17 settembre 2013

India. Sdegno e desiderio di sangue

Nel leggere i giornali indiani, nello scorrere i posts sui social networks, sembra impossibile pensare che il profeta della non violenza, il Mahatma Gandhi, sia stato il padre dell’India. Moltissimi festeggiano oggi in questa nazione la decisione di una corte speciale di condannare a morte quattro accusati di aver violentato e ucciso in modo a dir poco selvaggio una ragazza a Delhi nel dicembre 2012

(ne avevamo detto in La "Figlia dell'India") . Tale euforia bilancia lo sconcerto dimostrato solo qualche giorno addietro quando l’unico minorenne della banda (un sesto si era suicidato in carcere poco dopo la cattura), sulla base del codice penale minorile indiano, era stato solo indirizzato per tre anni in una struttura rieducativa protetta. Solo pochi mesi fa, del resto, la notizia della sentenza a morte eseguita nei confronti del pakistano unico superstite del commando omicida che insanguinò Mumbai nel 2008 aveva provocato la medesima, entusiastica, reazione. Tutti questi, il terrorista giustiziato e gli autori di quella violenza, responsabili, va sottolineato, di crimini efferati, ai limiti dell’incomprensibile nelle loro modalità e ferocia.

L’opinione pubblica indiana, in particolare le classi medio-alte urbane, reagiscono oggi così, trasformando lo sdegno, lo scandalo, la riprovazione in desiderio di vendetta. Alcuni hanno notato in India come la mobilitazione seguita nel caso dell’assassinio della ragazza di Delhi abbia determinato un effetto non scontato: quello di accentuare il distacco tra i ceti privilegiati istruiti e la grande maggioranza della popolazione che vive ai margini dello sviluppo e che costituisce il bacino da cui sembrano fuoriuscire tutti i responsabili di violenze nei confronti delle donne. Su questo magazine era stata riportata in proposito una provocazione dello scrittore Chetan Bhagat che scriveva dell’inutilità di criminalizzare il 90% della popolazione del subcontinente, catalogando quale subumana questa non esigua maggioranza. Una nuova forma di razzismo centrata su un’idea di progresso (il che non costituisce peraltro una novità).

Ci si muove in un campo difficile, è chiaro. Gli stupratori individuati provengono spesso dagli slums, ma il tema della violenza sulle donne, e non solo, riguarda in India ed altrove anche il chiuso degli ambienti familiari di ogni livello sociale, gli ambienti di lavoro, ove quegli emarginati non accedono, ecc. Una statistica ONU pubblicizzata in questi giorni attesterebbe che in Asia un uomo su quattro si sarebbe reso colpevole di abusi sessuali. Un dato, che, se reale, sarebbe a dir poco spaventoso.

In un recente volume (An Uncertain Glory. India and its Contradictions), il Nobel indiano Amartya Sen, con il coautore Jean Dréze, affronta tra tanti problemi anche quello della violenza sessuale in India ricorrendo ai dati statistici conosciuti. Stime peraltro assai incerte, a fronte di crimini di tale natura spesso tenuti nascosti. Dati che non sembrerebbero per la verità giustificare affermazioni quali quelle riportate dai media indiani e di rimbalzo italiani che parlano della violenza sessuale in India sotto il profilo dell’eccezionalità del fenomeno. Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite per il 2010, l’incidenza delle violenze sessuali in India è dell’1,8 su 100.000 individui, in Usa del 27,3, nel Regno Unito del 28,8, del 63,5 su 100.000 in Svezia. Nota Amartya Sen che se pure il dato indiano venisse moltiplicato per 10 comunque il dato resterebbe distante da quello relativo alle altre aree citate: il problema specifico indiano non sarebbe tanto quello della quantità di quel genere di reati, ma del comportamento della polizia, del sistema giudiziale lento ed inefficace e, almeno fino ad ora, di una società poco attenta al problema. Le statistiche sembrano anche mostrare una particolare preminenza di Delhi per questo genere di crimine: qui l’incidenza nel 2011 è stata di 2,8 casi su 100.000 abitanti, mentre a Mumbai – dove anche quest’agosto si è verificato un altro caso terribile in centro città ai danni di una giovane fotoreporter – il dato si abbassa a 1,2, e così è più contenuto in altre grandi città: Bangalore 1,1; Chennai 0,9; Kolkata 0,3. E tuttavia chi vive in queste città di fatto “sicure”, almeno stando alle stime ufficiali, sente di vivere in trincea.

Come interpretare questi dati? Come spiegare la percezione straordinaria del fenomeno che caratterizza l’India di oggi? Certamente è la reazione giustificata di fronte ad un crimine orribile, ma ci sono anche altri aspetti da evidenziare. Come si diceva, a reagire sono soprattutto le classi sociali urbane più privilegiate, educate, globalizzate, che si sentono oggi aggredite, spaventate. Da che cosa? Nell’ultimo decennio in India, nella ricerca di fortuna o anche solo di possibilità di sopravvivenza, sono stati 300 milioni gli individui che si sono mossi, spesso in direzione delle grandi città. Un immane fenomeno migratorio interno che ha portato lo stesso carico di paura che molti italiani avvertono nei confronti della migrazione nella penisola di extracomunitari. Questo timore (che ha del resto portato in città come Mumbai a orribili raids di estremisti contro immigrati interni) si trasforma facilmente in terrore a fronte di alcuni gravissimi episodi e ciò scaturisce in desiderio di vendetta, di esasperato rigore. Non tutti, ma certamente moltissimi, politici e personalità dello spettacolo in prima fila (categorie sensibili al “rumore delle folle”), inneggiano così alla pena di morte e alla “giustizia fatta” quando essa viene comminata e già contestano la sentenza che giustificherebbe la pena capitale per i quattro in virtù dell’omicidio da essi commesso e non della sola offesa sessuale. Il rifiuto di questa forma di violenza non è insomma non violento, almeno per tanti (che vengono poi inevitabilmente intercettati e amplificati dai media). E questo potrebbe non rallegrare.

Si può collegare a questo atteggiamento diffuso la designazione recentissima a candidato premier del partito della destra hindù BJP per le elezioni del 2014 del capo del governo del Gujarat, Narendra Modi? Si tratta di un uomo con fama di efficienza, decisione e metodi spicci, che reca con sé la pesante ombra della responsabilità, diretta o indiretta, nella strage di musulmani verificatasi nel suo Stato nel 2002 (e di cui PEM ha scritto in Stragi e politica. India 2002-2012). Una inchiesta tesa ad accertare le sue responsabilità nel genocidio è in corso da anni e per questa accusa gli Usa hanno fino ad oggi negato il visto al discusso politico.

La logica dell’occhio per occhio rende il mondo cieco, scriveva Gandhi. Ma fortunatamente non è ancora possibile immaginare, malgrado quello che oggi ci giunge da quel grande Paese, il rischio, per il mondo intero, di un’India cieca. Moltissimi indiani si sono rattristati e si sono sentiti mortificati per immagini agghiaccianti come quella che viene qui pubblicata. L’India non è così, non può ridursi così.


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