17 gennaio 2013

In India. Uno, Due, Tre e Quattro

Appaiono in questi giorni numerose le immagini provenienti dall’India del Kumbha Mela, la grande festa religiosa hindù. Visioni suggestive, in qualche caso intense e più spesso folkloristiche e sempre di più… pro-turistiche: di festa in festa i sadhu, gli asceti grandi protagonisti dell’evento, appaiono più pingui. Piace pensare a una India così. Per quanto l’affermazione possa sembrare paradossale la realtà che appare da testimonianze del genere appare (solo appare) facile da comprendere e la potenza del colosso asiatico sembra meno inquietante quando ad essa vengono ricondotte rappresentazioni varie della stravaganza o della superstizione (naturalmente le cerimonie hindù sono anche ricche di intensità spirituale, che non sembra però attrarre i fotografi). Abbiamo avuto a che fare frequentemente con l’India. Dalla questione dei marò che taluni, da noi e da loro, hanno affrontato come uno scontro di civiltà, alla recente vicenda dello stupro della ragazza di Delhi. È stata rievocata la durezza della condizione castale, l’arretratezza del colosso dai piedi d’argilla, la durezza della condizione della donna nel subcontinente ecc. Generalizzazioni, stereotipi, s’è detto in più di un intervento in questa stessa sede. Un intervento sul Times of India dello scrittore Chetan Bhagat fotografa la situazione in modo diverso. Bhagat è novelliere di straordinario successo e le sue opere, alcune delle quali pubblicate anche in traduzione italiana, sono brillanti e divertenti, pur articolandosi sempre attorno ad una denuncia: le condizioni di lavoro nei call center, l’eccesso di competitività nei college, il business dell’istruzione privata. Il suo successo, la sua fama, il suo talento lo hanno anche fatto diventare editorialista di successo su uno dei più affermati quotidiani indiani. Cosa ha scritto di interessante Bhagat in una lettera aperta ai “cercatori del cambiamento”? Inizia ricordando il loro ruolo nella grande mobilitazione seguita all’assassinio della ragazza di Delhi. Una mobilitazione indispensabile, dice, giustificata e necessaria. Bhagat ne contesta tuttavia le modalità e dice di temere che per causa di un errore di fondo, essa posso solo “creare tanto rumore, ma non raggiungere il desiderato cambiamento”. Essenziale è capire come funzioni l’India, paese democratico ma non egualitario. Faccio parlare lui. La nazione è “divisa in quattro classi con diversi livelli di potenza. Per semplicità, chiamiamo queste classi quelli del numero Uno, Due, Tre e Quattro (evitando deliberatamente classificazioni di livello sociale). I numeri Uno sono i nostri capi politici. Controllano il paese, principalmente attraverso il controllo del territorio, delle risorse e delle leggi che ci governano. Essi non possiedono direttamente alcuna attività, ma controllano i padroni delle attività, i numeri Due. I Due sono i nostri industriali e capitalisti. Questi aiutano e incrementano il potere degli Uno. Le riviste li onorano dedicandogli definizioni quali ‘imprenditori dinamici della nuova e liberalizzata India’ e alcuni di essi possono anche meritare riconoscimenti del genere, ma la maggior parte no. I Due diventano grandi solo perché servono bene gli Uno. Questi permettono loro di diventare ricchi limitando a loro vantaggio la concorrenza e con normative attentamente regolate. Settore immobiliare, minerario, infrastrutture o tutti gli altri settori, nessuna azienda può prosperare in India senza sostegno della classe politica. L’altra classe, quella dei Tre, è costituita da persone come te e me, i lettori primari di questo giornale. Siamo un popolo dotato di una certa educazione e ricchezza, che comprende circa il 10% della popolazione indiana. Per quanto per molti dei Tre la vita sia una lotta, tuttavia essi hanno di norma un buon tenore di vita e una sia pur modesta possibilità d’accesso alle opportunità. Tuttavia i Tre non possono sperare di ricevere giustizia veloce, di essere governati da leader responsabili e protetti da una polizia efficiente. In particolare, i Tre hanno recentemente acquisito un nuovo potere mediatico. I Tre sono benestanti e comprano le cose che gli inserzionisti pubblicitari vogliono vendere. Di conseguenza, i media si rivolgono ai Tre, che pure dominano i social media. Tutto quello che si afferma quotidiamente su questi ultimi, diventa prima notizia nel telegiornale della sera. Questo potere di dettare le notizie e di influenzare il sentimento pubblico è reale e sostanziale. La vittima della banda stupratrice di Delhi era una Tre, e il caso raccapricciante ha creato nel resto dei Tre una percezione di vulnerabilità. I Tre pretendono che il caso sia discusso e questo ha fatto sì che di ben poco d’altro si sia parlato da un mese a questa parte in un paese di un miliardo e 200 milioni di individui. Tuttavia, in questo processo, i Tre potrebbero aver fatto qualche danno. Nonostante le proteste fossero giustificate, i Tre hanno inavvertitamente mostrato di preoccuparsi più di se stessi che dell’altra grande categoria che essi hanno alienato, quella dei Quattro. I Quattro costituiscono il 90% del paese: sono le persone con un’istruzione limitata, dagli aberranti standard di vita e poca speranza di un futuro migliore. I Quattro sono i nostri agricoltori, gli abitanti degli slum, le persone che assistono nei lavori domestici e le centinaia di milioni di indiani senza adeguata assistenza sanitaria, istruzione e infrastrutture. I Quattro non partecipano ai dibattiti televisivi. La gente non protesta per loro all’India Gate. I Tre possono evitarli o cercare di imporre loro i ritrovati valori moderni che hanno ritrovato. Ad esempio, i Quattro possono vedere le relazioni uomo-donna in modo regressivo e ciò è legato da secoli di condizionamento culturale; i Tre, anche avvertiti del modo con cui in Occidente si guarda al problema, li deridono. Se avete notato i vari dibattiti e distinto i punti di vista sul caso, i Tre accettano solo idee in linea con il proprio sistema di valori liberale e moderno. Nessuno può sostenere nulla di alternativo o ragionare sulla effettiva realtà indiana senza essere deriso ed essere definito un autore di stupri. I Tre hanno trovato un nuovo potere, ma lo usano come gli Uno e i Due usano il proprio, per quello che fa loro comodo. Sarebbe per noi Tre altrettanto appassionante discutere i problemi e offrire il nostro potere mediatico su questioni che possono riguardare i Quattro? Andremo all’India Gate per aiutare gli abitanti degli slum ad ottenere acqua potabile sicura, per esempio? […]. Come allontaniamo da noi i Quattro, li lasciamo esposti ad essere sfruttati dagli Uno. Gli Uno fanno eco ai sentimenti dei Quattro e offrono loro un po’ di scarti. In cambio, i Quattro ignorano le malefatte degli Uno e li tengono al potere. Nel frattempo, noi Tre continuiamo a urlare e a guardare il reality show che abbiamo creato. Questo non è il modo per creare una rivoluzione, o anche un cambiamento. Dobbiamo considerare le ragioni dei Quattro. Non possiamo costringere le persone ad accettare le nostre opinioni. Se vogliamo che le persone cambino non dobbiamo schernirle o deriderle, ma invece ascoltarle, comprendere e spingere via via le persone a cambiare. Non serve ridere di chi dice che le donne si devono coprire e non uscire di notte. Insinuate invece che se questa posizione può anche avere un fondamento di realtà, essa tuttavia consente agli autori di questi crimini di tenersi fuori dai guai e quindi non può essere la soluzione primaria. Non sto dicendo che gli atteggiamenti di queste persone non siano regressive, ma che se si vuole cambiare davvero, occorre cercare di essere inclusivi. I Tre dovrebbero mettere a disposizione il loro potere mediatico per affrontare questioni che riguardano i Quattro. Gli indiani poveri non sono una specie separata da noi. Si tratta di indiani che meritano un migliore tenore di vita. Se i politici non avessero protetto i Due così tanto, avremmo potuto aprire ulteriormente l’economia, liberalizzarla davvero e creare un mucchio di opportunità. Battiamoci anche per i Quattro. Essi si uniranno a noi, e ci faranno diventare una forza realmente rilevante. In questo modo, riusciremo a far fronte a chi abusa maggiormente del proprio potere in India, gli Uno e i Due. Ed è allora, e solo allora, che verrà il cambiamento”. Così Chetan Bhagat, una delle voci della nuova India, e forse non solo di quella.

 

Immagine da Wikimedia Commons


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