26 settembre 2021

Il tempo della rabbia

Oggi sono morto tre volte. La prima, seguendo il consiglio di Take Jake, impiccato. La seconda volta sono venuti a prendermi a casa. Me lo ha scritto l’utente Lauretta, che è tenera nel nome, non nei modi. Un’altra volta sono morto annegato, seguendo l’invito di diversi miei hater, che me lo scrivono in siciliano sulla pagina Facebook del giornale che dirigo, così arriva meglio, e lo iato sembra già un gorgo che inghiotte: «anneati» (‘annegati’).

 

È il tempo della rabbia, è il tempo dell’odio. «Ne usciremo migliori» letto adesso, sembra un inganno da educanda. Il linguaggio è esasperato, è una guerra di tutti contro tutti.

 

E non è qualcosa che accade solo nei social. Anche nella vita reale le conversazioni sono sempre più violente, si cerca quasi la rissa per un nonnulla, un sorpasso negato, una fila non rispettata, uno sguardo. È tutto malumoroso, in giro, coviamo risentimenti, siamo in guerra con il mondo. È come se ci fossimo svegliati improvvisamente da un sogno. Il sogno era Facebook, erano i social, e una società utopica dove tutti eravamo amici, e ci si ritrovava dopo anni, le persone si raccontavano i fatti della loro vita, erano cordiali e comprensive.

E invece siamo una massa di individui che si urlano addosso le loro verità e che non rifiutano neanche l’idea di una qualche forma di violenza per fare tacere chi non la pensa allo stesso modo, per «dare una lezione», come mi scrivono spesso.

 

Non stiamo sui social per il piacere di rivederci, e di sapere come stiamo, ma per il gusto di spiarci, e di farci apprezzare. E forse l’utopia è finita quando hanno inventato il secondo obiettivo del telefonino, quello per i selfie, e tutto il nostro stare insieme si è ridotto dall’interessarsi all’altro (“Ciao, come stai?”) alla risposta più seducente e più falsa possibile della domanda “Ciao, come sto?”. E se qualcuno non ce lo ripete ogni giorno, che stiamo bene, stiamo in forma, che stiamo soprattutto dalla parte della ragione e del giusto, allora ci sale la rabbia, il mondo complotta contro di noi, la guerra ha inizio.

 

Parliamo sempre di più, ci rappresentiamo sempre di più, ascoltiamo sempre di meno.  Io lo vivo sulla mia pelle. Mi fanno ormai paura i complimenti. Perché chi ti fa i complimenti, chi ti considera un mito, un giornalista “libero”, “senza peli sulla lingua”, che ha il “coraggio di scrivere la verità”, è lo stesso che poi ti disprezza quando magari scrivi su qualcosa che tocca i suoi interessi, e allora diventi il nemico, oggetto della sua rabbia. Mi fanno paura i complimenti. Mi fanno paura quelli che commentano i miei articoli scrivendo: “Non sono d’accordo, ma …”. Mi fanno paura quelli che citano Voltaire.

Mi fa paura il ricordo dell’”Andrà tutto bene” di marzo 2020. Neanche due mesi dopo, il 10 maggio, viene liberata Silvia Romano, che era stata rapita in Kenya. E in poche ore si ritrova bersaglio di attacchi di ogni genere.

Perché l’hate speech, o il discorso d’odio, dilaga ovunque, perché è tutto polarizzato. È come se fossimo perennemente arruolati. Malati di un virus, e il virus è la rabbia, che si alimenta di notizie false, messaggi subdoli che rimbalzano nelle nostre chat su WhatsApp.

 

In questa società di gente perennemente in guerra con il mondo, alla fine, chi ci perde è proprio la rabbia. Perché una volta era un sentimento luminoso, che dava coraggio agli uomini, apriva le porte della speranza. Con la rabbia sono nate le piccole e grandi rivoluzioni che hanno segnato la nostra storia. La rabbia sana della primavera siciliana, per quanto mi riguarda, la posso raccontare, quando, da ragazzini, sopra i cadaveri delle stragi di mafia, noi decidemmo per la prima volta di scendere in piazza, protestare, dire basta alla violenza mafiosa. E abbiamo liberato energie, perché la rabbia fa questo.  È  come una febbre, è qualcosa che ti fa tremare le ossa. Perché nasconde un desiderio, vero, di giustizia.

 

Oggi, invece, viviamo solitudini avvelenate, e i più saggi tra noi, per evitare di spaccare la faccia a qualcuno, si rifugiano in questi nuovi spazi, che stanno prendendo piede nelle città, questi magazzini pieni di vecchi mobili, elettrodomestici rotti, vetri, che puoi noleggiare - a caro prezzo - per un’ora o un pomeriggio, e con una mazza da baseball puoi spaccare tutto quello che vuoi. Altri, invece, diventano secondini di se stessi, convinti che tutto questo si possa domare, che il mondo alla fine si semplifica.

Altri ancora, e sono sempre di meno, credono che possa esistere una rabbia guidata dall’intelligenza, non una furia cieca, ma, anzi, qualcosa che ci vede benissimo, che ama la luce, e lotta con i deboli. Cambia e salva il mondo. Se ne prende cura. Se mi ricordo anche oggi di morire il meno possibile, mi piacerebbe essere così.

 

 

Immagine: Una giovane donna di 18-25 anni urla a bocca aperta, si copre le orecchie con le mani. Crediti: mlk.nt.lg / Shutterstock.com 
 

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