioni intellettuali con cui per secoli abbiamo condiviso l’idea dell’affettività diventeranno archeologia di un’era in cui prendersi per mano richiamava il principio della cura dell’altro, come perfino il rito nuziale alludeva con l’espressione chiedere la mano. La specie umana ha iniziato a intraprendere un viaggio verso il futuro, ma è incerto se lo faremo mano nella mano. Un sostegno su cui Dante poteva confidare, quando il maestro gli prese la mano per confortarlo dallo smarrimento che l’ignoto suscita. E poi che la sua mano a la mia puose / con lieto volto, ond’ io mi confortai, / mi mise dentro a le segrete cose.

 

Crediti immagine: Foto di Moshe Harosh da Pixabay

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