8 agosto 2021

Il potere dolce dei Giochi Olimpici

Joseph Nye chiama soft power il potere che fa uso di strumenti culturali, valoriali, istituzionali e, in generale, alternativi alla forza, che spesso sono importanti quanto quest’ultima. I Giochi Olimpici si reggono, nella loro filosofia, su valori universali e apolitici che trascendono gli orizzonti nazionali. Proprio per questo sono un’occasione perfetta per ogni Stato, piccolo o grande, di mostrarsi al mondo ed esercitare questo soft power. Quest’anno, il governo giapponese ha deciso di svolgere i Giochi della XXXII Olimpiade nonostante la pandemia in corso, lo scarso numero di vaccinazioni e la larga opposizione dei cittadini all’evento. Rimandare ancora avrebbe significato rinunciarvi del tutto, e riuscire a svolgere con successo dei Giochi è in sé prova della capacità organizzativa di un paese (oltre a portare vantaggi economici). Non riuscirci è invece un danno al prestigio dell’ospite, per cui il legame tra la filosofia olimpica e gli Stati che materialmente mettono a disposizione le risorse per realizzare i Giochi ogni quadriennio è inscindibile e talvolta contraddittorio.

Carta Olimpica alla mano, i Giochi Olimpici sono una competizione tra individui o squadre, e non Stati, tra i cui valori fondanti c’è la promozione dell’olimpismo, inteso come porre lo sport al servizio dello sviluppo della persona umana. I cinque anelli, simbolo delle Olimpiadi, rappresentano i cinque continenti, in un’ottica che supera lo Stato. La tradizione olimpica greca ha tramandato anche l’idea della ekecheiria, cioè la sospensione delle guerre per la durata dei giochi; un’idea, questa, ripresa anche dalle Olimpiadi moderne, a partire dall’edizione del 1992, anche se con scarsa fortuna. Per essere onesti, anche nel mondo greco la tregua non sempre è stata osservata con successo, e Senofonte racconta di un’edizione in cui la rivalità tra le poleis di Elis e Pisa per il controllo del Tempio di Zeus a Olimpia portò a un conflitto armato durante lo svolgimento delle gare. In altre parole, già in epoca antica i giochi erano considerabili come un “mega-evento”, la cui organizzazione aveva un valore politico.

Nessuno, oggi, invaderebbe Tokyo durante il Triathlon per accaparrarsi il diritto di organizzare i prossimi giochi. Saggiamente, adesso la città ospitante cambia di Olimpiade in Olimpiade. Il rapporto con la sfera politica non è però diventato meno complesso per questo. La cerimonia d’apertura, momento solenne d’inizio di ogni edizione, mostra lo stretto legame tra gli Stati e i Giochi più di tutte le competizioni sportive (in cui pure l’orgoglio nazionale ha un peso notevole). La natura dell’evento è variata a seconda dell’anno e dell’ospite, ma è sempre altamente simbolica. L’esempio forse più noto è quello di Berlino, 1936, quando Leni Riefenstahl glorificò i successi del nazismo nel film di propaganda “Olympia”, filmando anche l’intera staffetta della torcia olimpica. Il rituale, introdotto allora dal regime nazista, è diventato ormai una tradizione, mentre quella stessa edizione segnò la fine dell’antico saluto olimpico, giudicato dal ’46 troppo simile ai saluti romani.

La cerimonia d’apertura sfarzosa e artistica come la immaginiamo ora si svolse a Mosca per la prima volta. La Guerra Fredda si svolse su molti piani, e le susseguentesi edizioni del 1980 a Mosca e del 1984 a Los Angeles ne sono esempio lampante. Entrambe hanno visto il boicottaggio del rivale da parte del blocco avverso, per cominciare. L’URSS si esibì in una manifestazione artistica e culturale, che doveva mostrare al mondo che oltre la cortina di ferro c’erano benessere, vivacità e armonia tra i popoli. Valori olimpici, e inoltre una sfida agli USA. Quattro anni dopo, Los Angeles trasformò i Giochi. Investimenti contenuti, sponsor privati, contratti televisivi, e i ricavi dell’evento furono incredibili, dopo edizioni dispendiose. Difficile immaginare una pubblicità migliore, per gli Stati Uniti della Raeganomics, che introdurre con tanto successo la commercializzazione dei Giochi Olimpici.

Se gli anni di confronto tra URSS e USA sembrano lontani, si può volgere lo sguardo alla cerimonia con cui la Cina ha accolto il mondo intero nella sua capitale nel 2008. Un modo spettacolare di presentarsi ai propri ospiti e comunicare a chiunque non se ne fosse ancora accorto cosa la Cina potesse fare.

Anche la cerimonia d’apertura di Tokyo 2020, incentrata sull’esperienza globale della pandemia, non ha rinunciato all’autocelebrazione. Il messaggio di “andare avanti” si accompagna alle colonne sonore della industria videoludica nipponica; le delegazioni nazionali sfilano per la prima volta nell’ordine alfabetico giapponese, e il legno degli anelli olimpici è di alberi piantati nei Giochi di Tokyo del ‘64. Persino in un clima d’internazionalismo forse senza precedenti nelle Olimpiadi, il messaggio universale della filosofia olimpica è bilanciato dalla proiezione di soft power della nazione ospitante, in un’ambiguità che è probabilmente ineludibile.

 

 

Immagine: Tokyo, Giappone - 23 luglio 2021: donna giapponese che indossa un kimono con bandiere nazionali sul suo obi per celebrare le Olimpiadi di Tokyo 2020. Crediti: Yusan Finna / Shutterstock.com 
 

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