20 settembre 2020

Immigrazione oggi

Pochi elementi hanno contribuito a trasformare la società italiana negli ultimi trent’anni come l’immigrazione. A partire dagli arrivi degli anni Settanta (è sì, ancora in pochi hanno la consapevolezza che l’Italia si confronta con l’immigrazione da quasi 50 anni), dapprima singoli e poi famiglie con nazionalità diverse, ma soprattutto tradizioni, culture, fedi e religiosità “altre”, sono divenuti parte integrante (anche se certo non ancora del tutto integrata) del quotidiano di città e paesi: i vicini di casa, il negoziante all’angolo, l’imbianchino, la persona che si occupa del parente che ha bisogno di cure. Ma anche infermieri, medici, professionisti, imprenditori e imprenditrici. Immagini poco pubblicizzate e storie, numerose, di cui poco si racconta. Storia di una Italia multiculturale nei fatti, al di là di proclami o di attenzioni su situazioni emergenziali, che rappresentano solo una parte (anche minuscola) di un puzzle ormai ben più complesso e dalle molteplici sfumature. L’immaginario di uomini e donne d’altrove confinati in pochi settori, sottopagati e penalizzati socialmente, è da tempo superato. Così come è anacronistico pensare che i cittadini non italiani, o italiani di origine straniera assolvano solo una funzione complementare sul mercato del lavoro, ovvero siano solo inseriti nelle occupazioni ‘che gli italiani e le italiane non vogliono più fare’.

È ancora patrimonio di molti l’idea che gli stranieri siano condannati a restare per sempre immigrati e perlopiù disponibili ad accettare solo alcuni lavori (quelli meno pagati, più onerosi e rischiosi). In tal modo, si dimentica che dietro le etichette ci son biografie in cui si leggono, fra l’altro, storie di formazione e percorsi professionali, in altre parole competenze di cui si potrebbe beneficiare, con vantaggi per il sistema economico-sociale italiano e per gli stessi percorsi di inclusione.

 

Oltre i numeri, cambiano i protagonisti

I dati registrano una presenza straniera regolare, che riguarda circa il 9% della popolazione residente (5.306.548, secondo i registri anagrafici a inizio 2020) con una struttura demografica più giovane di quella italiana, e, da poco tempo, il consolidarsi di una fascia di anziani.

Il flusso migratorio verso l’Italia ha visto un rallentamento degli ingressi nell’ultimo decennio, percentualmente diminuiti rispetto al 2000-10. Al di là dei numeri di quanti arrivano, contano soprattutto le motivazioni. E queste ci rimandano l’immagine di un Paese ormai strutturalmente di immigrazione, dove sono le famiglie a rappresentare il nocciolo duro della presenza straniera. Infatti, anche in seguito alle forti difficoltà economico-finanziarie, e quindi occupazionali, che hanno caratterizzato l’Italia del nuovo secolo, sono aumentati i ricongiungimenti familiari e si sono ridotti (sino in alcuni casi ad azzerarsi) gli ingressi per lavoro; per lo stesso motivo sono diminuiti gli immigrati adulti e proporzionalmente aumentati i minori. Anche in questo caso si conferma uno scenario di progressivo aumento e stabilizzazione della componente straniera della popolazione, segnalato dall’aumento dei numeri di residenti stranieri. Allo stesso tempo crescono gli immigrati che ottengono lo status di cittadino italiano, stimati in oltre 100.000 su base annua.

Si tratta in effetti di cifre che negli ultimi anni sono piuttosto stabili: dal punto di vista strettamente statistico poco si muove all’interno di un mondo assai complesso, politicamente delicato, mediaticamente centrale e divisivo come è quello dell’immigrazione, tenendo anche conto che le ricadute di eventi internazionali o gli effetti di cambiamenti normativi si colgono in un tempo medio-lungo. Ma proprio uno sguardo più ampio permette di cogliere quanto l’Italia abbia assunto una sfumatura multiculturale da molti punti di vista: quello demografico, del mercato del lavoro e più in generale dell’economia, ma anche per quanto riguarda l’appartenenza religiosa e la vita culturale.

Va tenuto però conto che il dibattito sull’immigrazione si è progressivamente inasprito a partire dagli anni delle già citate crisi economiche, con le loro pesanti conseguenze sulle prospettive della popolazione, e tenendo anche conto dell’aumento negli ultimi anni del numero di richiedenti asilo.

 

Peculiarità italiane

Questo dunque lo scenario. Esistono tuttavia tratti specifici che caratterizzano l’immigrazione italiana. Alcuni elementi, legati alla storia del Paese e alle sue caratteristiche socioeconomiche, ma anche geografiche e istituzionali, sono stati identificati chiaramente negli ultimi anni attraverso un ampio dibattito scientifico. Si tratta anzitutto del cosiddetto “policentrismo migratorio”, ossia la presenza di numerose collettività di diversa origine nazionale e culturale. Accanto ad esso vengono in rilievo l’importanza dei gruppi provenienti da altri Stati dell’Unione Europea (UE) e il loro specifico status giuridico; la forte eterogeneità nella distribuzione territoriale, che replica in un certo senso squilibri di lunga data, e da ultimo uno sbilanciamento verso un’immigrazione non qualificata per quanto riguarda professionalità e titoli di studio. Tali elementi non possono essere considerati un esercizio “di scuola” per ricercatori e studiosi dell’immigrazione; al contrario, devono fornire indicazioni importanti per chi è chiamato a gestire la difficile fase dell’accoglienza e a favorire la convivenza delle comunità di origine straniera con i nativi italiani (ma anche fra loro), siano essi amministratori pubblici, operatori sociali, riferimenti importanti sul piano religioso, educativo e culturale.

Tra i diversi aspetti da tenere presente, quello da più parti considerato prioritario riguarda i figli dell’immigrazione. Una realtà significativa per i numeri (nella fascia di età 0-17 rappresentano il 20% dell’intero insieme) e per i numerosi risvolti sociali che bambini, ragazzi e adolescenti hanno in ogni società: dalla vita nelle scuole alla partecipazione associativa o civica, così come al disagio vissuto da chi è marginale o deviante. Si capisce allora perché qualunque discorso serio su immigrazione e sostegno all’integrazione deve mettere al centro la scuola e le sue risorse: soprattutto, anche se non solo, in termini di competenze specifiche e di consapevolezza dei vincoli e delle opportunità intrinsecamente collegati alla (difficile) esperienza di crescere “tra due mondi”.

A questo tema è strettamente collegato il dibattito, faticoso e ad oggi inconcludente, sulla revisione del meccanismo di ottenimento della cittadinanza: elemento tanto difficile da affrontare quanto essenziale per poter ragionare in modo efficace di gestione del fenomeno migratorio, anche dal punto di vista della coesione sociale.

Su questo complesso e articolato scenario, ricco di luci ma anche di ombre, si è abbattuta nel 2020 la crisi provocata dal virus SARS-CoV-2 e dalle misure messe in atto dai diversi governi per affrontare l’epidemia. Molte sono le domande che nascono pensando alle conseguenze di questa situazione sul fenomeno migratorio, sicuramente toccato in modo significativo e tuttavia dai primi dati disponibili anche piuttosto eterogeneo, ad esempio per quanto riguarda le diverse collettività nazionali nei vari contesti locali, dove si gioca la partita dell’inclusione, fra soggetti pubblici, del variegato mondo del terzo settore e dell’associazionismo, incluso quello etnico. Sarà necessario un intenso e prolungato impegno per studiare e capire come i cittadini stranieri in Italia abbiano vissuto l’emergenza Covid-19. Già da oggi però viene in evidenza come la pandemia non sia certo egualitaria, perché concentra molte delle sue conseguenze negative sulle fasce più povere della popolazione, e per quanto riguarda i migranti soprattutto su coloro che non sono cittadini dell’UE. I nuovi problemi non si sostituiscono però a quelli esistenti, ed anzi li evidenziano, sollecitando una fattiva ricerca di soluzioni di fronte a nuove e vecchie tensioni in grado di minare gli equilibri, più o meno solidi, su cui si basa la società italiana.

 

Immagine: Fuga di Enea da Troia, di  Federico Barocci. Crediti: Fonte, http://www.artribune.com / [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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