30 ottobre 2020

Il quadro dell’immigrazione in Italia

 

Il grande pregio del Dossier statistico immigrazione Idos è quello di restituirci una fotografia nitida, dai contorni precisi e senza sfocature, di un fenomeno delicato e determinante per le nostre società quale l’immigrazione. Giunto alla sua 30ª edizione e realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in partenariato con il Centro studi Confronti, questa specie di Bibbia per tutti coloro che, a vario titolo, si occupano di stranieri in Italia, propone una lettura rigorosa e un approccio scientifico, scevri di percezioni, rappresentazioni, ricostruzioni a fini di consensi elettorali. Ma anche di buonismi o cattivismi a seconda di come si affronti soggettivamente il tema. Insomma, in un voluminoso testo di 74 capitoli e una scheda di raccordo molto dettagliata, il Dossier spiega l’universo immigrazione tout court, proponendosi come un prezioso strumento di consultazione per comprendere una realtà complessa, che, per essere governata, come è ovvio, avrebbe innanzitutto bisogno di essere osservata e studiata per quella che è.

Il primo, importante servizio che il Dossier offre è disegnare un quadro di quei 5.306.500 individui di origine straniera che risiedono in Italia (solo 47.100 in più rispetto al 2018), l’8,8% della popolazione complessiva del Paese, collocandolo nella giusta dimensione e, soprattutto, scremandolo delle omologazioni o degli stereotipi che hanno portato il nostro Paese al primo posto nelle statistiche dell’Unione Europea (UE), per percezione distorta del fenomeno in termini quantitativi e qualitativi (Immigrazione nell’UE tra realtà e percezione, Istituto Cattaneo su rielaborazioni dati Eurostat, Eurobarometro). Tra questi spicca l’uniformazione immigrazione-sbarchi.

In Italia, quando si dice straniero, subito la mente vola ai barconi approdati in Sicilia o in Calabria, come se nessuno entrasse in contatto quotidianamente con gli imprenditori immigrati che gestiscono attività nei nostri quartieri (616.000 le imprese guidate da stranieri in Italia, il 10,1% del totale, Rapporto immigrazione e imprenditoria, Idos in collaborazione con CNA e OIM); non avesse vicini di casa, colleghi di lavoro, non andasse dal fruttivendolo o dal barbiere di origini straniere. Come se i propri figli non frequentassero classi, scuole calcio, comitive assieme a ragazzi di seconda o terza generazione, le nostri madri non continuassero a vivere nelle proprie case ormai da decenni grazie alla presenza di lavoratrici ucraine o non fossimo informati sullo scandalo del caporalato che interessa centinaia di migliaia di nuovi schiavi stranieri (secondo un’inchiesta di The European House - Ambrosetti, l’80% dei circa 450.000 lavoratori agricoli a rischio di sfruttamento e riduzione in schiavitù in Italia sono immigrati). Come se, in sintesi, si facesse una grande fatica mentale a concepire gli immigrati come parte di noi, come ‘società italiana’, condivisori di un ‘destino comune’. Sono, per usare un’espressione di Luca Di Sciullo, presidente Idos, i primi «distanziati sociali». Lo dimostra in modo lampante il totale fallimento del percorso dello ius soli mai divenuto legge, che relega ben 800.000 bambini nati in Italia in un limbo di ‘non cittadini’, «complice ‒ cita il Dossier ‒ un’anacronistica legge sulla cittadinanza, imperniata sullo ius sanguinis, mai riformata in 28 anni nonostante gli innumerevoli disegni di legge e campagne». «Il nostro ‒ commenta Claudio Paravati, direttore di Confronti, partner di Idos nella redazione del Dossier ‒ è un paese di immigrazione oramai da cinquant’anni. 3 non comunitari su 5 hanno ormai maturato un titolo di soggiorno di durata illimitata e, tra i restanti, l’80% soggiorna per un motivo che sottintende comunque un insediamento stabile. Più di 1 neonato ogni 7 ha genitori stranieri, 3 alunni stranieri su 5 sono nati in Italia: fa riflettere, quindi, che oltre 800 mila individui nati da noi, che qui vivono, studiano, lavorano, prendono casa, costituiscono una famiglia, non abbiano la cittadinanza italiana».

Per la cronaca, il dato ‘sbarchi’ sulle nostre coste, iperesposto e magnificato mediaticamente ‒ causa, quindi, di una percezione sproporzionata del fenomeno immigrazione che ancora oggi fomenta termini quali ‘invasione’ ‒, nel 2019 è risibile, il più basso degli ultimi 10 anni: 11.500; nel complesso, poi, gli irregolari presenti sul nostro territorio rappresentano una fetta minima della popolazione immigrata.

Per uno strano caso della sorte, l’impianto legislativo che in Italia si occupa di immigrazione è appannaggio in gran parte di partiti di destra o estrema destra dichiaratamente xenofobi: la Bossi-Fini, il decreto Sicurezza Maroni, i decreti Salvini (recentemente superati anche se molte ONG o sigle chiedono miglioramenti). Oppure è vetusto: il testo unico sull’immigrazione (Turco-Napolitano) è del 1998, un mondo fa. Lo sguardo legislativo sul fenomeno, risulta quindi assolutamente non adeguato se non dannoso. Si prendano i decreti Salvini: sbandierati come la soluzione ai problemi di sicurezza del Paese, hanno generato in quantità industriale irregolarità, messo famiglie che avevano iniziato un percorso di integrazione letteralmente per strada e aumentato il senso di disagio della popolazione autoctona che ha visto crescere il numero di senza fissa dimora né impiego e ha reagito aumentando le chiusure o, molto peggio, contribuendo a sviluppare campagne di odio razziale che hanno moltiplicato casi di aggressione. Dati alla mano, il primo effetto è stato l’aumento del numero dei non comunitari scivolati nell’irregolarità: «già stimati in 562.000 alla fine del 2018 – di nuovo il Dossier ‒ quando è entrato in vigore il primo decreto “sicurezza”, si è calcolato che, proprio per effetto di quest’ultimo, sarebbero cresciuti di 120-140.000 nei due anni successivi, arrivando a oltre 610.000 a fine 2019 e a quasi 700.000 alla fine del 2020». In sintesi, i decreti Salvini che si proponevano di accrescere la sicurezza del Paese aggredendo l’irregolarità, l’hanno, in realtà, moltiplicata: un effetto talmente lampante da indurre il pensiero che sia stato studiato a tavolino. «Gli ospiti dei centri di accoglienza ‒ chiarisce Claudio Paravati ‒ sono scesi da 183.700 nel 2017 a 84.400 a fine 2020: 100mila persone divenute irregolari in due anni. I cosiddetti Decreti “sicurezza” del 2018, unitamente alla politica dei porti chiusi e dei respingimenti, e l’assenza ultradecennale di programmazione degli ingressi per motivi di lavoro, ha concorso a produrre una nuova irregolarità tra gli immigrati».

Il Covid-19, naturalmente, non aiuta. Come denuncia Marco Omizzolo, sociologo di Eurispes, nel periodo dell’emergenza si è registrata una crescita del 15-20% di lavoratori immigrati sfruttati nelle campagne, che ha significato un aumento di orario di lavoro e di ore lavorate non registrate, a fronte di un peggioramento di condizioni e retribuzione. La situazione, unitamente all’enorme aumento di episodi di razzismo, rende gli immigrati doppiamente vittime,  come spiega Elena D’Angelo del RiSSC - Research centre on security and crime a Redattore Sociale: «I migranti, in special modo quelli con lavori più instabili, stanno pagando il prezzo più caro per la pandemia, e rischiano di essere tra i più esposti alla diffusione del virus».

Da 30 anni il Dossier statistico continua ad informarci dettagliatamente sul fenomeno immigrazione lavorando con la precisione dello scienziato sociale e il rigore dello statistico. Offre una chiave interpretativa estremamente utile, ma, al contempo, negletta se non ignorata dai legislatori. A prescindere dai governi che si alternano, la voce di questo manuale resta un grido di allarme da una parte ‒ attenzione, ci dice, una governance fatta sulla base di percezioni porta allo scontro sociale che pagheremo tutti, non solo gli immigrati ‒ e di resipiscenza dall’altra: non chiede un atto di carità né di assistenza, sostiene che un governo sano e lungimirante di un fenomeno sociologico normalissimo, non perennemente emergenziale, porta benefici alla società intera, tutti inclusi.

 

Immagine: Rifugiati politici che lavorano su una sartoria dell’associazione non profit Linea Adele, a Milano (18 aprile 2018). Crediti: Paolo Bona / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0