27 maggio 2020

Individuo

 

Dal latino in-dividuus («non separato, non separabile», traduzione del greco atomos), indica ogni elemento considerato nella sua singolarità e distinto dagli altri della stessa specie. Il termine attira dunque l’attenzione sull’unicità e la specificità della singola entità, così come sulla sua indipendenza, che tuttavia non può che essere relativa, dal momento che il termine presuppone pur sempre l’appartenenza del singolo al gruppo più ampio rispetto al quale si definisce. Nel caso degli uomini, tale gruppo è costituito dalla società, intesa appunto come insieme di individui che stabiliscono tra loro diverse forme di collaborazione; varie sono le problematiche filosofiche, giuridiche, politiche, sollevate in questo senso dalla nozione stessa di individuo.

Come baluardo dell’iniziativa e dell’originalità di ciascuno, l’individuo è anzitutto considerato da tutelare nella sua espressione, nel suo sviluppo, nelle sue potenzialità: una parte importante della riflessione filosofica e giuridica si è impegnata a definire quale protezione possa e debba essere offerta all’individuo, quali diritti debbano essergli garantiti o siano connaturati ad esso (a partire dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, 1776, e dalla francese Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1789, le carte costituzionali e più in generale le leggi sanciscono e codificano i “diritti dell’uomo” o “diritti umani”). Al tempo stesso, tutti gli individui della società devono essere tutelati: come coniugare quindi libertà (del singolo) ed eguaglianza (di tutti), due valori che inevitabilmente in una certa misura confliggono tra loro?

La riflessione filosofica ha poi, sin da Aristotele, affrontato la questione di come e perché gli individui siano spinti a superare la propria singolarità e libertà assoluta, per ricercare l’associazione con altri individui. Se per Aristotele l’uomo è un animale “per natura” sociale e politico (Politica, IV sec. a.C.), che ricerca la compagnia dei propri simili anche in assenza di un bisogno reciproco, per altri (in particolare T. Hobbes, Il Leviatano, 1651) è il timore o la necessità a spingere gli uomini ad unirsi tra loro.

E ancora, l’individuo distinto dagli altri si configura anzitutto come portatore di interessi: può un sistema (ed eventualmente come) giungere alla conciliazione di una moltitudine di interessi inesorabilmente in contrasto tra loro? Dal punto di vista della teoria politica, il liberalismo sette-ottocentesco ha teorizzato la possibilità di composizione armonica di interessi individuali e interesse collettivo. Tuttavia, a partire dalla seconda metà del XIX secolo un’ampia critica ha investito gli eccessi e i limiti dell’individualismo liberale, che si stava rivelando nefasto in particolare relativamente agli squilibri e alle diseguaglianze sociali alimentati e alle reazioni irrazionaliste suscitate (con la comparsa del nuovo soggetto sociale delle folle, che costituiscono di fatto il rovescio dell’individuo liberale e che diventano un rilevante oggetto di studio per la psicologia e la sociologia dell’epoca). Tra le varie proposte filosofico-politiche formulate in opposizione a tale individualismo liberale, il collettivismo socialista in particolare riporta in primo piano la dimensione collettiva; proprio il presupposto livellatore del collettivismo suscita tuttavia ostilità in molti, che giudicano inaccettabile trascurare e ridurre le differenze e specificità individuali. Tra coloro che si impegnano a cercare vie alternative di ricomposizione tra individuo e società, numerosi pensatori ad inizio Novecento convergono attorno al recupero della nozione di “persona”, come capace di contravvenire alle aporie insite nella nozione di “individuo”. Il termine “persona”, originariamente usato in greco per indicare la maschera teatrale con cui l’attore amplificava la propria voce sulla scena, designa specificamente l’individuo di specie umana. Nel diritto, identifica ogni soggetto di diritto, titolare di diritti e obblighi; ma si tratta di un termine rilevante soprattutto nella tradizione filosofica e religiosa: nel lessico filosofico, a partire dallo stoicismo, “persona” è chi è soggetto di azione, causa del proprio agire; nella teologia cattolica, “persona” non solo designa il Dogma trinitario (la Trinità è costituita dalle tre “Persone” divine di Padre, Figlio e Spirito Santo), ma anche, a partire dai Padri della Chiesa Agostino e Tommaso, l’uomo come soggetto creato a immagine di Dio e dotato di coscienza, libertà, responsabilità, logos. Nella prima metà del Novecento cattolici e non (tra gli altri: T. Mann, M. de Unamuno, J. Ortega y Gasset, J. Maritain, E. Mounier, fino agli antropologi M. Mauss e L. Lévy-Bruhl) recuperano dunque il termine “persona” contrapponendolo all’“individuo” liberale per sottolineare come il singolo sia portatore non solo di interessi (caratteristica che si traduce in un elemento conflittuale per la società), ma anche e soprattutto di valori, di progettualità, di sfide. Al ripiegamento individualistico su di sé si intende opporre l’apertura all’altro; alla libertà negativa (che scioglie gli impedimenti), una libertà positiva (come diritto alla scelta, diritto a coltivare la propria “personalità”); alla contrapposizione individuo-società, una conciliazione possibile, in nome del fatto che solo la persona può dare senso alla collettività e viceversa.

Individuo e società hanno trovato effettivamente una ricomposizione felice nell’immediato secondo dopoguerra, quando le democrazie liberali hanno proposto una via efficace per la sintesi di libertà ed eguaglianza, attraverso il welfare state e le altre misure social-democratiche volte a garantire l’eguaglianza dei diritti e delle condizioni di partenza. In seguito, le derive neoliberiste affermatesi a partire dagli anni Settanta hanno progressivamente compromesso questo equilibrio, sbilanciandolo nuovamente a favore di un individualismo atomizzante, che ha preso le forme del sopravvento della dimensione “privata”.

 

Oggi la pandemia ha riportato in primo piano i legami, necessari e reciprocamente fruttuosi, tra individuo e società. Anzitutto perché ha mostrato tutta l’importanza dell’organizzazione collettiva e statale, indispensabile a proteggere l’individuo ad esempio dal punto di vista sanitario, ma anche per ciò che attiene alla sua intraprendenza economica e sociale. Poi perché l’isolamento forzato che milioni di persone hanno sperimentato ha bruscamente evidenziato l’importanza della dimensione sociale di cui l’individuo vive, e senza la quale la sua iniziativa, la sua creatività, il suo sviluppo, sono impensabili o comunque fortemente limitati. Senza interazione umana le nostre vite sono svuotate di significati; mai come ora è stato chiaro che il privato è insufficiente all’uomo, che l’interesse individuale da solo non rende conto della complessità e totalità dell’individuo, il quale si identifica anche e soprattutto con la propria crescita e realizzazione, e che ciò che non è ulteriormente “separabile” vive pur sempre del rapporto che lo lega all’insieme più vasto cui appartiene.

 

Immagine: Giovane donna su un mezzo pubblico con una mascherina contro il contagio da Coronavirus. Crediti: Aleksey Boyko /Shutterstock.com

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